Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for ottobre 2009

Il presidente di Ducati Motor Holding, Gabriele Del Torchio, insieme a Cristiano Silei (direttore commerciale Ducati) e a Mirko Bordiga (Ceo Ducati Asia Pacific), hanno inaugurato il “Ducati Shanghai”, primo store della casa motociclistica bolognese che, con questa apertura, ufficializza il proprio ingresso nel mercato cinese. Il crescente interesse nei confronti dell’eccellenza dei prodotti italiani in Cina, in particolare verso le moto di grossa cilindrata, motivato anche dalle nuove regole di circolazione e immatricolazione nel Paese, ha contribuito a concretizzare questo passo. «L’Asia-Pacific, in termini di potenzialità e sviluppo, oggi rappresenta l’area più dinamica e interessante – ha detto Del Torchio – Lo scorso anno abbiamo costituito gli uffici di coordinamento a Shanghai e oggi siamo orgogliosi di annunciare l’ingresso ufficiale nel mercato cinese. Direttamente, attraverso una rete di distribuzione, vogliamo confermare il prestigioso ruolo di ambasciatori del ’made in Italy’ che le nostre moto, conosciute in tutto il mondo per la loro coolness, le prestazioni, l’innovazione tecnologica e la storia di tradizioni sportive, rivestono». Sono ottanta i Paesi dove sono vendute le moto Ducati.
Annunci

Read Full Post »

Migliaia di operai lavorano a pieno ritmo in 100 mila industrie e a vendere ci pensano 200 mila commercianti in 62 mila stand

di GIAMPAOLO VISETTI

untitled1YIWU (Cina) – Sulle mappe cinesi, o nelle guide, non è segnata. Yiwu però non è solo la città più ricca della Cina. Per gli economisti della Banca Mondiale è ormai la più importante del pianeta. Fino a vent’anni fa era un villaggio tra le risaie e i campi di grano, nel delta dal fiume Yangzi: centomila contadini poveri dello Zhejiang, seminati a sud del lago Tai, che Marco Polo ha descritto come “il paradiso”. Una sola gloria: qui è nato l’uomo che ha tradotto il Manifesto in mandarino. Oggi conta oltre due milioni di abitanti, immigrati da tutta la nazione e da cento Paesi.

Trentacinquemila stranieri lavorano in tremila imprese internazionali. Ha un aeroporto di cristallo, quattromila hotel, seicento grattacieli, centodieci banche. Tutto nuovo. Ancora una sola, ma aggiornata, gloria: è il mercato più grande della terra. Per ordine delle autorità di Pechino, era partito con qualche bancarella.

Negli ultimi otto anni, dopo che lo Stato ha investito dieci miliardi di euro, sono stati costruiti quattro milioni di metri quadrati di esposizione permanente al coperto. Entro due anni la superficie supererà i cinque milioni. Yiwu non è così rimasto il più impressionante esperimento di produzione e di commercio di massa della storia. È il luogo in cui oggi si fabbrica e si vende il novanta per cento dei beni a basso costo acquistabili nei negozi di tutto il mondo. Ed è, per questo, l’unico dove la crisi non è arrivata.

Ha un giro d’affari ufficiale da quaranta miliardi di euro all’anno, con una crescita costante del quindici per cento. Il segreto dell'”International Trade Mart” è semplice: produrre e vendere al prezzo più basso, in ogni giorno dell’anno e nello stesso posto, tutto. Non è nemmeno più una città degli affari. È un laboratorio perfetto, programmato per trasformare qualsiasi materia prima in denaro. Si fonda sul “consumo globale”.

Gli ex contadini di Mao Zedong, riciclati in scienziati di Robert Lucas senza nostalgie, lo considerano “il motore perpetuo del futuro”. Per alimentarlo impiega sessantaduemila stand all’ingrosso, duecentomila commercianti e centomila industrie. Offre un milione e settecentomila prodotti diversi a duecentomila clienti al giorno provenienti da tutto il pianeta.

