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Posts Tagged ‘asia’

Per contrastare l’ondata di protezionismo che dilaga nel mondo intero la Cina promette che “comprerà europeo”. Durante la sua visita in Europa il premier Wen Jiabao moltiplica gli annunci di generose commesse cinesi per l’industria europea. Pechino vuole prevenire le tentazioni di alzare barriere contro il made in China, presentandosi come un possibile “salvatore” del nostro export in tempi di recessione.
Nella sua tappa a Londra Wen Jiabao ha annunciato che presto saranno operative delle “missioni ufficiali per grandi commesse”, delegazioni miste governo-industria che perlustreranno l’Europa per acquistare prodotti e tecnologie. Wen ha detto che “la fiducia in questa fase è più importante dell’oro e delle valute”, e la Repubblica Popolare intende aumentare gli acquisti di beni e tecnologie in Europa anche per “restaurare la fiducia sui mercati”. Il premier ha detto che nel corso di questa sua visita europea sono già stati firmati contratti per forniture alla Cina di un valore complessivo di 11,7 miliardi di euro.

Il Fondo monetario internazionale rivede al ribasso le sue previsioni per la crescita dell’intero continente asiatico. Secondo l’ultimo aggiornamento compiuto dal Fmi l’Asia crescerà solo del 2,7% quest’anno, un forte ridimensionamento rispetto al +4,9% di aumento del Pil asiatico che lo stesso Fmi ancora prevedeva fino al novembre scorso. Gli esperti dell’istituzione multilaterale di Washington sono tuttavia ottimisti per il 2010, prevedendo che la crescita rimbalzerà a un tasso doppio rispetto al 2009.

Tra le nazioni dell’Estremo Oriente secono il Fmi la più duramente colpita dalla recessione sarà la Corea del Sud con una de-crescita del Pil pari a meno 4% nel 2009. Per quanto riguarda la Cina il Fmi è nettamente più pessimista del governo di Pechino: gli economisti di Washington prevedono che il Pil cinese quest’anno crescerà del 6,7% contro l’obiettivo dell’8% fissato dai leader della Repubblica Popolare. Dominique Strauss-Kahn, direttore generale del Fmi, non ha escluso tuttavia che le previsioni sull’Asia possano subire ulteriori revisioni al ribasso nei prossimi mesi, per la rapidità del peggioramento della congiuntura.
La Banca del Giappone ha annunciato che spenderà 11 miliardi di dollari per acquistare azioni degli istituti di credito nipponici. La banca centrale ritorna così a usare uno strumento di aiuto e ricapitalizzazione a cui aveva già fatto ricorso negli anni Novanta in occasione della precedente crisi bancaria. L’annuncio dell’autorità monetaria di Tokyo coincide con le anticipazioni secondo cui il gruppo Mitsubishi Ufj Financial, la più grande banca giapponese, annuncerà una perdita nel bilancio 2008.
Fonte: www.repubblica.it

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SUONATORE DI CETRA “QIN” INGINOCCHIATO

SUONATORE DI CETRA “QIN” INGINOCCHIATO

Nel clima di rinascita culturale che caratterizza ormai da alcuni anni il capoluogo piemontese, si colloca l’attesa apertura, il 5 dicembre 2008, di una nuova importante istituzione museale dalle ricche e preziose collezioni. Il Museo d’Arte Orientale – con cui la città riconferma la sua centralità e l’antica tradizione nell’ambito degli studi e delle ricerche sulle culture orientali, nonché il suo impegno per il dialogo multietnico e l’integrazione – apre dopo un complesso iter. Un lungo percorso necessario alla definizione del corpus espositivo, all’elaborazione del progetto museologico, alla ristrutturazione e all’adeguamento della sede di Palazzo Mazzonis, pregevole edificio del centro storico, e alla progettazione di un percorso allestitivo capace di dare adeguato respiro alle affascinanti ope
Il risultato è un Museo di grande respiro – promosso dal Comune di Torino in collaborazione con la Regione Piemonte, realizzato dalla Fondazione Torino Musei grazie al contributo della Compagnia di San Paolo – che guarda all’Oriente nella sua pluralità di ambiti geografici e di tradizioni culturali e artistiche; un museo che grazie ad un patrimonio di 1500 opere provenienti da diversi paesi dell’Asia (dall’India al Giappone, dall’Afghanistan al Tibet) con alcuni pezzi di assoluta eccellenza, si può porre a fianco delle principali istituzioni europee dedicate a questo ambito artistico. Soprattutto, un Museo la cui missione culturale ha anche, inevitabilmente, un risvolto sociale importante, connesso alla dimensione multiculturale e dinamica delle città italiane e al processo di globalizzazione in atto. La valorizzazione della tradizione artistica di popoli e culture diversi da quelli occidentali è infatti un contributo importante al delicato processo di integrazione delle migliaia di persone provenienti dai paesi orientali che ora vivono in Italia e in Piemonte.

