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Archive for marzo 2010

(Teleborsa) – Roma, 30 mar – Su quattro paia di scarpe importate nell’Unione europea tre sono di marca cinese. Lo rivela un’analisi di Trend Calzaturiero, basata sui dati provvisori dell’Eurostat, che nel 2009 evidenzia, nonostante il calo degli arrivi, un consolidamento della quota di Pechino di circa 3 punti percentuali (dal 72% del 2008 al 75% degli ultimi 12 mesi). Nel complesso – segnala il sito di informazione economica sul settore calzaturiero – l’import Ue di scarpe dai Paesi terzi si è ridimensionato dell’8%, a 2,23 miliardi di paia. La Cina, con 1,66 miliardi, ha accusato tuttavia una contrazione più attenuata, del 5,5%, e rafforzato la sua presenza, in termini relativi, rispetto al Vietnam, il principale competitor, che con 217 milioni di paia ha sperimentato, negli ultimi 12 mesi, una contrazione del 26%. Aumentano ai piedi dei cittadini europei le scarpe made in India e Indonesia. Le importazioni Ue dai due paesi asiatici sono cresciute rispettivamente del 6,6 e dello 0,5 per cento su base annua, varcando in entrambi i casi la soglia dei 70 milioni di paia. Brusco stop invece per le scarpe brasiliane, con l’import dal paese carioca sceso l’anno scorso del 25%, a 26 milioni e mezzo di paia. In media – rivela Trend Calzaturiero – le scarpe cinesi sono entrate nella Ue a un prezzo di 3,54 euro il paio. Un valore che, seppure in aumento rispetto al 2008, risulta di oltre due volte inferiore a quello delle calzature vietnamite, importate a un costo medio di 8,45 euro. E ancora più a buon mercato rispetto ai 10 euro abbondanti registrati per le scarpe provenienti da India e Indonesia. Nel complesso, la spesa Ue per le importazioni di calzature si è attestata, nel 2009, a 11,65 miliardi di euro, facendo segnare una contrazione del 3% su base annua. In aumento (+9%) il disavanzo della bilancia commerciale, balzato l’anno scorso a ridosso dei 7,4 miliardi di euro.

Fonte: http://finanza.repubblica.it

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Il cemento che respira la luce. Trasparente. Di giorno fa filtrare i raggi del sole e di notte vedere l’illuminazione interna anche da lontano. E in grado di resistere a tifoni con venti a 500 chilometri all’ora. Eventi rari, ma non da escludere quando si costruisce in Asia. Il suo primo successo all’Expo l’Italia lo ha già conquistato, vincendo con il suo futuristico padiglione il premio per il miglior edificio costruito a Shanghai nel 2009. Nel cuore della Cina, lì dove nasce l’architettura del futuro. E dove il Primo maggio si inaugurerà l’edizione del 2010, l’ultima universale prima di quella in programma a Milano fra cinque anni.
Ad annunciarlo il commissario generale nominato dal governo per l’Expo di Shanghai 2010 Beniamino Quintieri che ieri alla Triennale (che collaborerà all’allestimento) ha presentato il padiglione Italia in diretta internet, con domande anche dagli internauti. Venti metri di altezza per 60 di larghezza e 70 di profondità, costruito per il 40 per cento con «i.light», un nuovissimo materiale creato da Italcementi nei laboratori di Bergamo e Parigi, racconta il direttore Innovazione Enrico Borgarello. E che, grazie ad additivi e resine polimeriche, permette ai raggi del sole di filtrare con una sequenza di luci e ombre in continua evoluzione nel corso della giornata. Risparmiando energia per l’illuminazione. Un’opera che non andrà perduta. «Alla fine dell’Expo – spiega il professor Quintieri – potrebbe rimanere lì. Ma ci sono anche alcune municipalità che dopo averla vista ci hanno chiesto di poterla smontare e trasportare nelle loro città. Un segno dell’Italia che sicuramente rimarrà in Cina». Con i suoi 3.774 pannelli di cemento trasparente (50 centimetri per un metro e 25 chili di peso) per un totale di 189 tonnellate. «Io ero scettico – ammette Quintieri -, ma il mio scetticismo è stato smentito dai fatti. Il padiglione con queste trasparenze è qualcosa di notevole. Molti altri padiglioni, dei duecento fatti ex novo, erano belli sulla carta, ma dal vivo non avevano resa: non è il caso di quello italiano».
Un’architettura bio-compatibile ed ecosostenibile, assicura l’architetto Giampaolo Imbrighi che l’ha progettata vincendo una gara con altri 65 studi di architettura di tutto il mondo. «Una vetrina – spiega – non è soltanto il contenuto, ma anche il contenente. Per questo abbiamo puntato su volumi e materiali che creino grande effetto sorpresa ed emozionalità». E questo, spiega il direttore generale di Italcementi Giovanni Ferrario, «al centro dell’Expo più importante per numeri, investimenti e partecipanti della storia». Lì dove in sei mesi sono attesi 70 milioni di visitatori (600mila al giorno di media) e «il nostro Paese potrà mettere in mostra e promuovere le sue eccellenze». Il costo? I materiali sono stati forniti gratuitamente da 50 aziende italiane. Per il resto ci vorranno oltre 10 milioni di euro.