Consegna seicentomila container di merce all’anno in oltre duecento nazioni e regioni diverse. Il cuore della macchina è il gigantesco mercato. Ogni venditore ha quattordici metri quadrati di negozio, concessi dal funzionario locale del partito comunista. Affitto statale da cinquantamila euro all’anno: più di uno showroom in centro a Londra. Quattordici metri quadrati, qui, rendono però come venti grandi negozi nelle più ricche metropoli di Usa e Giappone. Attorno a queste preziose “vetrine globali” si distendono i capannoni. Qualche milione di operai, lavorando a ciclo continuo a non più di un’ora dal luogo della vendita, producono all’istante ciò che il grossista chiede.

Oltre gli stabilimenti, sconfinati dormitori, tutti uguali, anonimi e distinti da numeri. A chiudere il cerchio, i terminal per le spedizioni: più in là, binari, autostrade, canali che conducono al Mar Giallo. Qualsiasi articolo interessi, previo anticipo del trenta per cento in contanti, viene consegnato ovunque e in qualunque quantità entro due settimane, senza costi aggiuntivi. Si può vagare per settimane lungo chilometri di corridoi dove è esposto tutto ciò che l’umanità ritiene di poter scambiare e gli umani sono indotti, prima o poi, a desiderare. La sensazione più violenta, assieme alla vista dei beni materiali che assedieranno le nostre vite e riempiranno le nostre case nei prossimi anni, è però un’altra. Risulta evidente il compiuto trasferimento da Occidente a Oriente del baricentro economico del mondo, l’impossibilità di resistere delle strutture commerciali europee, e dei vecchi distretti industriali, concepiti nel secolo concluso.

Perché l’onda commerciale che si alza da Yiwu, e da Canton per i beni di qualità, travolge anche le imprese occidentali più avanzate. Hu Yan Hu, amministratore della città-simbolo del capitalismo interpretato secondo la “via cinese al socialismo”, lo spiega così: “Tenere sempre gli occhi su ciò che succederà dopo, essere sempre pronti a fare un’altra cosa, approfittare sempre delle crisi: e fare sempre tutto per primi”. I commercianti della “China Commodity City”, in questo, sono i migliori al mondo e si vede. In ogni stand ci sono cinque venditori. Uno tratta con i clienti di passaggio. Uno smista gli ordini che arrivano al computer. Uno investe immediatamente i soldi incassati nella Borsa di Shanghai, o di Hong Kong. Uno gira il mercato e le industrie della zona per studiare prodotti e prezzi dei concorrenti. Uno, a turno, mangia o dorme tra la merce.

Gridano e contano muretti di banconote. Allevano bambini nati e cresciuti tra gli scatoloni. Succhiano zuppa disidrata mentre pescano biglietti da visita che tracimano dai secchi, di colore diverso in base ai tempi di solvibilità del cliente. Trasformano gli ordini in sconto, in base alla quantità, con disorientante rapidità. Sorridono sempre e assicurano che “le cose non sono mai andate così bene”. Di ogni prodotto sanno citare, a memoria, il prezzo spuntabile in ogni nazione del pianeta e il margine medio di guadagno potenziale per il dettagliante. Non hanno frequentato università. Si limitano ad applicare poche regole, esibendo il piacere di eseguire un gioco semplice, ma a regola d’arte: “Costare di meno – dice Jin Fang, venditore di certe nuove treccine elettriche colorate da sera – e offrire di più. Avere ciò che nessun altro ha e fare in modo che tutti ne abbiamo bisogno”. Altrove suonerebbe come una formuletta scontata. A Yiwu, “per contribuire al successo della Cina”, l’hanno trasformata nel miracolo economico del nuovo millennio.