URNA PER L'ANIMA (“HUNPING”)

URNA PER ANIMA (HUNPING)

La sede stessa del MAO, collocato nella parte più antica della città – il quadrilatero romano, cuore della Torino multietnica, crocevia di popoli e di lingue diverse eoggetto in questi anni di un ampio progetto di riqualificazione urbana – assume un valore simbolico, in linea con questi obiettivi. Ma il MAO – la cui direzione è stata affidata al professor Franco Ricca – è anche il punto d’arrivo di un percorso culturale e scientifico che ha una storia antica e radicata. Avviata all’Orientalistica nel XVI secolo per volontà di re Carlo Emanuele I, Torino vanta innanzitutto un’Università che ha alle spalle una grande tradizione di studi sanscritistici annoverando, fra i suoi principali esponenti, studiosi insigni qualiGorresio, Vallauri, fino a Oscar Botto recentemente scomparso.

Vi è poi l’impegno della città nella ricerca archeologica, con gli scavi condotti negli anni ’50 nello Swat, in collaborazione con l’Ismeo, e proseguiti grazie alla creazione del Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino per il Medio Oriente e l’Asia, che ha svolto fruttuose campagne anche in Mesopotamia sotto la direzione di Tucci e Gullini. Torino ha del resto sempre avuto istituzioni sensibili all’incentivazione delle relazioni con il mondo orientale, come dimostrato dalla costituzione negli anni passati – da parte di Regione Piemonte, Provincia e Comune di Torino – del Cesmeo-Istituto Internazionale di Studi Asiatici Avanzati, la cui attività istituzionale è sostenuta dalla Compagnia di San Paolo.

Di qui anche la preesistenza in città e in regione di significativi nuclei collezionistici, appartenenti a diverse istituzioni pubbliche e private, posti ora alla base delle raccolte del nuovo museo tramite trasferimenti, donazioni o comodati a lungo termine: un corpus significativo implementato in questi anni grazie a un’importante campagna di acquisti sostenuta dal Comune di Torino e dalla Fondazione Torino Musei – che ha permesso di assicurare alle collezioni del MAO carattere organico e strutturato – e grazie al contributo della Compagnia San Paolo, che ha provveduto all’acquisizione di opere di particolare pregio e spettacolarità, cedute in comodato al Museo d’Arte Orientale di Torino.

Sono cinque gli ambiti geografici e le aree culturali – Asia Meridionale, Cina, Regione Himalayana, Paesi Islamici e Giappone – in cui sono state suddivise le raccolte, esposte in distinte “gallerie” ricavate negli ambienti di Palazzo Mazzonis. La settecentesca residenza nobiliare, privata ormai di ogni arredo interno e sottoposta dopo la guerra a devastanti interventi di ricostruzione, è ora fortemente connotata, grazie al progetto allestitivo dell’architetto Andrea Bruno, da un suggestivo “cubo” vetrato a copertura del cortile interno, che accoglie il visitatore e lo indirizza al percorso museale: elemento di transizione tra il mondo occidentale appena lasciato alle spalle e quello orientale, in cui ci si immerge da questo momento in poi.