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«Nel 2011 sbarcheremo in Cina, sarà una bella sfida che permetterà a Yoox di mettere l’ultimo tassello del suo mosaico». Lo ha detto il fondatore e amministratore delegato della vetrina on line della moda, Federico Marchetti, intervenendo – per la prima volta dall’approdo a Piazza Affari – alla Star Conference di Borsa italiana. «In Cina vogliamo essere i partner delle principali maison della moda e sviluppare per loro nuovi negozi on line monomarca: è una sfida difficile ma ci sono ottime possibilità di successo», ha proseguito Marchetti, precisando che in questo modo il gruppo continuerà nella propria mission «a sostegno del Made in Italy» e ad «investire nello sviluppo di tecnologie».

Fonte: www.ilgiornale.it

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Nessuno sa dire esattamente il momento in cui sia avvenuta la metamorfosi, ma la cosa ormai è evidente. Hong Kong, la piazza internazionale della finanza, si è scoperta un’anima creativa senza precedenti. Nuovi musei e gallerie d’arte hanno rivoluzionato interi quartieri, mentre il design ha fatto il suo ingresso in hotel di lusso e ristoranti per tutti i budget.

Intanto i negozi di arredamento e moda, da anni avamposto dei principali marchi internazionali, lasciano spazio anche allo sviluppo di un’estetica tutta di Hong Kong. Merito della considerevole falange di talenti locali comparsa sulla scena negli ultimi tempi. Oggi, Hong Kong stupisce come un tempo con le sue vie affollate di vita, Sheung Wan e Western per prime, tra mercatini e artigiani che lavorano per la strada. Ma anche con grattacieli da vertigine come la banca HSBC disegnata da Norman Foster, o la Bank of China di I.M. Pei, un concerto di triangolazioni alto 305 metri. I locali lo hanno soprannominato ‘il Toblerone’. A stupire, di Hong Kong, è anche la varietà della cucina. Quella tipica è a base di dim sum, piccoli piatti da consumare in compagnia per assaggiare decine di pietanze diverse. Per chi non ama i grandi locali affollati e rumorosi, ci sono sempre i romantici ristoranti francesi a tre stelle Michelin. E ancora: Hong Kong sorprende con i suoi quartierialveare ad alta densità abitativa, divenuti casi studio per studenti di urbanistica di tutto il mondo. Con i suoi estesi e lussureggianti parchi nazionali abitati da specie protette e flora tropicale. Con un mare dove è ancora possibile avvistare il delfino rosa cinese. Con lo sferragliante tram che la attraversa da un capo all’altro. I battelli che portano verso le altre isole della regione, popolate da intellettuali, pescatori e contadini. La funicolare più veloce del mondo diretta alle ville più costose del mondo, sul Peak. Ma anche con la sua nuova, imprevista voglia di creare e consumare arte e cultura. Katie de Tilly della galleria 10 Chancery Lane, una delle prime realtà indipendenti impegnate a nutrire il fermento artistico della metropoli, lo conferma: «Quindici anni fa in città le arti visive non avevano spazio, o quasi, ma negli ultimi tre anni sono nate almeno 16 gallerie sperimentali, che sostengono il lavoro di artisti originali». Se gli occhi del mondo sono puntati su artisti, designer e architetti di Pechino, che ha riacquistato la sovranità su Hong Kong nel 1997 dopo un secolo e mezzo di governo britannico, l’ex colonia britannica (governata