Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘economia’

dscf3122Era perfino più esuberante di quanto finora indicato la crescita economica della gigantesca Cina, prima che l’intero sistema mondiale si impantanasse nella crisi finanziaria ed economica. Nel 2007 l’ammontare della ricchezza prodotta dal Dragone è stato pari a 25.700 miliardi di yuan, circa 3.500 miliardi di dollari, che corrisponde ad un’espansione di ben il 13 per cento rispetto all’anno precedente, secondo le revisioni statistiche ufficiali diffuse oggi da Pechino.

In precedenza per il 2007 la Cina indicava una crescita del Pil dell’11,9 per cento, mentre il valore di oggi rappresenta la performance più forte del Dragone dal 1994. Inoltre secondo gli economisti implica un risultato storico: il sorpasso della Cina sulla Germania, il cui ammontare del Pil era pari a 3.300 miliardi di dollari nel 2007 – utilizzando a riferimento una media aggiornata sul tasso di cambi – salendo al terzo posto tra le maggiori economie mondiali. E per scalare un altro gradino, scalzando il Giappone, potrebbero bastare tre o quattro anni.

Resta invece più un miraggio l’eventuale sorpasso sugli Usa, per non parlare dei dati sul Pil procapite – quelli in cui il valore di un’economia viene diviso per l’intera popolazione: in questo caso i cinesi restano lontanissimi da qualunque paese avanzato. E gli entusiami nazionali per il dato 2007 rischiano di essere smorzati anche dalle necessità più immediate che l’amministrazione cinese deve affrontare: mantenere il più possibile intatta questa vigorosa crescita in un contesto di pesantissimo rallentamento globale e recessione nei paesi industrializzati che sono sbocchi chiave per il suo enorme export.

La maggior parte del miliardo e trecento milioni di cittadini che conta la Cina restano poveri e Pechino considera la crescita un fattore cruciale per combattere la povertà. Il 2008 è stato nettamente meno esplosivo del 2007: secondo le stime di economisti indipendenti la crescita del Pil ha rallentato al 9 per cento e per il 2009 non supererà il 6 per cento. Lunedì scorso il superindice previsionale sull’economia dell’Ocse ha segnalato proprio per la Cina la seconda peggiore flessione tra i paesi monitorati.

Temendo proprio per la crescita, Pechino ha già varato il più massiccio piano a livello mondiale di sostegno all’economia, pari a 4.000 miliardi di yuan, o 445 miliardi di euro, perfino più consistente di quanto mobilitato dagli Stati Uniti, epicentro della crisi. E proprio oggi le autorità hanno approvato una nuova serie di misure che puntano a sostenere la domanda di auto – agevolazioni fiscali per le case del celeste impero, anche loro in crisi – assieme ad aiuti per il settore siderurgico.
In ogni caso secondo Ting Lu, economista di Merrill Lynch, i nuovi dati sul Pil riflettono in maniera più veritiera la posizione raggiunta dal gigante giallo nel contesto mondiale. «Penso che alla Cina ci vorranno solo tre o quattro anno per superare il Giappone e diventare seconda economia mondiale».

Resta più lontano il vertice: sempre nel 2007 l’ammontare del Pil degli Stati uniti era stato pari a 13.800 miliardi di dollari, mentre il Giappone aveva raggiunto 4.400 miliardi. Inoltre, se in termini assoluti la Germania è stata superata, ben diversa è la situazione se guardata in termini di ricchezza pro capite. A ognuno dei circa 85 milioni di tedeschi corrispondono 38.800 dollari sul 2007, mentre diluito per gli innumerevoli cinesi il Pil 2007 si riduce ad appena 2.800 dollari a testa.
Secondo Lu potrebbero volerci decenni per la Cina per colmare il gap produttivo con gli Usa, anche nell’ipotesi irrealistica che l’economia americana rimanesse ferma ai livelli attuali «ci vorrebbero oltre 20 anni per il sorpasso – ha rilevato – è un orizzonte temporale così distante che è davvero azzardato fare previsioni».

