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Gli investitori sono sempre meno attratti dalla Cina, in favore di altri mercati: India, Europa centro-orientale, Russia e Sud Est Asiatico. Non solo: le multinazionali possono raggiungere il successo più velocemente in mercati più piccoli, come Thailandia, Colombia o Cile. E’ quanto rivela un recente studio internazionale “Promessa o Rischio – la seduzione dei mercati emergenti” condotto da Atradius, leader globale e fornitore di assicurazione del credito e servizi di recupero crediti, attraverso interviste ad executive di società attive in 19 settori commerciali nelle regioni Asia Pacifico, Nord America, America Latina, Europa occidentale e Orientale, Medio Oriente e Africa. Insomma, anche altri Paesi stanno diventando sempre più favoriti. Negli ultimi tre anni, il 60% delle società intervistate ha continuato a dare priorità massima alla Cina, seguita dall’India, considerata importante dal 41%, e dal Sud-Est Asiatico, Cina esclusa, importante per il 26%.
Tuttavia, vi sono segnali di un’inversione di tendenza, dato che solo il 48% degli intervistati intende concentrarsi in futuro prevalentemente sulla Cina. In altre parole, la Cina rimane l’obiettivo primario, ma il margine si è ridotto. Nei prossimi anni, il 45% intende concentrarsi sull’India e – praticamente alla pari – il 25% e il 24% intendono concentrarsi, rispettivamente, sull’Europa Centro-Orientale, il Sud-Est Asiatico (Cina esclusa) e la Russia.
Gli esperti di settore ritengono che ci siano cambiamenti in vista per la Cina, che diventerà più interessante come mercato al consumo in espansione, piuttosto che come fonte di produzioni a basso costo, passando cioè da una base di esportazione ad un mercato al consumo.  Il sondaggio evidenzia infatti che quasi tre quarti delle aziende presenti in Cina ha registrato utili superiori ai livelli previsti. Ma i costi crescenti di manodopera e materie prime nel Paese, potrebbero indurre i produttori a spostarsi in India, Europa orientale e in altri mercati di secondo livello.

“Alcune società si sono rese conto che le multinazionali possono avere successo più velocemente nei mercati più piccoli, come Thailandia, Vietnam o parti dell’America Centro-Meridionale” osserva Peter Ingenlath, Chief Risk Officer e Vice Presidente di Atradius.

La recessione potrebbe coinvolgere anche i mercati emergenti
“I risultati dello studio evidenziano che la scelta del Paese in cui investire è dettata più da una spinta emotiva che non da una solida gestione del rischio” sostiene Ingenlath.  “Il nostro studio fa emergere la consapevolezza di particolari rischi posti dai mercati emergenti e può aiutare le società ad essere più preparate ad affrontarli” conclude Ingenlath.
“Nonostante il notevole ottimismo che molte società nutrono nei confronti di Paesi specifici, lo studio rivela chiaramente che molte società sottovalutano i rischi locali” aggiunge Samuel Pengel, Country Manager di Atradius in Italia.
Mentre i mercati emergenti sono oggi meglio preparati ad affrontare la recessione nei mercati industrializzati, così da evitare di essere travolti dalla crisi, non sarebbero in grado di resistere ad una recessione più prolungata e più profonda. Anzi, molti esperti prevedono una crescita economica negativa – almeno per diversi trimestri consecutivi – in conseguenza della crisi dei sub-prime negli Stati Uniti.
Da un lato, il 72% degli interpellati ritiene che le rispettive società saranno in grado di trarre vantaggio dalle crescenti opportunità offerte dai mercati emergenti nei prossimi tre anni. Dall’altro, però, solo il 30% ritiene che i rischi diminuiranno nello stesso periodo. Il 69% ritiene che il proprio livello di rischio rimarrà invariato o si accentuerà.
Il 92% degli intervistati inoltre, considera ostacoli significativi o molto significativi i fattori macroeconomici, mentre il 91% l’instabilità politica o i regolamenti poco trasparenti e l’eccessiva burocrazia. Dal punto di vista operativo, i limiti al successo considerati significativi o molto significativi dagli esperti comprendono le infrastrutture insufficienti (84%), formazione inadeguata (75%) e rischi di credito (74%). 
Il 55% delle società intervistate prevede un aumento delle vendite di oltre il 16%. Nonostante tutti i rischi, vi è grande ottimismo, particolarmente evidente nelle vendite che gli intervistati ritengono di poter realizzare nei mercati emergenti nei prossimi tre anni: mentre il 42% delle società ha registrato negli ultimi tre anni un aumento annuo delle vendite superiore al 16%, ben il 55% prevede gli stessi livelli di crescita per i prossimi tre anni.
Il 90% sostiene invece che le opportunità di crescita sono considerevoli o molto considerevoli per quanto riguarda la pianificazione delle attività potenziali in questi mercati. Altri aspetti importanti sono la capacità di fornire servizi migliori ai clienti internazionali (58%) e la capacità di evitare la crescente pressione competitiva nei mercati interni (57%). 
La tendenza ad investire nei mercati emergenti rimane invariata. I flussi di capitali totali diretti verso i mercati emergenti hanno raggiunto livelli mai visti nel 2007, secondo i numeri dell’Institute of International Finance (IIF), pari a 782 miliardi di dollari. Di questa somma, 225 miliardi di dollari riguardano gli investimenti esteri diretti (FDI) – con un aumento superiore al 50% rispetto al 2006.
Per quanto riguarda le strategie per l’accesso ai mercati, il 29% delle società ricorre ad alleanze o partnership strategiche, mentre il 23% apre uffici di rappresentanza e il 14% importa merci.

fonte: affariitaliani.it

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