Una città per le pentole, una per le parrucche, una per le bilance, una per le conchiglie, una per i palloni, una per i cellulari, una per le matite, una per le cravatte, una per i trapani, una per le collane, una per i coltelli, una per i tavoli, una per il piercing, una per le borsette, una per le opere d’arte, una per i mobili antichi di ogni epoca e così via per 34217 classi di prodotti, dalla vite in titanio per microscopi alla gabbia-stereo per merli indiani. C’è il quartiere che pensa ai matrimoni, quello che vive per i funerali, per i battesimi, per i compleanni, per la laurea, per San Valentino, per Halloween, per Pasqua, o per Capodanno. Il più sconfinato è ovviamente il padiglione di Natale. Da qui sta uscendo il 92% dei regali che il mondo si scambierà in dicembre, il 94% di ciò che viene appeso per addobbare un abete e l’86% delle decorazioni per case, uffici e negozi. Babbo Natale, dalla Lapponia, si è trasferito sotto Shanghai. “E’ semplice – dice Jamal Flaieh, esportatore giordano – tu giri e devi poter trovare tutto ciò che nella vita da qualche parte hai visto, o non hai mai nemmeno immaginato, scoprendo che costa quasi nulla”. La concentrata declinazione materiale della vita sulla terra, dal materassino da Caraibi alla tenda da Himalaya, riserva infatti all’etichetta il colpo di scena finale. Finezze orientali: il valore delle cose è tra 50 e 200 volte, per alcuni beni anche 1000 volte, più basso di quello che ci viene proposto quando decidiamo di fare un acquisto. “Tre anni fa – dice Liu Zhuo Ying, direttrice della compagnia statale che gestisce la città-mercato – abbiamo visto un problema: il mondo non ha più abbastanza soldi per pagare la vita che tutti pretendono di fare. La soluzione non è rinunciare a qualcosa, ma poterla avere per meno e volerla piuttosto comprare, in tempi diversi, più volte.
Abbiamo sottratto la cifra mancante alla spesa globale e abbassato il prezzo di ogni cosa del doppio della percentuale. Gli ordini non si sono limitati a ripartire: si sono moltiplicati per quattro”.

Yiwu ha così ridefinito la sfida cinese a non restare solo la fabbrica del pianeta, ma a diventare anche il suo unico negozio: consumi da ricchi a prezzi da poveri. Spiegare come, porterebbe lontano. Ma è una metamorfosi invisibile, che sta ridisegnando la geografia della ricchezza. “America ed Europa – dice il sindaco Lu Xuhang – comprano meno. Sono state rimpiazzate da Cina, India e Medio Oriente. Prodotti diversi: ma il saldo, per noi, è in attivo. Una sola preoccupazione: Vietnam e Cambogia, se non spicchiamo un altro balzo, potrebbero costare ancora meno di noi”.

Li Jundao, venditore di scheletri fosforescenti, semplifica: “Spedivo tutto in due porti di California e Olanda, in inglese. Ora mando verso trentaquattro destinazioni, con etichette in sedici lingue”. I primi due clienti, in città, oggi sono Sudafrica e Brasile. Per Città del Capo sta partendo tuttò ciò che vedremo ai Mondiali di calcio dell’anno prossimo. Da Rio de Janeiro è già arrivata la delegazione che deve trasformare in un affare le Olimpiadi del 2016. Per questo, negli hotel esauriti per l’Expo d’Autunno, si aggirano industriali cinesi, mercanti turchi ed egiziani, stilisti indiani, banchieri di Singapore e pubblicitari giapponesi. Hanno letto l’anima dei nostri sogni standardizzati e plasmano il nuovo profilo del “mondo low cost”, contando al centesimo la migrante capacità globale del consumo. Basta una frase urlata da una branda tra gli zainetti Disney, “questo non va più”, e per un glorioso protagonista dell’apocalittico show dello scambio, è una sentenza di morte.

Attorno a tale inafferrabile ma decisiva entità superiore, che a Yiwu chiamano “la corrente perpetua”, in quest’angolo di Cina che salva e terrorizza, crescono parchi, campi da Golf, ville di lusso. Era un esperimento economico comunista, è diventato il più invidiato modello di vita capitalista: ciò che vedremo dopo esserci accorti che il mondo è già oltre il superato “made in China”. Nel padiglione degli ombrelli, che occupa la superficie di quattro stadi, due imprenditori sedicenni di Guangzhou stanno lanciando quelli riciclabili. Appena smette di piovere, si buttano via: sette centesimi l’uno.

“Sei europeo – si stupiscono – e vuoi restare ricco? Difficile. Ti restano due affari: bellezza-immagine e vita quotidiana. Apparenza e necessità: non vi resta altro. Ma metti a uno ciò che mettevi a cento e vedi di venderne mille”. Ecco perché Yiwu non è sulle mappe: non serve, ci si arriva.

