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Gli investitori sono sempre meno attratti dalla Cina, in favore di altri mercati: India, Europa centro-orientale, Russia e Sud Est Asiatico. Non solo: le multinazionali possono raggiungere il successo più velocemente in mercati più piccoli, come Thailandia, Colombia o Cile. E’ quanto rivela un recente studio internazionale “Promessa o Rischio – la seduzione dei mercati emergenti” condotto da Atradius, leader globale e fornitore di assicurazione del credito e servizi di recupero crediti, attraverso interviste ad executive di società attive in 19 settori commerciali nelle regioni Asia Pacifico, Nord America, America Latina, Europa occidentale e Orientale, Medio Oriente e Africa. Insomma, anche altri Paesi stanno diventando sempre più favoriti. Negli ultimi tre anni, il 60% delle società intervistate ha continuato a dare priorità massima alla Cina, seguita dall’India, considerata importante dal 41%, e dal Sud-Est Asiatico, Cina esclusa, importante per il 26%.
Tuttavia, vi sono segnali di un’inversione di tendenza, dato che solo il 48% degli intervistati intende concentrarsi in futuro prevalentemente sulla Cina. In altre parole, la Cina rimane l’obiettivo primario, ma il margine si è ridotto. Nei prossimi anni, il 45% intende concentrarsi sull’India e – praticamente alla pari – il 25% e il 24% intendono concentrarsi, rispettivamente, sull’Europa Centro-Orientale, il Sud-Est Asiatico (Cina esclusa) e la Russia.
Gli esperti di settore ritengono che ci siano cambiamenti in vista per la Cina, che diventerà più interessante come mercato al consumo in espansione, piuttosto che come fonte di produzioni a basso costo, passando cioè da una base di esportazione ad un mercato al consumo.  Il sondaggio evidenzia infatti che quasi tre quarti delle aziende presenti in Cina ha registrato utili superiori ai livelli previsti. Ma i costi crescenti di manodopera e materie prime nel Paese, potrebbero indurre i produttori a spostarsi in India, Europa orientale e in altri mercati di secondo livello.

“Alcune società si sono rese conto che le multinazionali possono avere successo più velocemente nei mercati più piccoli, come Thailandia, Vietnam o parti dell’America Centro-Meridionale” osserva Peter Ingenlath, Chief Risk Officer e Vice Presidente di Atradius.

La recessione potrebbe coinvolgere anche i mercati emergenti
“I risultati dello studio evidenziano che la scelta del Paese in cui investire è dettata più da una spinta emotiva che non da una solida gestione del rischio” sostiene Ingenlath.  “Il nostro studio fa emergere la consapevolezza di particolari rischi posti dai mercati emergenti e può aiutare le società ad essere più preparate ad affrontarli” conclude Ingenlath.
“Nonostante il notevole ottimismo che molte società nutrono nei confronti di Paesi specifici, lo studio rivela chiaramente che molte società sottovalutano i rischi locali” aggiunge Samuel Pengel, Country Manager di Atradius in Italia.
Mentre i mercati emergenti sono oggi meglio preparati ad affrontare la recessione nei mercati industrializzati, così da evitare di essere travolti dalla crisi, non sarebbero in grado di resistere ad una recessione più prolungata e più profonda. Anzi, molti esperti prevedono una crescita economica negativa – almeno per diversi trimestri consecutivi – in conseguenza della crisi dei sub-prime negli Stati Uniti.
Da un lato, il 72% degli interpellati ritiene che le rispettive società saranno in grado di trarre vantaggio dalle crescenti opportunità offerte dai mercati emergenti nei prossimi tre anni. Dall’altro, però, solo il 30% ritiene che i rischi diminuiranno nello stesso periodo. Il 69% ritiene che il proprio livello di rischio rimarrà invariato o si accentuerà.
Il 92% degli intervistati inoltre, considera ostacoli significativi o molto significativi i fattori macroeconomici, mentre il 91% l’instabilità politica o i regolamenti poco trasparenti e l’eccessiva burocrazia. Dal punto di vista operativo, i limiti al successo considerati significativi o molto significativi dagli esperti comprendono le infrastrutture insufficienti (84%), formazione inadeguata (75%) e rischi di credito (74%). 
Il 55% delle società intervistate prevede un aumento delle vendite di oltre il 16%. Nonostante tutti i rischi, vi è grande ottimismo, particolarmente evidente nelle vendite che gli intervistati ritengono di poter realizzare nei mercati emergenti nei prossimi tre anni: mentre il 42% delle società ha registrato negli ultimi tre anni un aumento annuo delle vendite superiore al 16%, ben il 55% prevede gli stessi livelli di crescita per i prossimi tre anni.
Il 90% sostiene invece che le opportunità di crescita sono considerevoli o molto considerevoli per quanto riguarda la pianificazione delle attività potenziali in questi mercati. Altri aspetti importanti sono la capacità di fornire servizi migliori ai clienti internazionali (58%) e la capacità di evitare la crescente pressione competitiva nei mercati interni (57%). 
La tendenza ad investire nei mercati emergenti rimane invariata. I flussi di capitali totali diretti verso i mercati emergenti hanno raggiunto livelli mai visti nel 2007, secondo i numeri dell’Institute of International Finance (IIF), pari a 782 miliardi di dollari. Di questa somma, 225 miliardi di dollari riguardano gli investimenti esteri diretti (FDI) – con un aumento superiore al 50% rispetto al 2006.
Per quanto riguarda le strategie per l’accesso ai mercati, il 29% delle società ricorre ad alleanze o partnership strategiche, mentre il 23% apre uffici di rappresentanza e il 14% importa merci.

