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Scritto da Luca Meriano    

E’ la madre patria della cultura asiatica, la culla di una civiltà millenaria, dove vive quasi un quarto della popolazione mondiale: la Cina. Affascinato dal Zhōngguó, paese di mezzo (come in cinese è chiamata la Cina), decido di partire alla volta di Pechino, ma all’aeroporto quello che mi si presenta sotto gli occhi è completamente diverso dal previsto, prima di tutto la lingua. Parlucchiando un po’ di mandarino mi presento alla dogana – errore! – e come risposta ricevo un monologo su chi e cosa vuol dire essere cinesi e una serie di sciogli lingua che mi lasciano basito e mi fan tornare in mente un libro scritto da uno dei primi che si sono avventurati in Cina.

“Chi è quel traditore che gli ha insegnato la nostra lingua?”, si domandavano i cinesi quando vedevano arrivare strani personaggi, barbuti, vestiti con lunghe tuniche e con addosso una croce, i gesuiti… il razzismo è rimasto inalterato.

L’aeroporto di Pechino, è un ammasso di gente e odori; le guardie addette alla sicurezza sono più che bambini, curvi sulle spalle, indossano una divisa sgualcita con sopra il giubbotto antiproiettile, in mano una bibita e nell’altra un lungo manganello; tutti indossano delle ciabatte da mare colorate e logore. Vado alla ricerca di un taxi e faccio subito conoscenza con usi e abitudini locali; il taxista, gentilissimo e sorridente (scopro più tardi che il sorridere non è sinonimo di gentilezza e felicità, ma di imbarazzo e paura), mi agguanta la valigia e la chiude nel portabagagli, tira fuori dalla tasca una calcolatrice e comincia a digitare dei numeri. 200, fissandomi negli occhi. Sulle prime non capisco. 180, toccandomi una spalla. E’ il prezzo della corsa, bisogna barattare, 150, 120, 80 yuan: affare fatto!

La Pechino che vedo dal taxi è del tutto diversa da quella descritta dai viaggiatori del passato, è caotica, sporca e affollata, mi sembra di vedere tutti i suoi 17 milioni di abitanti; il taxista sempre sorridente, mi insegna una nuova parola: lao wai, straniero o “alieno” (come siamo chiamati), penso sia sempre meglio di spia americana o diavolo straniero, come si era chiamati durante l’era maoista.

Insieme ad altri lao wai alloggio in un ostello in stile cinese, piccolo e sporco, essenziale, ma in un posto bellissimo, in mezzo agli hutong, i vicoli storici dove la civiltà cinese mostra i suoi alti e bassi; queste stradine sono anche loro piccole, sporche e affollate, si imparano subito le abitudini locali. Lo sputare rumorosamente è comune e salutare – “è meglio fuori che dentro” dicono i cinesi – ed il fumare di continuo così come il bere te da una borraccia sempre a portata di mano sembra essere una caratteristica intrinseca di questo popolo.

Anche le case negli hutong sono piccole, sporche e senza bagno: la mattina o la sera le file per usare i bagni pubblici sono ancora comuni, una latrina per terra, senza acqua e senza carta igienica, e ci si lava nel giardino di casa riempiendo una bacinella di acqua; quando non sono abbattute per far posto a freddi palazzoni di dieci piani, queste casette ereditate del passato vengono ristrutturate aggiungendo quello che è considerato un vero e proprio status-symbol, il bagno-doccia.

I ristoranti sono piccoli e con cucine da far venire i brividi, ci si siede e si ordinano quasi sempre le stesse cose, chuar, piccoli spiedini di carne e verdure saltate in padella, il tutto annaffiato con la deliziosa birra Qingdao, a misura unica da 660 ml; costo per un pasto medio, ma abbondante circa 20 yuan, meno di 2 euro…

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