Fonte: www.affaritaliani.it

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Alberto Novarese: «In Oriente i prodotti chimici accessori, la linea tessile resta in Italia»

Una nuova filiale in Cina. E una sfida giocata sull’eccellenza. In modo da mantenere saldamente in Italia il core-business.
È la doppia scommessa della Saati Group, multinazionale di Appiano Gentile – dove nel 1935 venne aperto il primo stabilimento – all’avanguardia nel settore dei prodotti tessili speciali e hi-tech, esportati da tempo in tutto il mondo.
All’ombra della Grande Muraglia l’azienda lariana è sbarcata per la prima volta dieci anni fa. «Abbiamo iniziato con una filiale esclusivamente commerciale – esordisce Alberto Novarese, presidente della Saati – L’avvio è stato molto difficile, poi ci siamo assestati e abbiamo iniziato a crescere, fino ad arrivare ad avere una struttura con un centinaio di addetti, tutti locali, che si occupano di vendere il nostro prodotto su quel mercato».
Ora la nuova sfida, con la costruzione di un altro capannone a TianJin, un centinaio di chilometri da Pechino. L’inaugurazione della filiale è prevista per il 20 ottobre prossimo.
«Abbiamo costruito ex novo lo stabilimento – sottolinea Novarese – Accanto al magazzino, in questa fase porteremo in Cina anche parte della nostra produzione. Si tratta però solo di prodotti chimici accessori, non tocchiamo in alcun modo il settore tessile, che resta in Italia».
L’obiettivo di non delocalizzare il core-business è il secondo punto della scommessa che vede impegnata la dirigenza di Saati Group. «L’Europa non è più un luogo adatto a produrre, questo ormai è un dato di fatto inconfutabile – sottolinea Alberto Novarese – C’è sempre minore convenienza e le difficoltà aumentano di giorno in giorno. A questo punto, è chiaro che solo le aziende di maggiore eccellenza, che realizzano prodotti “difficili” in modo impeccabile, possono rimanere in Europa. La nostra sfida è proprio mettere a punto un piano organizzativo che ci permetta di mantenere a Como più a lungo possibile il cuore della nostra produzione, quello che ci caratterizza e che ci permette di portare in tutto il mondo il nostro marchio».
L’azienda di Appiano Gentile conta oggi su quasi 800 dipendenti, dei quali oltre 400 lavorano in Italia, in particolare nello stabilimento comasco. Sono quasi 150, invece, i collaboratori impiegati in Asia, soprattutto in Cina, mentre i restanti si dividono tra gli stabilimenti e gli uffici americani ed europei.
«Oggi è indispensabile un piano che punti sulla massima eccellenza – conclude Novarese – Attorno a noi c’è una tempesta fortissima su scala mondiale, e per superarla dobbiamo restare con i piedi per terra e recuperare uno spirito di imprenditorialità sana. La mediocrità non è più sostenibile in nessuna forma e livello di organizzazione. Ogni cosa, così come ogni persona, deve essere rimessa in discussione, dai vertici della società fino ai gradini più bassi, con umiltà e con il coraggio di trovare un nuovo punto di focalizzazione. Piaccia o no, questa è l’unica strada per garantirsi un futuro».

Anna Campaniello

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Scritto da Luca Meriano    

E’ la madre patria della cultura asiatica, la culla di una civiltà millenaria, dove vive quasi un quarto della popolazione mondiale: la Cina. Affascinato dal Zhōngguó, paese di mezzo (come in cinese è chiamata la Cina), decido di partire alla volta di Pechino, ma all’aeroporto quello che mi si presenta sotto gli occhi è completamente diverso dal previsto, prima di tutto la lingua. Parlucchiando un po’ di mandarino mi presento alla dogana – errore! – e come risposta ricevo un monologo su chi e cosa vuol dire essere cinesi e una serie di sciogli lingua che mi lasciano basito e mi fan tornare in mente un libro scritto da uno dei primi che si sono avventurati in Cina.

“Chi è quel traditore che gli ha insegnato la nostra lingua?”, si domandavano i cinesi quando vedevano arrivare strani personaggi, barbuti, vestiti con lunghe tuniche e con addosso una croce, i gesuiti… il razzismo è rimasto inalterato.