fonte: affariitaliani.it

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di Piero Formica
 
 
Possiamo trarre benefici dallo slittamento verso il continente asiatico del centro di gravità dell’innovazione? “L’atlante delle idee” redatto dalla Demos, un influente think tank inglese, aiuta nella scelta dei percorsi da seguire. L’approccio indiano all’innovazione  è cosmopolita. Non c’è in India niente di assimilabile alla nostra idea di fare sistema per l’innovazione. Gli imprenditori indiani hanno buoni motivi per dubitare della loro pesante burocrazia pubblica che mettendo il cappello sulla costruzione del sistema innovazione finirebbe col plasmare un corpo di leggi, norme e procedure tali da soffocare l’innovazione già  nella culla. Dubbi che sarebbe bene coltivare anche in casa nostra. Ciò che in India conta è la circolazione dei talenti, i flussi e le reti globali d’innovazione che vedono protagonisti imprese come Infosys, il gigante dei servizi di software.

Sono imprese che prosperano grazie alle connessioni con i leader imprenditoriali del mondo occidentale piuttosto che investendo molto nella ricerca. Infoysis vi dedica meno dell’1 per cento delle vendite. Ecco dunque un primo percorso: entrare nella circolazione dei talenti, navigare nei flussi d’innovazione, agganciarsi alle reti globali per rintracciare opportunità  di business altrimenti non esplorabili nè praticabili. La percorribilità  dipende dalla capacità delle nostre imprese, prevalentemente di piccole e medie dimensioni, di connettersi alle reti lunghe e ai nodi degli scambi internazionali che sono intrecciati dalle imprese integrate globalmente. Se ben connessa, la piccola impresa è grande indipendentemente dal numero degli addetti e dal fatturato. Se isolata, è piccola anche se grande secondo i parametri consueti.
Il tecno-nazionalismo cinese è uno scenario affatto diverso dal precedente. Qui il percorso è tracciato dal prestigio nazionale. La Cina vuole creare i suoi campioni imprenditoriali traendo valori commerciali dalle scoperte scientifiche e dalle ricerche nei laboratori delle università. La cultura della start-up alla maniera della Silicon Valley non essendo ancora attecchita, il terreno è vergine per l’incontro tra due civiltà  millenarie. Un incontro che dovrebbe avvenire all’insegna dei nuovi paradigmi scientifici che abbattono le barriere tra bio, nano e info scienze. Un incontro che potrebbe essere propiziato dalla collaborazione tra i nostri giovani ricercatori ed i loro colleghi cinesi per dar vita ad imprese ad alta crescita e internazionali sin dalla nascita. Certo, per l’Italia questo è un percorso del tutto inedito e accidentato. Manca nelle nostre università  e nei centri di ricerca la cultura del fare impresa.

Pochi i nostri investitori disposti a partecipare a un parto tanto travagliato quanto lo è quello della nascita di un’impresa, per giunta se innovativa e internazionale. Eppure, mancare all’appuntamento vorrebbe dire restare fuori dai giochi dell’economia imprenditoriale programmati dal tecno-nazionalismo cinese. Ma chi in Italia vorrà  e potrà  mai tagliare con la spada i nodi gordiani dell’università , della ricerca e della finanza?
Diversamente dall’India che punta sulle reti sociali senza frontiere e sul settore privato e dalla Cina in cui la mano pubblica sta al centro degli sforzi d’innovazione, il terzo attore asiatico, la Corea del Sud, vede protagonisti dell’innovazione i grandi conglomerati (le chaebol) e le città della scienza sponsorizzate dal governo. Tra queste, Deadok Innopolis con 53 centri di ricerca e più di 6 mila superlaureati.