«Il sorpasso sulla Germania – ha commentato a Il Sole 24 Ore Radiocor il presidente di Osservatorio Asia, Alberto Forchelli – non desta sorprese. La Cina ha negli anni inanellato una serie ininterrotta di successi e quest’ultima performance appare fatidica. Se le previsioni saranno rispettate il Giappone sarà raggiunto in 5 anni e gli Stati Uniti in 30. Quando la Cina sarà la prima economia al mondo, la classifica sarà coerente con le dimensioni. Finora il paese ha scontato una bassa produttività che moltiplicava, con risultati modesti, un immenso bacino di forza lavoro. Da quando le dotazioni del paese sono migliorate, le macchine si sono accoppiate alle braccia, la Cina è diventata un Dragone. È automatico scalare le classifiche quando si è i primi produttori mondiali di acciaio e di prodotti agricoli. Quando la supremazia riguarderà l’elettronica, la cantieristica, l’automotive, l’apice sarà raggiunto. C’è da sperare che per quel tempo la Cina sia stata finalmente invitata al G8».

I balzi in avanti della Cina sul fronte economico sono stati innescati dopo le profonde riforme lanciate nel 1979 dallo storico leader Deng Xiaoping. Allora la sua economia valeva appena 300 miliardi di dollari, nemmeno un decimo del dato 2007, secondo le cifre del Fondo monetario internazionale.

Fonte: www.ilsole24ore.com

Annunci

Read Full Post »

di Luca Vinciguerra

SHANGHAI – “Maledetti americani”, impreca l’uomo del borsino. “Sì, maledetti americani, ci hanno proprio rovinato”, gli fa eco un altro a fianco a lui. Xu e Zhang fumano nervosamente davanti all’ingresso di una casa di brokeraggio, mentre sparano sentenze al veleno su Wall Street, la politica e l’alta finanza Usa.
I due uomini sulla cinquantina, alla stregua di decine di migliaia di investitori cinesi con il debole per l’azzardo di Borsa, non hanno dubbi: se oggi sono più poveri e inguaiati, è tutta colpa dei loro dirimpettai sulla sponda opposta del Pacifico. È da là che, negli ultimi dodici mesi, è iniziato a soffiare sempre più forte quel vento di sfiducia che ha finito per travolgere il listino di Shanghai, facendolo piombare dai massimi storici a livelli che nessuno, oltre la Grande Muraglia, avrebbe mai più pensato di rivedere. “Gli americani ci hanno rovinato”, ripete Zhang sfilando dai pantaloni le tasche vuote. “Un anno fa, avevo circa 180mila yuan sul mio conto azionario. Oggi, me ne restano a malapena 20mila”, aggiunge l’uomo del borsino con un amaro sorriso di sconforto.
La storia dirà se il crollo della Borsa Rossa, il listino che nel biennio 2006-2007 aveva messo a segno le migliori performance mondiali, è stata davvero tutta colpa degli americani. O se i cinesi non ci abbiano messo molto del loro. “È una questione che non mi riguarda”, dice un giovane impiegato di banca. “Chi ha investito i propri quattrini in Borsa sapeva benissimo che poteva perdere tutto. Era già successo, e neanche tanto tempo prima”.

Due diverse percezioni della crisi.
Il terremoto finanziario che sta sconvolgendo il capitalismo mondiale vede la Cina spaccata in due. Da un lato, c’è l’enorme parco buoi (una cinquantina di milioni di persone) che piange, si pente e maledice pensando ai quei 1.700 miliardi di dollari andati in fumo nel giro di un anno. Dall’altro, c’è la stragrande maggioranza dei cinesi, per la quale la crisi finanziaria globale è un affare lontano e remoto. Qualcosa che non li riguarda, ordinarie notizie di sventure altrui da ascoltare distrattamente al telegiornale della sera.
Ma per quanto tempo ancora la crisi dei mutui subprime sarà un mal di testa solo per i cinesi del borsino? Probabilmente, non per molto.
È vero, l’esposizione delle banche del Dragone verso la disastrata finanza Usa è molto contenuta, come hanno tenuto a sottolineare più volte in questi giorni le autorità monetarie di Pechino. Ed è altrettanto vero che, sebbene la Cina sia dopo il Giappone la maggiore finanziatrice del debito americano (il paese detiene 520 miliardi di dollari di Treasury Bond, mentre Tokio ne ha in portafoglio quasi 600), l’unica cosa che oggi potrebbe mettere in ginocchio il gigante asiatico è una dichiarazione di default degli Stati Uniti. Ma questo, nonostante Washington sia alle prese con la peggiore crisi degli ultimi 80 anni, allo stato dei fatti è ancora un rischio improbabile.