Fonte: www.repubblica.it

Read Full Post »

di Vittorio Carlini

I veloci bracci meccanici che miscelano l’impasto delle caramelle e le pale che montano la crema dei gelati cercano di scacciare via anche crisi e concorrenti agguerriti.

Perfetti e Carpigiani guardano lontano: i loro fatturati non soffrono, l’occupazione neppure. Merito di oculate politiche soprattutto sui mercati stranieri. Carpigiani, azienda locale che copre con i suoi macchinari per il gelato la metà del mercato mondiale, sostiene la propria vocazione all’estero dando un sostegno ai 300 concessionari messi in difficoltà dalla stretta del credito. L’azienda dei chewing gum, dal canto suo, argina il trend negativo dell’Occidente con l’impegno in Estremo Oriente e apre un nuovo stabilimento in Cina. Anche se non dimentica il mercato italiano.

Sono le 6 del mattino allo stabilimento della Perfetti Van Melle a Lainate, periferia nord di Milano. Gli operai entrano in azienda. Le linee di produzione, nonostante la recessione, lavorano a buon ritmo. Aromi e materie prime vengono smistati nei reparti. I computer, seguendo ricette top secret, ordinano gli impasti. La gomma scivola su nastri trasportatori. Bracci meccanici “pinzano” i prodotti che, di lì a poco, finiranno in un magazzino automatizzato, off limits per l’uomo. Sono alcune delle immagini che colpiscono, aggirandosi nello stabilimento. Istantanee che possono apparire normali. Solo che l’impianto di Lainate è una catena di montaggio da cui non escono auto, bensì caramelle e chewing gum. Uno stabilimento, da più di 20mila tonnellate di prodotto all’anno, dove la fatica dell’uomo si mescola con tecnologia e meccanica.

Certo, l’innovazione di questa fabbrica non è presente in tutti gli altri trenta stabilimenti del gruppo. Ma nella multinazionale italiana della caramella l’impasto a mano è quasi un ricordo: la tecnologia è un ingrediente per rimanere competitivi. «Nel 2009 manterremo i margini – dice Ubaldo Traldi, Ceo del gruppo -. I ricavi, invece, a livello mondiale dovrebbero salire tra il 7 e l’8%». Tradotto: superare i 2 miliardi di euro.

Ovviamente non è solo hi-tech. La stessa tipologia di business dà una mano: vendere macchine per l’edilizia, in questo momento, sarebbe un problema. Invece, quello della Perfetti Van Melle è una nicchia alimentare meno esposta alla recessione. «Per di più – sottolinea Holger Hartmann, Ceo del gruppo in Italia -, comprare una caramella è un acquisto d’impulso», perfino agevolato in periodi di crisi. «Si cerca una piccola soddisfazione a basso prezzo». Come dire: non andrò al cinema, magari rinuncio al ristorante ma la “cicca” me la concedo. Non stupisce così, che il business mondiale del confectionery al consumo, 80 miliardi di euro nel 2008, nell’ultimo quinquennio sia sempre cresciuto.

La fortuna però bisogna meritarsela. «La recessione – specifica Traldi – tocca anche noi: aree di mercato più consolidate, come per esempio l’Europa, sono in calo. Il trend negativo, tuttavia, è controbilanciato dagli sforzi nel lontano Oriente: i ricavi generati laggiù, nel 2009, saliranno tra il 15 e 18 per cento. A breve, poi, apriremo il terzo impianto in Cina». Insomma, l’internazionalizzazione, oltre alla tecnologia, per gestire la crisi. Anche perché la battaglia dei Lollypop si combatte su scala planetaria. A fine 2008, Perfetti Van Melle era il terzo gruppo al mondo dopo Cadbury e Mars-Wrigley. Una posizione minacciata dal recente tentativo di shopping, per 10 miliardi di euro, da parte di Kraft sull’inglese Cadbury. È la crisi che spinge le aziende, in caccia di economie di scala e di scopo, a consolidarsi. «Ciò che preoccupa – dice Traldi – è il possibile peso contrattuale di simili giganti. In aree a forte espansione, come la Cina, avremo più difficoltà nel trattare con le grandi catene di distribuzione».