Chaebol molto forti che alzano barriere all’ingresso di nuovi entranti e piccole imprese molto deboli fanno della Corea un gigante con i piedi d’argilla. Popolato da incombenti nazionali così tetragoni, il percorso coreano è forse il più ostico da battere. Qui paghiamo lo scotto di aver poco, distrattamente e male coltivato la crescita delle nostre piccole imprese. Sul terreno coreano poco può la cinquecento italiana del “piccolo è bello” contro le locomotive industriali di altri paesi europei. Basta guardare alla Svezia che, trainata da AstraZeneca, Alfa Laval Sony Ericsson, Sab, Abb, Electrolux, Scania, Volvo, Ikea, H&M, Skandia e altri grandi gruppi ancora, ha molto più potenza di noi da spendere lungo quel faticosissimo tracciato.
da www.denaro.it del 19-06-2008 num. 117

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La Cina come pericolo

A.       Le reqole del buon investimento
Nell’affrontare   la   realizzazione   di   un   progetto   d’investimento    in   Cina   è inevitabile   che   si   debbano   adottare   tutti   gli   accorgimenti   generalmente necessari per attuare un investimento analogo  in qualsiasi altro luogo.

Seppure  questa  considerazione  possa  sembrare  a  prima  vista  banale,  in  realtà non è così.
Risulta infatti estremamente  importante procedere con  un’analisi  preliminare di fattibilità  ancora in Italia e volta  a:

l.       individuare in  modo chiaro gli obiettivi imprenditoriali che si  intendono raggiungere

2.       valutare  le opportunità  di  mercato  per  il  proprio  prodotto  o  servizio e, quindi,  condurre  una  preliminare analisi  di  mercato  che  ne evidenzi  le potenzialità,  nonché la presenza e la  rilevanza dei concorrenti.

3.       valutare   se   la   propria   azienda   sia   idonea   ad  operare  sul   mercato cinese

4.       valutare  se  la  propria  azienda  sia  in  grado  di  individuare  nell’ambito del  proprio  organico  italiano  uno  o  più  soggetti  da  trasferire  in  Cina, oppure    se    sia    possibile    procedere   alla    formazione    di    soggetti appositamente  destinati ad operare  in Cina per proprio conto

5.       individuare  I’impostazione  più  adeguata  del  progetto  d’investimento, dal  punto  di  vista  giuridico,  fiscale,  finanziario  e  commerciale,  anche con  il  supporto  di  professionisti  italiani  che  dispongano  della  dovuta competenza

6.       valutare   la   tipologia   e   la   forma   dell’investimento   (costituzione   di società    con    o    senza    socio    cinese,     costituzione    di    ufficio    di rappresentanza,    impostazione    di    rapporti    contrattuali    di    natura commerciale,  creazione  di  una struttura  produttiva,  di trading,  ecc.).

7.       valutare   se  sia  o  meno  necessario  il  coinvolgimento   di  un  partner cinese

8.       condurre  opportune  verifiche  con  riguardo  all’affidabilità   del  partner cinese

9.       valutare  la  collocazione  territoriale  dell’investimento,   soprattutto  nel caso di  unità di  produzione

10.     ricercare   in   Italia   il   supporto   professionale   adeguato   (in   ambito commerciale,   legale,   fiscale,   finanziario,   contabile)   al  fine  di  avere l’assistenza  necessaria attraverso  il  percorso di  analisi  e verifica  sopra delineato,    considerando    l’opportunità    che    la    predetta    struttura professionale  sia  in  grado  di  seguire  I’investitore  anche  nella  fase  di attuazione  dell’investimento  direttamente  in  loco  per  mezzo di  propria struttura  presente in Cina

Di   seguito,   qualche   considerazione   di   massima   può   essere   poi   spesa   in relazione    ad    alcuni    elementi    fondamentali    nell’ambito    di    un    progetto d’investimento.

 Il  Partner ideale
Succede  che  in  molti  casi  I’investitore  per  ovvie  ragioni  (per  limiti  linguistici, diversità  culturale,  ecc.),  non sia  in grado  di  gestire  direttamente  l’avviamento dell’operazione   in  Cina  e,   nel  contempo,   miri  a  semplificare  il  percorso  e  a minimizzare  i  costi  di  investimento,   non  curando  in  modo  adeguato  l’analisi preliminare  di  fattibilità  sopra  citata  oppure  limitando  od  escludendo  la  ricerca di  confronto   e  supporto   da   parte  di   professionisti  o  strutture   adeguate  ad assisterlo.