con lo slogan ‘Un Paese, due sistemi’, a garanzia di un alto grado di autonomia) ha un vantaggio solo suo: un governo semi-democratico dove vige la libertà di espressione. Nessuna mostra a sfondo politico viene fatta chiudere dalle autorità; il libero accesso a Internet garantisce comunicazioni senza filtri; stampa ed editoria possono scrivere di tutto; i partiti politici dibattono temi dei quali poco più a nord si potrebbe solo sussurrare; manifestazioni vivacizzano regolarmente le strade del centro; scuole e università non devono infarcire le loro lezioni con gli ultimi dettami della propaganda. Oscurati dall’ombra del gigante cinese e del suo travolgente boom economico, artisti e intellettuali locali hanno potuto sviluppare un linguaggio personale, lontano dalla fretta imposta dalle pressioni commerciali. Sono finiti gli anni in cui questa città, popolata da rifugiati in fuga dalla Cina e dalle politiche più repressive del maoismo, non riusciva a trovare un vero orgoglio di sé. L’identità e l’estetica locali – né cinesi né britanniche, e nemmeno genericamente asiatiche, solo hongkonghesi – sono celebrate senza più chiedere scusa. Ne sono una prova luoghi di ritrovo come The Pawn, il negozio di pegni trasformato in ‘gastro pub’, uno dei più brillanti esempi di riuso di un edificio storico a Hong Kong. Catene come Ovo, dove il design locale di ultima generazione è a fianco di marchi classici europei e americani e dei meno noti thailandesi e filippini. E la serie di ristoranti Xi Yan di Jacky Yu, designer divenuto celebrity chef. La prima generazione nata in una Hong Kong economicamente prospera, senza il ricordo della durezza della fuga dalla Cina, è ora adulta, indipendente e molto attiva. Douglas Yeung, fondatore e direttore del gruppo G.O.D. (Goods of Desire), incarna questo ritrovato orgoglio con passione, umorismo e dedizione. G.O.D. produce oggetti di design per la casa, l’ufficio e la persona, cercando ispirazione nei prodotti di consumo di una volta, dalle bacinelle di ferro smaltato alle ciabattine di plastica indossate nella stagione dei monsoni, alla grafica démodé delle inserzioni pubblicitarie degli anni Venti, Trenta e Quaranta. Dopo anni di collezionismo quasi maniacale di oggetti quotidiani, Yeung ha aperto un piccolo museo a Shek Kip Mei. Lo illustra con entusiasmo: «Quello che per altri è spazzatura è il mio museo. Ci sono oggetti che parlano della Cina, della Rivoluzione Culturale e della difficile relazione che Hong Kong ha avuto con Pechino, altri di chiara ispirazione inglese e quelli molto popolari, nostri. È un museo di contraddizioni, come lo è Hong Kong, come lo sono io!» dice con un ampio sorriso. Per altri, la ricerca di un’estetica locale non ha bisogno di appigli così concreti. La decoratrice e illustratrice Carrie Chau è rappresentata in esclusiva da uno dei più interessanti negozi di design di Hong Kong, l’eclettico Homeless a Gough Street, regno di design, moda, bar e ristorantini. Non ancora trentenne, Chau ha già ricevuto un’attenzione e un plauso straordinari per i suoi lavori con Google, Fendi e Chanel. «Hong Kong sta cambiando» ci conferma. «Prima, una carriera artistica era vista con scetticismo, come una scelta troppo precaria e rischiosa. Adesso trovi spazio e molte più opportunità. E poi, a Hong Kong c’è libertà». Da respirare a pieni polmoni.