Non è solo internazionalizzazione. Anche perché, se nei paesi emergenti le caramelle con lo zucchero vanno per la maggiore («La caloria in più – sorride Hartmann – non è il diavolo»), in Europa il prodotto light è d’obbligo. Così le società del chewing gum spingono sull’innovazione. «In Italia – spiega il manager -, proprio per fronteggiare la recessione, abbiamo deciso di anticipare il lancio di nuovi prodotti: questi, a tutt’oggi, valgono il 20% del fatturato contro una media del 10 per cento. Uno sforzo non da poco». Vale a dire? «Abbiamo studiato formule che, ad esempio, permettono il rilascio ritardato delle molecole di aroma dalla gomma: il chewing gum, anche dopo dieci minuti, deve avere un sapore. Fondamentale poi, il packaging, la confezione. Sicura, nuova e accattivante. Per Vigorsol Cult, ad esempio, abbiamo puntato su una scatola cool».

A ben vedere, è essenziale che il prodotto sia anche adatto per essere lanciato in uno spot. Che la pubblicità fosse fondamentale Perfetti l’aveva già capito nel 1952 quando lanciò Brooklyn, “La gomma del ponte”. Una vera icona culturale. Poi, con il trascorrere del tempo sono arrivate pubblicità più aggressive. Come Cippy: lo scoiattolo che dopo aver masticato un fresco chewing gum, grazie alla fresh air explosion, arriva a salvare il Polo dal surriscaldamento globale. Spot che, proprio in un periodo di recessione («Non abbiamo tagliato gli investimenti», dice Traldi), danno la spinta in più all’acquisto d’impulso. Anche se, poi, la finzione pubblicitaria nulla può contro la ricerca (obbligata) di maggiori efficienze. Proprio di recente, è stato deciso di trasferire (a Lainate e Teramo) le linee produttive dello storico stabilimento della Caremoli, quello delle Golia. Sarà cassa integrazione? «No. C’è un accordo con i sindacati che prevede: contratti a termine trasformati in tempo indeterminato e il prepensionamento di 25 lavoratori nel 2009. Un’altra decina, poi, quelli coinvolti nel 2010».
Non sono solo i chupa-chupa. Anche il gelato può difendere dalla crisi. In Italia, le famiglie continuano a spendere 1,9 miliardi di euro all’anno per creme e cioccolato. Un fatto che può avere un impatto positivo sulla filiera industriale di coni e coppette. Per rendersene conto bisogna scendere lungo la via Emilia e fermarsi ad Anzola dell’Emilia, a un quarto d’ora da Bologna. Qui ha sede, e stabilimento, la Carpigiani, che, nata nel 1946, produce macchine per fare il gelato.

Ebbene in un settore, quello metalmeccanico, dove le ore di cassa integrazione non si contano più e i fatturati crollano, il gruppo emiliano resiste. «La situazione economica e patrimoniale è solida – spiega il neodirettore generale Andrea Cocchi -. I ricavi degli ultimi mesi sono migliorati e, a parità di cambio, dovremmo chiudere l’esercizio con una flessione attorno al 6 per cento». Il fatturato dovrebbe attestarsi su 120 milioni di euro. Certo, la diminuzione è nei numeri. Ma proprio la tipologia dei prodotti made in Carpigiani, cioè beni d’investimento, rende il risultato interessante. «Sono macchine che durano anni – specifica il manager -, con un tasso di sostituzione basso». Così, soprattutto in questo periodo «dobbiamo puntare sull’eccellenza. La nostra forza? La rete di fornitori, un indotto di circa 500 piccole e medie imprese». Un know-how, spesso artigianale, «senza eguali al mondo. Sembrerà incredibile, ma l’insieme del cilindro con le pareti fredde, dov’è mantecato il gelato, e l'”agitatore” che mescola il prodotto è costruito nella giusta maniera solo dalle nostre parti».