In molti di questi  casi,  può avvenire che  l’investitore  decida  di affidarsi  in modo completo  all’eventuale  possibile socio  cinese  con  il quale  si  ritiene sia  stato  nel frattempo  instaurato  un  rapporto di  fiducia,  nella convinzione  che  questi  possa curare  adeguatamente  gli  interessi dell’investitore  italiano  nella  prospettiva  del costituendo rapporto associativo.

E’  chiaro  che  I’individuazione  del  partner ideale  può  risultare difficile  anche  nel caso  in  cui  si  tratti  di  soggetto  della  medesima  nazionalità  dell’investitore.  E’ però altrettanto  evidente  che  I’individuazione  di  un  partner  cinese,  ossia  di  un individuo   che   presenta   modalità   comportamentali   e   logiche   di   pensiero completamente    diverse   dalle   nostre,    debba    comportare   necessariamente un’indagine     più     approfondita     della     persona     e     del     suo     background imprenditoriale e sociale.
 
Soci  inadeguati sono  ovunque  nel  mondo e  spesso  la  parte  italiana  ha  dovuto, e  dovrà,  confrontarsi  con  partner  inaffidabili  anche  in  Cina;  è  pur  vero  che  in taluni  casi  è  stata   proprio  I’eccessiva   confidenza  da   parte  dell’imprenditore italiano,  confidenza  che  questi  non  si  sarebbe  molto  probabilmente  concesso nel gestire  i  propri affari  in Italia,  a  lasciare campo  libero al  partner cinese  per poterne approfittare a proprio esclusivo  beneficio.

Si  consideri  che  l’ordinamento  cinese  prevede  da  qualche  anno  la  possibilità per  gli  stranieri   di  attuare   un  investimento   in  Cina  a  capitale  interamente estero   (ossia   costituendo   una   società   a   responsabilità   limitata   senza   la partecipazione  di  un  partner  locale),  e  sempre  maggiore  è  il  ricorso  a  questa forma  d’investimento.
In alcuni  casi,  però,  la  presenza di  un  socio  cinese è comunque  essenziale  alla buona riuscita dell’investimento.

 Il    partner    locale,    infatti,    rappresenta    soprattutto    dal    punto    di    vista commerciale,   più  che  rispetto  alla   produzione  (che  fa   parte  del   know  how straniero),  la chiave d’accesso  al mercato cinese.

Laddove  il  coinvolgimento  del  soggetto  cinese  sia  imprescindibile,  sarà  quindi consigliabile   individuare   un  operatore   locale   strutturato   dal   punto  di   vista commerciale;   oppure,   se   si   tratta   di   un   partner   produttivo   in   un   settore omogeneo,   assicurarsi  che   il  prodotto  dello  stesso   sia   complementare   con quello del  partner  italiano  in  modo da  rendere entrambi i prodotti  più appetibili sul  mercato  senza  che  il  socio  cinese  abbia  interesse  ad  assorbire  la  capacità produttiva  dell’italiano;   oppure ancora,  nel caso  in cui  si tratti  di “imprenditore improvvisato”  (spesso,  molti  cinesi  che  hanno  accumulato  mezzi  finanziari  in altri ambiti,  si  propongono come soci finanziatori  per convogliare  dette  finanze
e,    possibilmente,    avviare    un’attività    imprenditoriale   grazie    aIIfessenziaIe contributo   straniero   di  tecnologia,   creandosi   così  un’attività   per   la   propria prospettiva  futura),  in  tal  caso  sarà  opportuno  riservare  al  partner  italiano  un potere  quanto  più  ampio  possibile  di  intervento  nella  gestione  dell’azienda  e dell’attività  produttiva  (ma anche commerciale).

 Il Luoqo per l’investimento  industriale
 
Altro  aspetto  importante,  soprattutto  per  la  collocazione  di  un’unità  produttiva,
è rappresentato dalla  localizzazione dell’investimento.