L’aeroporto di Pechino, è un ammasso di gente e odori; le guardie addette alla sicurezza sono più che bambini, curvi sulle spalle, indossano una divisa sgualcita con sopra il giubbotto antiproiettile, in mano una bibita e nell’altra un lungo manganello; tutti indossano delle ciabatte da mare colorate e logore. Vado alla ricerca di un taxi e faccio subito conoscenza con usi e abitudini locali; il taxista, gentilissimo e sorridente (scopro più tardi che il sorridere non è sinonimo di gentilezza e felicità, ma di imbarazzo e paura), mi agguanta la valigia e la chiude nel portabagagli, tira fuori dalla tasca una calcolatrice e comincia a digitare dei numeri. 200, fissandomi negli occhi. Sulle prime non capisco. 180, toccandomi una spalla. E’ il prezzo della corsa, bisogna barattare, 150, 120, 80 yuan: affare fatto!

La Pechino che vedo dal taxi è del tutto diversa da quella descritta dai viaggiatori del passato, è caotica, sporca e affollata, mi sembra di vedere tutti i suoi 17 milioni di abitanti; il taxista sempre sorridente, mi insegna una nuova parola: lao wai, straniero o “alieno” (come siamo chiamati), penso sia sempre meglio di spia americana o diavolo straniero, come si era chiamati durante l’era maoista.

Insieme ad altri lao wai alloggio in un ostello in stile cinese, piccolo e sporco, essenziale, ma in un posto bellissimo, in mezzo agli hutong, i vicoli storici dove la civiltà cinese mostra i suoi alti e bassi; queste stradine sono anche loro piccole, sporche e affollate, si imparano subito le abitudini locali. Lo sputare rumorosamente è comune e salutare – “è meglio fuori che dentro” dicono i cinesi – ed il fumare di continuo così come il bere te da una borraccia sempre a portata di mano sembra essere una caratteristica intrinseca di questo popolo.

Anche le case negli hutong sono piccole, sporche e senza bagno: la mattina o la sera le file per usare i bagni pubblici sono ancora comuni, una latrina per terra, senza acqua e senza carta igienica, e ci si lava nel giardino di casa riempiendo una bacinella di acqua; quando non sono abbattute per far posto a freddi palazzoni di dieci piani, queste casette ereditate del passato vengono ristrutturate aggiungendo quello che è considerato un vero e proprio status-symbol, il bagno-doccia.

I ristoranti sono piccoli e con cucine da far venire i brividi, ci si siede e si ordinano quasi sempre le stesse cose, chuar, piccoli spiedini di carne e verdure saltate in padella, il tutto annaffiato con la deliziosa birra Qingdao, a misura unica da 660 ml; costo per un pasto medio, ma abbondante circa 20 yuan, meno di 2 euro…

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Gli investitori sono sempre meno attratti dalla Cina, in favore di altri mercati: India, Europa centro-orientale, Russia e Sud Est Asiatico. Non solo: le multinazionali possono raggiungere il successo più velocemente in mercati più piccoli, come Thailandia, Colombia o Cile. E’ quanto rivela un recente studio internazionale “Promessa o Rischio – la seduzione dei mercati emergenti” condotto da Atradius, leader globale e fornitore di assicurazione del credito e servizi di recupero crediti, attraverso interviste ad executive di società attive in 19 settori commerciali nelle regioni Asia Pacifico, Nord America, America Latina, Europa occidentale e Orientale, Medio Oriente e Africa. Insomma, anche altri Paesi stanno diventando sempre più favoriti. Negli ultimi tre anni, il 60% delle società intervistate ha continuato a dare priorità massima alla Cina, seguita dall’India, considerata importante dal 41%, e dal Sud-Est Asiatico, Cina esclusa, importante per il 26%.
Tuttavia, vi sono segnali di un’inversione di tendenza, dato che solo il 48% degli intervistati intende concentrarsi in futuro prevalentemente sulla Cina. In altre parole, la Cina rimane l’obiettivo primario, ma il margine si è ridotto. Nei prossimi anni, il 45% intende concentrarsi sull’India e – praticamente alla pari – il 25% e il 24% intendono concentrarsi, rispettivamente, sull’Europa Centro-Orientale, il Sud-Est Asiatico (Cina esclusa) e la Russia.
Gli esperti di settore ritengono che ci siano cambiamenti in vista per la Cina, che diventerà più interessante come mercato al consumo in espansione, piuttosto che come fonte di produzioni a basso costo, passando cioè da una base di esportazione ad un mercato al consumo.  Il sondaggio evidenzia infatti che quasi tre quarti delle aziende presenti in Cina ha registrato utili superiori ai livelli previsti. Ma i costi crescenti di manodopera e materie prime nel Paese, potrebbero indurre i produttori a spostarsi in India, Europa orientale e in altri mercati di secondo livello.