Fonte: http://atcasa.corriere.it

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Firenze, 8 mar. – (Adnkronos) – Da Firenze in Cina: 82 opere della collezione della Galleria degli Uffizi partono per un tour in cinque musei del paese della Grande Muraglia, per una durata complessiva di 18 mesi. La prima tappa della mostra ”From the Collections of the Uffizi Gallery. The Genres of Painting: Landscape, Still Life and Portrait Paintings” si inaugura allo Shanghai Museum mercoledi’ 10 marzo. Dal 19 giugno le opere saranno esposte al Liaoning Provincial Museum di Shenyang, dal 2 ottobre al Guangdong Museum of Art di Guangzhou, dal 15 gennaio 2011 al Sichuan Museum di Chengdu e, infine, dal 2 maggio alla Central Academy of Fine Arts di Pechino (fino al 2 agosto 2011). Le 82 opere, selezionate in base al tema dei generi della pittura e suddivise in tre sezioni principali (Paesaggio, Natura morta e Ritratto) coprono un ampio arco temporale, che va dalla fine del XV secolo alla seconda meta’ del XX, delineando un percorso chiaro e approfondito che racconta l’espressione figurativa in Italia e in Europa in quei secoli, grazie anche al cospicuo numero di autori rappresentati in mostra, oltre 50. Fra i dipinti prescelti spiccano per notorieta’ l”’Adorazione dei Magi” del Botticelli, la ”Venere della pernice” di Tiziano e ”La Leda e il cigno” del Tintoretto. I visitatori cinesi avranno l’opportunita’ unica di ammirare, nel loro paese, opere di protagonisti dell’arte europea, italiana e fiorentina, tra i quali Lorenzo di Credi, Guercino, Filippo Napoletano, Claude Lorrain, Francesco Albani, Canaletto, Gaspar van Wittel, Bartolomeo Bimbi, fino ad arrivare ai piu’ recenti Giulio Aristide Sartorio e Giacomo Balla.

Fonte: www.adnkronos.com

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E’ iniziata in Cina un’altra campagna per occidentalizzare i costumi degli abitanti delle metropoli. Dopo la rieducazione dei cittadini di Pechino che, durante le Olimpiadi, sono stati istruiti a non sputare per terra, non abbandonare la spazzatura in giro e non saltare le code, ora tocca a quelli di Shanghai.

Nella metropoli, da maggio a ottobre, sono attesi per l’Expo 70 milioni di visitatori e il governo teme che non tutti potrebbero apprezzare il vizietto orientale di uscire di casa con il pigiama. Si tratta di un abitudine innocente ma, molto difficile da estirpare, già etichetttata nel 2006 dalle autorità locali come “comportamento incivile”.
Il fenomeno pigiama documentato da queste foto su Flickr, adottato da giovani e anziani, fa parte del costume urbano fin dagli anni ’50. Nata come pratica esibizionista dei ricchi, gli unici a possedere un abbigliamento esclusivo per la notte, è stato adottato anche dai più poveri che vivendo in piccoli locali, con il bagno e la corte in comune, non hanno mai sviluppato il senso della privacy. Riuscirà il presidente Hu Jintao, in questi mesi, a trasformare Shanghai in una città modello? (L.B.)

