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Posts Tagged ‘Appunti di viaggio’

Scritto da Luca Meriano    

“Vecchio amico Lai stasera sei mio ospite a cena!”, così, in perfetto galateo cinese invito un amico cinese a cena e come vuole lo scambio culturale (dove lo porto?) andiamo a mangiare la pizza. La pizzeria si trova nel mezzo degli hutong, i vicoli storici dove si può ancora scovare quell’atmosfera di “vissuto” e dove le case sono senza bagni, il carbone per la stufa viene ammassato accanto alla porta di entrata e dove facendo un giro a perdersi si possono scovare degli anziani, vestiti alla Mao indipendentemente dal sesso e con il passato che gli si legge in faccia…

L’amico Lai invece mi dice che gli hutong non servono a niente e che il governo fa bene a demolirli e a costruire palazzi di 10 o 15 piani perché si da’ una sistemazione migliore alla gente che vive qui e migliorare i servizi. La nuova Cina!! Destra, sinistra… “Scusi, sa dov’è questo vicolo?”. “Ah bene, era la prima a destra, dai, torniamo indietro!”. E via dicendo per una ventina di minuti finché finalmente troviamo la nostra meta: Hutong Pizza. Locale ricavato in una vecchia casa in legno, diviso in due sale principali e un soppalco, atmosfera calda con ornamenti color rosso in onore del nuovo anno, quello del topo; piccolo laghetto che fa’ anche da passerella d’entrata e immancabile buddha di plastica color finto oro… insomma, un po’ turistico ma accogliente!

“Sono molto emozionato: è la prima volta che mangio una pizza” rivela Lai. “Gulp!”, rispondo! Il menù comprende tutti i tipi di pizza che si trovano all’estero tranne che in Italia: con il pollo, con la feta e le olive, con il formaggio americano arancione, con il manzo…; una margherita o al prosciutto, cercando bene, si trova, quindi consiglio la prima al novello mentre io prendo una vegetariana. “Piccola, grande o tre?”, chiede la cameriera, indicando la taglia della pizza o qualcosa che riguarda il numero tre. Sono tentato dal numero tre ma ne scelgo su una piccola accompagnata da della birra Qindao. La cameriera esce da dove siamo entrati noi e ritorna portando tra le mani dei taglieri di legno con sopra le pizze per un altro tavolo. Così scopro che il forno – cucina – ripostiglio – garage per le bici è fuori, la porta accanto, meraviglia degli hutong!

Dopo un giro di birra e una breve lezione su che cos’è la pizza, arrivano le nostre ordinazioni: anche per noi, su un tagliere di legno si presenta qualcosa che assomiglia per la prima volta ad una pizza. Bella crosta, giuste proporzioni di pomodoro e formaggio, non troppo sottile, non troppo spessa. Unico neo: è quadrata ed enorme (50×50 cm circa). La nostalgia della propria identità a volte è forte quando si annusa o si assaggia un sapore “di casa”, non questa volta però!! Al primo morso mi rendo conto che il pizzaiolo Lee forse non è paragonabile col nostro Ciro!

Lai si cimenta con forchetta e coltello nell’intento di tagliarne un pezzo, mostrandomi con orgoglio che è capace ad usare le posate occidentali. Così facendo la fetta di pizza viene tagliata, arrotolata attorno al coltello, chiusa in due a triangolo, capovolta e pugnalata con la forchetta: il risultato è che la mozzarella è sparsa ovunque ed il pomodoro concentrato al centro del tagliere. Preso dalla compassione, gli insegno a mangiare la pizza con le mani e, passo più difficile, con tre dita. Ora, risultati sorprendenti: la mozzarella rimane sulla fetta e il pomodoro questa volta va’ all’indietro sulle dita del “vecchio Lai”.

“Molto, deliziosa, ma cosa vuol dire pizza?” chiede sempre più incuriosito Lai. “Prende il nome dal gesto, pigiare, schiacciare”, gli spiego. Lai esce da questa esperienza frastornato e meravigliato di come semplicissimi ingredienti possano formare una delizia per cui noi italiani siamo famosi in tutto il mondo.