Rischio fuga di capitali: la stagione delle Ipo miliardarie è finita
Ciò premesso, la coda del ciclone partito da Wall Street nell’estate 2007, e poi via via cresciuto d’intensità sino ad assumere dimensioni devastanti, sembra destinata a colpire molto presto anche sul mondo della finanza cinese.
“L’eccesso di liquidità globale che negli Stati Uniti ha generato una montagna di sofferenze bancarie, di prodotti finanziari a rischio e di investimenti sbagliati alla fine è arrivata anche in Cina – spiega Manu Bhaskaran, economista di Centennial Group Singapore – Negli ultimi anni, infatti, le aspettative di rivalutazione dello yuan hanno catalizzato una parte consistente di questa liquidità nel paese, creando una bolla speculativa sia in Borsa che nel settore immobiliare. Ora è evidente che un ritiro massiccio di questi capitali potrebbe avere effetti destabilizzanti sul sistema finanziario cinese”.
Un sistema finanziario che, nell’ultimo biennio, sfruttando abilmente l’arma del renminbi forte e l’insaziabile appetito degli investitori internazionali per tutto quanto fosse marchiato made in China, ha cavalcato alla grande il momento propizio scaricando sui mercati internazionali una quantità di carta senza precedenti. Dalla primavera 2006 a oggi, Pechino ha lanciato quasi duecento Offerte Pubbliche di Vendita societarie per un controvalore complessivo di circa 100 miliardi di dollari. Ma ora, con questi chiari di luna, la grande stagione delle Ipo è finita.

La crisi finanziaria contagerà l’economia reale
Quel che è peggio, e che ancora sfugge ai cinesi della strada, è che il botto della finanza americana avrà ripercussioni negative anche sull’economia reale del Dragone. È solo una questione di tempo, assicurano gli esperti, sempre più indaffarati a rivedere al ribasso le stime di crescita del prodotto interno lordo cinese. “La congiuntura sta rallentando più rapidamente del previsto”, avverte Dong Tao, economista di Credit Suisse. I segnali della frenata sono molteplici: il calo delle vendite di auto, la contrazione dei consumi energetici, la gelata delle transazioni immobiliari, la flessione dei prezzi interni dell’acciaio.
Ma il pericolo maggiore viene dal principale motore dell’economia cinese, cioè dal commercio estero. “Finora le esportazioni hanno tenuto testa alla recessione mondiale, ma già tra qualche mese la crisi finanziaria americana e la rivalutazione dello yuan, soprattutto quella nei confronti dell’euro, si faranno sentire”, sostiene l’economista indipendente, Andy Xie.
Nonostante gli sforzi prodotti dal Governo negli ultimi anni, le esportazioni contribuiscono ancora per un terzo alla formazione del prodotto interno lordo del Dragone. L’attesa frenata del made in China, dunque, avrà certamente un impatto depressivo sull’intera economia. “Quando l’economia di un paese dipende in misura rilevante dal commercio estero, e non può contare su un mercato domestico sufficientemente dinamico per compensare il rallentamento dell’export, è normale che il rischio per la crescita economica sia maggiore che altrove”, osserva Stephen Roach, presidente di Morgan Stanley Asia.

Il vecchio modello di sviluppo export oriented deve cambiare
Al di là degli effetti negativi che il grande crollo di Wall Street produrrà nei mesi a venire sulla finanza cinese, la lezione principale per il Dragone è proprio questa: le sorti dell’economia di una superpotenza non possono essere legate a doppio filo al ciclo economico internazionale. “Questa crisi deve spingere la Cina a cambiare il proprio modello di sviluppo”, dicono ora in coro gli esperti, suggerendo a Pechino la ricetta per affrontare il nuovo corso: rivalutare lo yuan e varare riforme fiscali per stimolare i consumi interni.
La tanto biasimata invasione del made in China nel mondo volge dunque al termine? È prematuro per dirlo. Per ora, Pechino ne gode i benefici: 1.800 miliardi di dollari di riserve valutarie accumulate in meno di cinque anni. Ma, al tempo stesso, fa tutti gli scongiuri del caso. Quasi un terzo di quel tesoretto, infatti, è andato a finanziare il paese più indebitato del pianeta: non sia mai che ai “maledetti americani” salti in mente di combinare qualche altro brutto scherzo.

Read Full Post »