Sebbene  più  ci  si  allontani  dalla  linea  costiera  e  più  è  possibile  beneficiare  di bassi costi di  produzione,  di  manodopera,  di costruzione  o affitto di stabilimenti e di  diritti  d’uso  del terreno,  è pur vero  che  in tal  caso  minori sono  le garanzie di  trovare  una  manodopera  affidabile  (in  termini  di  qualifica  e  di  continuità  di presenza  –  in  molti  casi  si  tratta  di  gente  delle  campagne  circostanti  che  si fanno  assumere allo  scopo  di accumulare  nel giro di  pochi  mesi danaro  per  poi tornare    nel    villaggio    d’origine     abbandonando    il    posto    di    lavoro),     le infrastrutture   e   l’ambiente   possono   non   essere   adeguate   per   accogliere   il progetto   d’investimento    e   per   trattenere   il   personale   più   qualificato   (in particolare  quello  italiano)  che,  a  quel  punto,   si  trova  isolato  e  lontano  dai centri abitati che possono garantire  migliori condizioni di vita.

Oggi  la scelta  ottimale  ricade ancora sulla fascia  territoriale che si affaccia  sulla linea  costiera  orientale  e,   più  ancora,   sulle  zone  che  circondano  le  città  più importanti,    da   Shanghai   a   Suzhou,   Tianjin,    Guangzhou,    Dalian,   Xiamen, Ningbo,  ecc.,  attorno  ad  alcune  delle  quali  si  sono  sviluppati  i  più  importanti parchi industriali cinesi (gestiti direttamente dal governo centrale).

Quando   il   partner  cinese   è  presente,   potrà  sembrare   ottimale  collocare   il progetto  nella  zona  d’origine  del  partner stesso  onde  sfruttare  le  relazioni  che questi abbia  in essere  con  le autorità  locali del  luogo  in cui  questi  sia  radicato, soprattutto  nell’ottica  di sveltire  le procedure amministrative  previste  per legge per l’approvazione  del progetto d’investimento  e la costituzione della società.

Peraltro,   si  consideri   a  titolo  esemplificativo   che  nell’ambito   di  una  società compartecipata (la cd. joint  venture),  lo scioglimento  della  stessa  (così come la modifica dello statuto,  la fusione o  la scissione e  l’aumento  del capitale sociale) deve essere deliberato dal consiglio di amministrazione all’unanimità.

La  delibera  anzidetta  deve  poi  essere  sottoposta  al  vaglio  delle  autorità  che  in origine  sono  state  investite  dell’approvazione   del  progetto  di  investimento  e della  costituzione della società.

E’  evidente  che,   nel  caso  in  cui  sorga   un  disaccordo  tra   le  parti  in  merito all’ipotizzato  scioglimento  della  società,  quelle stesse  relazioni  preferenziali del partner   cinese    che    inizialmente    avevano    favorito    l’avvio    del    progetto, potrebbero    in   un   secondo   tempo   favorire    solamente   il    partner   locale, ritorcendosi contro I’investitore  italiano.

In tal  senso,  quindi,  non sempre  può  ritenersi ottimale  la scelta  di  localizzare  il progetto nell’orbita  dell’ambito  territoriale  dal quale il partner cinese proviene.
Il management italiano

Un  ulteriore  aspetto  di  notevole  importanza,   che  in  alcuni  casi  viene   però sottovalutato,  è  la  necessità  che  I’imprenditore  italiano  garantisca  in  Cina  una propria  presenza,  se  non  continuativa  almeno  periodica,  nonché  una  presenza italiana stabile  nell’ambito  del  management della  società  cinese,  importante ad assicurare  non  solo  il  controllo  delle  attività   ma  anche  il  criterio  e  l’ordine gestionale,  oltre che il ritmo di operatività,  propri della  nostra imprenditoria.

In alcuni casi,  soprattutto  per la tipologia  di  impresa tipica  in Italia  (imprese  di piccole-medie   dimensioni   e   a   struttura   familiare   e,   quindi,   con   una   forza manageriale talvolta  limitata  nel  numero e  poco  propensa  alla  delocalizzazione ma  più  votata  a  rimanere  in  Italia),  I’individuazione  della  persona  da  dedicare stabilmente  alla  realtà  aziendale creata  in  Cina  può  rappresentare  un  rilevante problema  per  I’investitore   italiano,  tale  da   arrivare  talvolta   a  dissuadere   lo stesso rispetto all’immediata  realizzabilità  del  progetto.

Del  resto,  la  presenza  dell’investitore  e del  proprio  personale italiano  di fiducia è  essenziale,  indipendentemente  dal  fatto  che  l’investimento  sia  realizzato  in Cina  piuttosto che  in qualsiasi  altro  luogo,  dal  momento che sempre  una  realtà aziendale     deve     sentire     al     proprio     interno     la     presenza     e     l’anima deIIfimprenditore.