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Scritto da Luca Meriano    

E’ la madre patria della cultura asiatica, la culla di una civiltà millenaria, dove vive quasi un quarto della popolazione mondiale: la Cina. Affascinato dal Zhōngguó, paese di mezzo (come in cinese è chiamata la Cina), decido di partire alla volta di Pechino, ma all’aeroporto quello che mi si presenta sotto gli occhi è completamente diverso dal previsto, prima di tutto la lingua. Parlucchiando un po’ di mandarino mi presento alla dogana – errore! – e come risposta ricevo un monologo su chi e cosa vuol dire essere cinesi e una serie di sciogli lingua che mi lasciano basito e mi fan tornare in mente un libro scritto da uno dei primi che si sono avventurati in Cina.

“Chi è quel traditore che gli ha insegnato la nostra lingua?”, si domandavano i cinesi quando vedevano arrivare strani personaggi, barbuti, vestiti con lunghe tuniche e con addosso una croce, i gesuiti… il razzismo è rimasto inalterato.

L’aeroporto di Pechino, è un ammasso di gente e odori; le guardie addette alla sicurezza sono più che bambini, curvi sulle spalle, indossano una divisa sgualcita con sopra il giubbotto antiproiettile, in mano una bibita e nell’altra un lungo manganello; tutti indossano delle ciabatte da mare colorate e logore. Vado alla ricerca di un taxi e faccio subito conoscenza con usi e abitudini locali; il taxista, gentilissimo e sorridente (scopro più tardi che il sorridere non è sinonimo di gentilezza e felicità, ma di imbarazzo e paura), mi agguanta la valigia e la chiude nel portabagagli, tira fuori dalla tasca una calcolatrice e comincia a digitare dei numeri. 200, fissandomi negli occhi. Sulle prime non capisco. 180, toccandomi una spalla. E’ il prezzo della corsa, bisogna barattare, 150, 120, 80 yuan: affare fatto!

La Pechino che vedo dal taxi è del tutto diversa da quella descritta dai viaggiatori del passato, è caotica, sporca e affollata, mi sembra di vedere tutti i suoi 17 milioni di abitanti; il taxista sempre sorridente, mi insegna una nuova parola: lao wai, straniero o “alieno” (come siamo chiamati), penso sia sempre meglio di spia americana o diavolo straniero, come si era chiamati durante l’era maoista.

Insieme ad altri lao wai alloggio in un ostello in stile cinese, piccolo e sporco, essenziale, ma in un posto bellissimo, in mezzo agli hutong, i vicoli storici dove la civiltà cinese mostra i suoi alti e bassi; queste stradine sono anche loro piccole, sporche e affollate, si imparano subito le abitudini locali. Lo sputare rumorosamente è comune e salutare – “è meglio fuori che dentro” dicono i cinesi – ed il fumare di continuo così come il bere te da una borraccia sempre a portata di mano sembra essere una caratteristica intrinseca di questo popolo.

Anche le case negli hutong sono piccole, sporche e senza bagno: la mattina o la sera le file per usare i bagni pubblici sono ancora comuni, una latrina per terra, senza acqua e senza carta igienica, e ci si lava nel giardino di casa riempiendo una bacinella di acqua; quando non sono abbattute per far posto a freddi palazzoni di dieci piani, queste casette ereditate del passato vengono ristrutturate aggiungendo quello che è considerato un vero e proprio status-symbol, il bagno-doccia.

I ristoranti sono piccoli e con cucine da far venire i brividi, ci si siede e si ordinano quasi sempre le stesse cose, chuar, piccoli spiedini di carne e verdure saltate in padella, il tutto annaffiato con la deliziosa birra Qingdao, a misura unica da 660 ml; costo per un pasto medio, ma abbondante circa 20 yuan, meno di 2 euro…

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