FOTO / Pigiama party per le vie di Shanghai

Fonte: www.ilsole24ore.it

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Nel 2009, dopo una breve depressione dovuta ai contraccolpi della crisi finanziaria, il mercato immobiliare cinese si è ripreso ad un ritmo fortissimo, registrando un rialzo sia dal punto di vista dei prezzi che delle transazioni. Alcuni media descrivono come “folle” il mercato dell’anno scorso, ci sono altri che addirittura confrontano il prezzo degli appartamenti di Beijing con quelli della casa di lusso in cui abitava Michael Jackson, concludendo che non è più costosa di una casa all’interno del quinto anello a Beijing. Per contenere l’impennata dei costi delle case verificatasi in alcune città e controllare ulteriormente il mercato immobiliare, dalla fine del 2009 il governo ha varato intensivamente una serie di misure, con due obiettivi precisi: la “lotta alle speculazioni” e la “garanzia di una domanda ragionevole di abitazioni”. Nel programma di oggi, vi parleremo di questo argomento. Secondo i dati forniti dall’Ufficio nazionale di Statistica, nel 2009 le vendite di case commerciali nell’intero paese hanno raggiunto una superficie di 937 milioni di mq e un volume di 4400 miliardi di RMB, rispettivamente il 42% e il 75% in più rispetto all’anno precedente, mentre il prezzo medio delle transazioni è aumentato di circa il 25%, arrivando a 4695 RMB per mq, il margine di crescita più alto nell’ultimo quindicennio. Numerosi cittadini comuni ritengono che il rincaro dei costi delle case abbia già superato le loro capacità. “I nostri salari non bastano per acquistare le case, neanche per pagare l’anticipo.” “Per noi cittadini comuni, comprare una casa per vivere, se continuerà tale rialzo dei prezzi, non resterà che un sogno.” Tale opinione è sostenuta dal “Libro blu sull’economia”, pubblicato annualmente dall’Accademia cinese delle Scienze sociali, secondo il quale, per rispondere alla crisi finanziaria, nel secondo semestre del 2008, la Cina ha varato politiche di agevolazione per incoraggiare l’acquisto delle case, il che ha concretamente incentivato il balzo dei consumi immobiliari. Di fronte alle previsioni di un’inflazione al rialzo, molti consumatori potenziali, che erano rimasti a guardare, sono diventati acquirenti reali. Il forte aumento della domanda ha fatto subire un balzo alla crescita dei prezzi delle case. I dati forniti dal rapporto dimostrano che secondo le esperienze internazionali, il rapporto tra i prezzi immobiliari e le entrate annuali delle famiglie cittadine dovrebbe variare tra 3 e 7. Tuttavia, questa cifra nel 2009 in Cina ha superato quota 8, oltre una ragionevole capacità del popolo. In tali circostanze, con la congiuntura macroeconomica che sta uscendo dall’influenza della crisi finanziaria, dalla fine del 2009 il governo cinese ha cominciato a restringere le politiche favorevoli al consumo immobiliare. Le misure concrete sono: il ritorno da due anni a cinque del termine per l’esenzione dalle tasse sul trasferimento di proprietà di case individuali; la richiesta di un acconto non inferiore al 40% per chi compra una seconda casa, l’applicazione di imposte differenziate sull’acquisto di case destinate ad abitazione o ad altri usi e per chi compra una prima casa o meno. A riguardo, il direttore del Centro di ricerche sugli immobili dell’Università Normale di Beijing, il prof. Dong Fan, osserva che le suddette misure serviranno a contenere le speculazioni immobiliari. “Innalzare la somma dell’acconto, ovviamente, riveste un significato positivo per raffreddare gli investimenti eccessivi. Tali investimenti riguardano l’acquisto di seconde, terze case, addirittura quarte; da un punto di vista scientifico, giudicare l’acquisto della seconda casa da parte di una famiglia come un investimento favorirà il controllo della domanda legata a tale fattore.” Sulla scia delle politiche a livello nazionale, anche il settore bancario cinese ha cominciato a stringere le agevolazioni sui mutui, con alcune delle banche commerciali che hanno abolito lo sconto del tasso d’interesse sui mutui del 30% per l’acquisto di una prima casa. A riguardo, il direttore del Centro di ricerche sull’economia cinese e mondiale dell’Università Qinghua, Li Daokui, ritiene: “Tale provvedimento è volto a collaborare con le politiche del Paese contro le speculazioni immobiliari, per frenare le domande speculative attraverso il taglio delle agevolazioni e la stretta dei crediti. Credo che anche le altre banche faranno lo stesso. Per quanto riguarda il mercato immobiliare, le compravendite e i prezzi potrebbero vedere un lieve calo.” Oltre alle politiche mirate ai consumi, sono state varate una dopo l’altra anche quelle destinate allo sviluppo del settore edilizio. Il 17 dicembre 2009, la proporzione dell’acconto obbligatorio per acquistare l’uso di terreni è aumentato al 50%. A partire dal 2010, la Cina ha cominciato a colpire severamente le attività di