Per  questo,   I’imprenditore   che   intenda   attuare   un   progetto   in   Cina   dovrà seriamente  valutare  l’aspetto  sopra  evidenziato,   eventualmente  individuando una  risorsa  ad  hoc da  formare  presso la  propria  impresa  in Italia e da  dedicare al progetto non appena  possibile.


La leqislazione

La situazione legislativa  impone a sua volta  alcune considerazioni.

Negli  ultimi  20  anni  la  Cina  ha  rivoluzionato  il  proprio  ordinamento  giuridico promulgando   numerosissime   leggi   in   ogni   ambito   del   diritto:   la   legge   sui contratti  è  del  1999,  la  legge  marchi  e  la  legge  brevetti  sono  del  2001,  tra  il
2000 ed il 2001 sono stati  rivisti i testi  normativi  in  materia  di joint  venture  tra cinesi e stranieri  e di società  a intero capitale straniero,  mentre tra  il 2005 ed il
2006 sono entrate  in vigore  le nuove leggi in materia  di società  commerciali,  di fallimento,  di acquisizioni e fusioni,  di energia  rinnovabile.

Peraltro,  ad  alcune  di  queste  normative,  per  lo  più  a  carattere  generale,  non sono seguiti  (ancora)  i regolamenti di attuazione  mentre in altri casi sono state emanate  circolari  amministrative  (alcune  pubblicate,  altre  a  carattere  interno alla    pubblica    amministrazione)    che    anziché    agevolarne    l’interpretazione pongono ostacoli  alla  loro efficace applicazione.

A  ciò  si  aggiunge  il  fatto  che  spesso  coloro  che  sono  chiamati  ad  applicare dette  leggi,   non  tanto  nell’ambito  di  un  contenzioso  ma  anche  e  a  maggior ragione    nell’ambito     di    un    procedimento    amministrativo     (come    quello dell’approvazione  della  costituzione  di  una  società  da  parte  di  un  investitore straniero),  sono  rappresentati  da funzionari  della  pubblica  amministrazione che difettano   di   preparazione   giuridica   e   culturale   idonea   a   gestire   in   modo coerente e continuativo il disposto  normativo.

La  stessa  cultura  giuridica  degli  operatori  del  diritto  in  Cina  è  ancora  in  alcuni casi  immatura;  anch’essi  devono confrontarsi  con  un quadro  legislativo recente ed  estremamente  dinamico  e  variabile,   disponendo  di  contro  di  un  vissuto assai giovane e,  quindi,  a tratti incerto.

Anche  per  tale   ragione  risulta  opportuno  per  l’investitore   italiano  avere  un riferimento  ed  un  sostegno  professionale  da  parte  di  strutture  che  integrino varie     professionalità     insieme,      beneficiando     dell’apporto      consulenziale dell’esperto   italiano  come  di  un  conforto  correttivo   rispetto  alle  attività  da svolgere  in Cina in relazione all’attuazione  dell’investimento.


Conclusioni

La   Cina   è   sicuramente    un’opportunità    che   va   colta   sulla   scorta   di   un approfondimento  adeguato  ed  un inquadramento quanto  più  possibile  puntuale di qualsiasi  progetto d’investimento.

La  spinta  imprenditoriale  di  coloro  che  hanno  costruito  il  tessuto  industriale  e commerciale  italiano  sicuramente  ben  si  può  collocare  in  questo  Paese  ma  a fronte  di un’indagine  che non può essere superficiale.

La   Cina   è   indubbiamente   proiettata   verso   una   sempre   maggiore   apertura legislativa  e  di  mercato  che  in  pochi  anni  le  permetterà  di  raggiungere  ed eguagliare   le   altre   nazioni   occidentali,    assicurando   a   tutti   gli   effetti   un
ambiente   adeguato   per   gli   investimenti   stranieri   sotto   il   profilo   sociale, economico e legale.

Nel   frattempo,   è   importante   indagare   tanto   in   merito   alle   opportunità   di investimento,   sicuramente   ampie,   quanto   in   merito   al   miglior   criterio   di approccio  a  questo  nuovo  mercato  e,  in  tal  senso,   l’apporto   consulenziale  e professionale  potrà   giocare   un  ruolo  fondamentale   nell’inquadramento   delle modalità  di tale avvicinamento alla Cina.