“Alcune società si sono rese conto che le multinazionali possono avere successo più velocemente nei mercati più piccoli, come Thailandia, Vietnam o parti dell’America Centro-Meridionale” osserva Peter Ingenlath, Chief Risk Officer e Vice Presidente di Atradius.

La recessione potrebbe coinvolgere anche i mercati emergenti
“I risultati dello studio evidenziano che la scelta del Paese in cui investire è dettata più da una spinta emotiva che non da una solida gestione del rischio” sostiene Ingenlath.  “Il nostro studio fa emergere la consapevolezza di particolari rischi posti dai mercati emergenti e può aiutare le società ad essere più preparate ad affrontarli” conclude Ingenlath.
“Nonostante il notevole ottimismo che molte società nutrono nei confronti di Paesi specifici, lo studio rivela chiaramente che molte società sottovalutano i rischi locali” aggiunge Samuel Pengel, Country Manager di Atradius in Italia.
Mentre i mercati emergenti sono oggi meglio preparati ad affrontare la recessione nei mercati industrializzati, così da evitare di essere travolti dalla crisi, non sarebbero in grado di resistere ad una recessione più prolungata e più profonda. Anzi, molti esperti prevedono una crescita economica negativa – almeno per diversi trimestri consecutivi – in conseguenza della crisi dei sub-prime negli Stati Uniti.
Da un lato, il 72% degli interpellati ritiene che le rispettive società saranno in grado di trarre vantaggio dalle crescenti opportunità offerte dai mercati emergenti nei prossimi tre anni. Dall’altro, però, solo il 30% ritiene che i rischi diminuiranno nello stesso periodo. Il 69% ritiene che il proprio livello di rischio rimarrà invariato o si accentuerà.
Il 92% degli intervistati inoltre, considera ostacoli significativi o molto significativi i fattori macroeconomici, mentre il 91% l’instabilità politica o i regolamenti poco trasparenti e l’eccessiva burocrazia. Dal punto di vista operativo, i limiti al successo considerati significativi o molto significativi dagli esperti comprendono le infrastrutture insufficienti (84%), formazione inadeguata (75%) e rischi di credito (74%). 
Il 55% delle società intervistate prevede un aumento delle vendite di oltre il 16%. Nonostante tutti i rischi, vi è grande ottimismo, particolarmente evidente nelle vendite che gli intervistati ritengono di poter realizzare nei mercati emergenti nei prossimi tre anni: mentre il 42% delle società ha registrato negli ultimi tre anni un aumento annuo delle vendite superiore al 16%, ben il 55% prevede gli stessi livelli di crescita per i prossimi tre anni.
Il 90% sostiene invece che le opportunità di crescita sono considerevoli o molto considerevoli per quanto riguarda la pianificazione delle attività potenziali in questi mercati. Altri aspetti importanti sono la capacità di fornire servizi migliori ai clienti internazionali (58%) e la capacità di evitare la crescente pressione competitiva nei mercati interni (57%). 
La tendenza ad investire nei mercati emergenti rimane invariata. I flussi di capitali totali diretti verso i mercati emergenti hanno raggiunto livelli mai visti nel 2007, secondo i numeri dell’Institute of International Finance (IIF), pari a 782 miliardi di dollari. Di questa somma, 225 miliardi di dollari riguardano gli investimenti esteri diretti (FDI) – con un aumento superiore al 50% rispetto al 2006.
Per quanto riguarda le strategie per l’accesso ai mercati, il 29% delle società ricorre ad alleanze o partnership strategiche, mentre il 23% apre uffici di rappresentanza e il 14% importa merci.