accaparramento dei terreni. Il 1 febbraio, l’Assessorato di Beijing alle Risorse del suolo ha ritirato un terreno per edilizia abitativa nel nord-est della città, dato che il costruttore non aveva pagato le spese dovute per l’utilizzo e allo tempo stesso ha confiscato i suoi 200 milioni di RMB di garanzia già versati. Dopo questo caso, anche l’Assessorato di Nanjing alle Risorse del Suolo ha ritirato un “terreno top”, rimasto inutilizzato per due anni, e ha confiscato i 230 milioni di RMB di anticipo. Durante una conferenza stampa dell’Ufficio stampa del Consiglio di Stato, il vice ministro delle Risorse del Suolo, Yun Xiaosu, ha affermato che continueranno le iniziative contro l’accaparramento dei terreni. “Fino alla fine del 2009, le imprese edili di tutto il paese possedevano circa 200 mila ettari di terreni, una quantità sicuramente sufficiente per i prossimi due o tre anni. Per quanto riguarda i terreni già forniti, rafforzeremo la supervisione e promuoveremo efficacemente il suo utilizzo per tempo secondo i regolamenti, così da garantire la costruzione di ogni tipo di abitazione e assicurare la domanda relativa da parte della popolazione. Inoltre, applicheremo misure corrispondenti per colpire rigorosamente l’uso illegale dei terreni e le attività di accaparramento e rivendita.” Contemporaneamente a frenare le speculazioni e l’accaparramento, che hanno causato l’impennata dei prezzi immobiliari, l’aumento della fornitura di case popolari è un altro punto importante del controllo del settore immobiliare, a mostrare l’atteggiamento differenziato del governo cinese nei confronti delle speculazioni e dell’esigenza ragionevole di case da parte della popolazione. In una riunione ordinaria del Consiglio di Stato del dicembre scorso, sono stati proposti l’aumento della fornitura di case commerciali comuni, l’appoggio alle esigenze di acquisto o lavori di miglioramento delle case destinate a propria abitazione da parte della popolazione, il rafforzamento della costruzione di case popolari, come alloggi ad affitti agevolati, attraverso il forte sostegno delle politiche fiscali, finanziarie e fondiarie, in modo che i cittadini a basso reddito possano vivere tranquilli. Durante la stessa conferenza stampa dell’Ufficio stampa del Consiglio di Stato, il vice ministro cinese della Casa e della Costruzione urbana e rurale, Qi Ji, ha affermato che quest’anno saranno costruite 6 milioni di case popolari, comprese case commerciali a prezzi controllati, alloggi economici a prezzo politico e ad affitti agevolati. Xu Zhijun, portavoce della Commissione per la Casa e la Costruzione urbana e rurale della municipalità di Beijing, ha comunicato che nel 2010 la quantità delle case popolari e la fornitura dei terreni a queste destinati supereranno la metà del totale. “Quest’anno la municipalità di Beijing rafforzerà ulteriormente il margine della costruzione delle case popolari, mentre la fornitura dei terreni destinati a questi tipi di case, soprattutto alle prime case e al miglioramento delle condizioni abitative, dovrà superare la metà del volume totale: inoltre saranno costruiti e acquistati 134 mila appartamenti popolari, pari a più del 50% del totale in cantiere nella città.” Grazie al ruolo svolto dalla lotta alle speculazioni immobiliari e dall’incremento della fornitura di case popolari, il mercato della casa di alcune città ha cominciato a raffreddarsi. In gennaio a Beijing, le transazioni di alloggi commerciali hanno registrato un calo del 42% rispetto al mese precedente, a Shanghai la superficie trattata si è ridotta del 50% su base mensile, e anche a Shenzhen si è verificata una riduzione. Tuttavia gli esperti non pensano affatto che il mercato immobiliare sia prossimo a un altro “turning point”. Gu Yunchang, vice presidente dell’Istituto cinese di ricerche sul settore immobiliare, ha osservato: “Il controllo macroeconomico di quest’anno comprende due obiettivi: contenere l’impennata dei prezzi delle case, e mantenere la stabile crescita del settore immobiliare. Se quest’anno emergerà un notevole calo delle vendite dopo il balzo dell’anno scorso, temo che non favorirà lo sviluppo nè del settore né della macroeconomia. Nel 2010 i prezzi potrebbero presentarsi stabili con una tendenza al rialzo, con un calo dell’impennata.” I ministeri e le commissioni pertinenti del governo cinese hanno già iniziato ad effettuare la supervisione del quadro del regolamento del mercato immobiliare di alcune città, province e regioni autonome chiave. A parte città tradizionalmente focali come Beijing, Shanghai, Guangzhou e Shenzhen, sono state inserite anche la municipalità di Chongqing, le province di Shanxi, Hunan, Henan, Sichuan, Jiangsu, Zhejiang e la regione autonoma della Mongolia interna. I risultati della supervisione serviranno da referenza per le prossime politiche governative in merito.

Fonte:  http://italian.cri.cn/index.htm

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