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Istruzioni per l’uso
Sezione 1

 I.      La Cina come opportunità

La   Cina   è   sempre    più    un’opportunità    di    business.    Questo   è   un   dato incontrovertibile.
  Da   tempo   ormai   si   parla   della   Cina   come   dell’officina   del   mondo,   Paese     nell’ambito   del   quale   beneficiare   di   costi   di   produzione   più   contenuti   in considerazione  di  varie  componenti,  tra  cui  il  basso  costo  della  manodopera  e di  alcuna  materia  prima,  nonché  gli  incentivi  fiscali  che  il  governo  concede  in varia  misura agli investitori stranieri.

 Nel   contempo,   sempre   più   negli   ultimi   anni,   la   Cina   è  stata   in   grado   di garantire   un  graduale   innalzamento   del   livello   di  qualità   della   produzione, assicurando  mano a  mano  un  prodotto  monetariamente  e  qualitativamente  più appetibile per i mercati occidentali.

    La Cina,  grazie ad  una spinta  politica univoca  ed  unitaria  maggiore rispetto alla meno  “inquadrata”   India,  nonché  industrialmente  più  matura  rispetto  ad  altri Paesi   asiatici,    risulta    per   il   momento   il   Paese   in   via    di   sviluppo   più immediatamente avvicinabile da  parte di progetti d’investimento  esteri.

    D’altro   canto,    la   maggiore   concorrenzialità   di   prezzo   del   prodotto   finito (generalmente  destinato  ai  mercati  occidentali)   derivante  dai  minori  costi  di produzione,   può   non   essere,   almeno   nel   medio-lungo   termine,   l’elemento destinato a giustificare un siffatto tipo di  intrapresa.

    Come   detto,   infatti,   ben   presto   I’innalzamento   della   qualità   di   processi  di produzione   e   di   prodotto,   corrispondente   ad   un   aumento   del   numero   di lavoratori  sempre   più  qualificati,   oltre  che   per  il  concorso   di  tutti   gli  altri elementi      economici,      comporterà      una      graduale      diminuzione      della concorrenzialità di quanto fabbricato  in Cina.

    Inoltre,    gli    incentivi   fiscali    oggi    in   varia    misura    indirizzati   ai    progetti d’investimento  realizzati da  stranieri  andranno di volta  in volta  assottigliandosi, quando  l’investimento  straniero inizierà  a  non essere  più così  necessario  per  la Cina,  ossia  quando  la  tecnologia  occidentale  sarà  ragionevolmente  diffusa  sul territorio  e I’immissione  di valuta  straniera  (la  produzione in Cina da  parte degli investitori  è  oggi  maggiormente  sostenuta  se  indirizzata  all’esportazione  che determina  immissione  nel  Paese  di  valuta  straniera)  cesserà  di  rappresentare una  priorità  per il Governo cinese.
   A  quel  punto,  verranno  meno  quei  presupposto  oggi  esistenti  che  permettono di  conferire  al   prodotto  fabbricato   in  Cina   la   ricercata  concorrenzialità   per garantirsi buoni margini di  profitto nei mercati occidentali.

   E’   quindi   importante   valutare   la   Cina   anche   sotto   un   diverso   profilo   di opportunità,   ossia  considerando  il  fatto  che  in  questo  Paese  sempre  di  più  si sta    formando    un    immenso    bacino   di    consumatori    che    si    affaccia    ad un’economia  di  mercato di  tipo  occidentale,  sempre  più capace e desideroso  di assicurarsi  uno standard di vita  più vicino al  nostro.

   In  tal  senso,  è  inevitabile  prendere  atto  del  fatto  che  da  officina  del  mondo, dove  si  produce  per  esportare,   la  Cina  sta  diventando  essa  stessa  il  mercato verso  il  quale  la  produzione  è  diretta;   laddove  nella  maggior  parte  dei  Paesi occidentali  la  grande  fascia  dei  consumatori  si  sta  rapidamente  assottigliando per  un  progressivo  impoverimento  della  classe  media,  in  Cina  la  stessa  fascia sta  crescendo  in  misura  esponenziale,  i “nuovi  ricchi”  (la  nostra  classe  medio- bassa)  sono  ormai  stimati  in  circa  300  milioni  di  abitanti,   cifra  destinata  ad aumentare sempre più.

  In ragione di ciò  l’imprenditore  italiano dovrebbe oggi considerare la Cina come opportunità   di   investimento,   come   Paese   nel   quale   imporre   una   propria presenza   imprenditoriale   per   potersi   accreditare   come   operatore   locale   e guadagnare   un   posizionamento   ed   un   accesso   diretto   al   fiorente   mercato cinese.

   Diamo  quindi   uno  sguardo   ad   alcuni   principali   settori   di   interesse   per   un investimento in Cina.