fonte: affariitaliani.it

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di Piero Formica
 
 
Possiamo trarre benefici dallo slittamento verso il continente asiatico del centro di gravità dell’innovazione? “L’atlante delle idee” redatto dalla Demos, un influente think tank inglese, aiuta nella scelta dei percorsi da seguire. L’approccio indiano all’innovazione  è cosmopolita. Non c’è in India niente di assimilabile alla nostra idea di fare sistema per l’innovazione. Gli imprenditori indiani hanno buoni motivi per dubitare della loro pesante burocrazia pubblica che mettendo il cappello sulla costruzione del sistema innovazione finirebbe col plasmare un corpo di leggi, norme e procedure tali da soffocare l’innovazione già  nella culla. Dubbi che sarebbe bene coltivare anche in casa nostra. Ciò che in India conta è la circolazione dei talenti, i flussi e le reti globali d’innovazione che vedono protagonisti imprese come Infosys, il gigante dei servizi di software.

Sono imprese che prosperano grazie alle connessioni con i leader imprenditoriali del mondo occidentale piuttosto che investendo molto nella ricerca. Infoysis vi dedica meno dell’1 per cento delle vendite. Ecco dunque un primo percorso: entrare nella circolazione dei talenti, navigare nei flussi d’innovazione, agganciarsi alle reti globali per rintracciare opportunità  di business altrimenti non esplorabili nè praticabili. La percorribilità  dipende dalla capacità delle nostre imprese, prevalentemente di piccole e medie dimensioni, di connettersi alle reti lunghe e ai nodi degli scambi internazionali che sono intrecciati dalle imprese integrate globalmente. Se ben connessa, la piccola impresa è grande indipendentemente dal numero degli addetti e dal fatturato. Se isolata, è piccola anche se grande secondo i parametri consueti.
Il tecno-nazionalismo cinese è uno scenario affatto diverso dal precedente. Qui il percorso è tracciato dal prestigio nazionale. La Cina vuole creare i suoi campioni imprenditoriali traendo valori commerciali dalle scoperte scientifiche e dalle ricerche nei laboratori delle università. La cultura della start-up alla maniera della Silicon Valley non essendo ancora attecchita, il terreno è vergine per l’incontro tra due civiltà  millenarie. Un incontro che dovrebbe avvenire all’insegna dei nuovi paradigmi scientifici che abbattono le barriere tra bio, nano e info scienze. Un incontro che potrebbe essere propiziato dalla collaborazione tra i nostri giovani ricercatori ed i loro colleghi cinesi per dar vita ad imprese ad alta crescita e internazionali sin dalla nascita. Certo, per l’Italia questo è un percorso del tutto inedito e accidentato. Manca nelle nostre università  e nei centri di ricerca la cultura del fare impresa.

Pochi i nostri investitori disposti a partecipare a un parto tanto travagliato quanto lo è quello della nascita di un’impresa, per giunta se innovativa e internazionale. Eppure, mancare all’appuntamento vorrebbe dire restare fuori dai giochi dell’economia imprenditoriale programmati dal tecno-nazionalismo cinese. Ma chi in Italia vorrà  e potrà  mai tagliare con la spada i nodi gordiani dell’università , della ricerca e della finanza?
Diversamente dall’India che punta sulle reti sociali senza frontiere e sul settore privato e dalla Cina in cui la mano pubblica sta al centro degli sforzi d’innovazione, il terzo attore asiatico, la Corea del Sud, vede protagonisti dell’innovazione i grandi conglomerati (le chaebol) e le città della scienza sponsorizzate dal governo. Tra queste, Deadok Innopolis con 53 centri di ricerca e più di 6 mila superlaureati.

Chaebol molto forti che alzano barriere all’ingresso di nuovi entranti e piccole imprese molto deboli fanno della Corea un gigante con i piedi d’argilla. Popolato da incombenti nazionali così tetragoni, il percorso coreano è forse il più ostico da battere. Qui paghiamo lo scotto di aver poco, distrattamente e male coltivato la crescita delle nostre piccole imprese. Sul terreno coreano poco può la cinquecento italiana del “piccolo è bello” contro le locomotive industriali di altri paesi europei. Basta guardare alla Svezia che, trainata da AstraZeneca, Alfa Laval Sony Ericsson, Sab, Abb, Electrolux, Scania, Volvo, Ikea, H&M, Skandia e altri grandi gruppi ancora, ha molto più potenza di noi da spendere lungo quel faticosissimo tracciato.
da www.denaro.it del 19-06-2008 num. 117

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