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MOVE TO CHINA: conoscenza in azione per fare business in Cina

cina tradizionale

Il futuro economico parla cinese, l’impero del Dragone è entrato ormai a tutti gli effetti nella comunità economica mondiale e continua a far sentire il suo peso.

1500 aziende, 151,7 milioni di dollari di investimenti effettuati nel primo semestre del 2006 e una crescita delle esportazioni annue di oltre il 25%, sono i numeri della presenza italiana in Cina.

La crescita impetuosa dell’economia cinese ha, infatti, un punto debole: le risorse umane di cui le imprese italiane e locali hanno un crescente bisogno. Il mercato del lavoro ha fame di specialisti.

Questa esigenza è sempre più avvertita non solo dalle imprese, ma anche da banche, società di spedizione, studi legali e di consulenza. E’ per questo che ci troviamo di fronte a sempre più giovani laureati sulla rotta di Marco Polo. Un fenomeno sorprendente, quest’ultimo, se si pensa che fino a poco tempo fa i giovani cinesi qualificati scappavano verso l’Occidente in cerca di un futuro professionale e oggi, invece, le Università cinesi sono assediate da multinazionali che vogliono far studiare i propri manager in Oriente alla conquista di questa nuova frontiera del business. Negli ultimi anni, infatti, con il rapido sviluppo dell’economia e il graduale aumento del prestigio della Cina su scala internazionale, anche il numero degli studenti stranieri negli atenei cinesi è aumentato costantemente. In particolare l’Università di Pechino si piazza ai primi posti fra le università multidisciplinari per il numero degli studenti accolti.

Viste le potenzialità di questi nuovi mercati anche le imprese italiane nell’espandersi verso Oriente vanno alla caccia di giovani talenti con una specifica formazione culturale, manageriale e tecnica.

Ecco che la Cina da minaccia catastrofica per la nostra economia diventa un’opportunità importante per la crescita dei nostri talenti, specie per chi intende sviluppare il proprio futuro professionale in Cina  o in aziende che sono a contatto con il mercato cinese.

Moltissime aziende cinesi dunque sono alla ricerca di giovani italiani con lauree specialistiche per affidargli la ricerca e lo sviluppo, l’innovazione, la creazione di nuovi prodotti nelle tecnologie avanzate e il management.

Grandi opportunità dunque per i giovani laureati italiani e grandi opportunità offerte da Cofimp, la Business School che da oltre 20 anni lavora con e per Imprese. Cofimp è la Business School che da sempre crede nei giovani. Con un obiettivo chiaro: investire sui giovani, perché i giovani sono il futuro. Attraverso un modo concreto: proporre percorsi formativi che anticipano le tendenze e soddisfano le esigenze delle imprese, per aprire le porte del lavoro e dare un futuro professionale ai nostri giovani. Con una strategia mirata: investire in network internazionali per offrire corsi di alto livello specialistico garantendo, allo stesso tempo, una formazione sintonizzata sulle frequenze del contesto globale. Ecco perché Cofimp si rivolge a tutti i giovani che hanno voglia di mettersi in gioco in un contesto ricco di sfide, ma anche di opportunità, per realizzare le proprie aspirazioni nelle nuove frontiere del business…Oggi fare business in Cina è una prospettiva attraente tanto quanto complessa. Richiede competenze specifiche e necessita di figure altamente specializzate per affrontare un mercato difficile come quello cinese.  L’esperienza di Cofimp, quindi, ha portato alla 5° edizione del percorso di alta formazione MOVE TO CHINA: conoscenza in azione per fare Business in Cina – per favorire la crescita di giovani talenti, per completare le professionalità di collaboratori con ambizioni di crescita, o  per realizzare in altri mercati la propria idea di business. Il percorso di alta Formazione MOVE TO CHINA è stato studiato, appunto, proprio per offrire alle aziende – che vogliono intraprendere il processo di internazionalizzazione –  giovani capaci di  supportare la Direzione nella strategia per entrare, vendere, gestire un’azienda o creare joint venture in Cina. E per conoscere davvero la Cina il nostro programma prevede un VIAGGIO STUDIO nelle principali città cinesi che rivestono un ruolo economico, politico e sociale di grande rilievo.

Prevista per febbraio 2009 la partenza della VI edizione.

Per informazioni: Dr.ssa Alessandra Barulli, Responsabile Alta formazione e Master 051/4165711, barulli@cofimp.it, o vedere il sito www.cofimp.it alla sezione alta formazione.

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