Sono i piccoli accorgimenti e modifiche, introdotti anno dopo anno nei laboratori della zona, a fare la differenza. Una differenza però che, viste le ridotte dimensioni delle aziende, rischia di sparire con la crisi. Tanto che alla Carpigiani sono dovuti intervenire. «Abbiamo chiamato i fornitori – ricorda Romano Verardi, responsabile sistema e gestione qualità – e li abbiamo sollecitati a riorganizzarsi». Prosegue: «Avevamo bisogno di capi commesse esterni che, da un lato, si facessero carico della realizzazione dei vari moduli, montati e collaudati in fabbrica; e che, dall’altro, coordinassero i soggetti più piccoli». All’inizio ci sono state resistenze «ma, poi, tutti hanno capito che la festa era finita». Così, fino ad ora, «nessuno dei nostri fornitori è saltato», dice Cocchi. Anche perché «abbiamo giocato d’anticipo – fa eco Verardi – Già da tempo abbiamo introdotto la flessibilità in azienda». Che cosa vuole dire? «Il nostro è un business di per sé stagionale: nel periodo di picco l’orario è di 48 ore settimanali; in quello di calo di 32. Considerare normale di per sé l’orario flessibile è un punto di forza per gestire la crisi». Tanto che alla Carpigiani di cassa integrazione fino ad ora non si parla proprio. Alessandro, addetto a un reparto, confida: «Ho degli amici che hanno perso il lavoro. Visto quello che succede fuori, lavorare qui va bene».

Non è solo economia di rete, formazione, outsourcing e flessibilità. Essenziale è intercettare la domanda in arrivo da tutto il mondo. Carpigiani è un mix, non raro nel tessuto industriale italiano, tra imprenditoria locale, managerialità e internazionalizzazione. Nel 1989 è stata acquisita da Ali Group, colosso milanese della produzione e distribuzione di apparecchiature per la ristorazione professionale. «Il gruppo – dice Cocchi -, seppure l’autofinanziamento sia nelle nostre corde, garantisce un ombrello importante sotto il profilo finanziario». Anche per la crescita all’estero. Carpigiani, oltre a due stabilimenti in Italia, ne ha altri tre oltreconfine (in Spagna, Usa e Cina). Il tutto per una capacità produttiva annuale di 10mila macchine per il gelato e circa 20mila per le granite. Ma non soffrite la stretta sul credito? «In Italia direttamente no. All’estero aiutiamo i nostri 300 concessionari (che affiancano dodici sedi commerciali, ndr) con l’apertura di linee di finanziamento. Se non controllassimo la rete distributiva sarebbero guai: le banche non sono disposte a finanziare i piccoli trader locali». Una strategia essenziale per Carpigiani, leader con una quota del 50% nel mercato mondiale, che non può prescindere dall’estero. «Nel gelato soft all’americana, che vale il 40% dei nostri ricavi, abbiamo notato una certa effervescenza: le catene di fast food chiedono le nostre macchine». Di nuovo, la domanda di food and beverage, a basso prezzo, attira la clientela. E l’azienda bolognese ne approfitta. Anche se, il gelato tradizionale all’italiana, «rimane il nostro atout principale», conclude Cocchi.

L’università dell’ice cream arma in più per creare e attirare la domanda
Alla Carpigiani si fa anche cultura. Il gruppo emiliano ha da tempo fondato l’università del gelato. Una scuola industriale che non forma tanto gli impiegati quanto persone esterne al gruppo. «I corsi – spiega il direttore generale Andrea Cocchi – si rivolgono direttamente a imprenditori che vogliono iniziare un’attività nel mondo dell’ice cream o a chi lavora in catene e rivendite alimentari». L’obiettivo è diffondere la cultura del gelato. Anche se, poi, la strategia primaria è formare l’imprenditore sulle macchine del gruppo e indirizzare la domanda.
Logistica e controllo del magazzino essenziali per il gruppo dei chupa-chupa
La Perfetti Van Melle, che conta trenta stabilimenti in tutto il mondo dove lavorano 17mila dipendenti (in Italia sono 1.200), per fronteggiare la recessione nella penisola si affida anche, e soprattutto, alla logistica. «Realizziamo – dice Ubaldo Traldi, Ceo del gruppo – fino a tre riunioni settimanali con la nostra rete di circa 700 agenti. Così, monitoriamo in tempo reale la domanda. Grazie all’automatizzazione siamo molto flessibili con le scorte in magazzino. Vengono riviste ogni due, tre settimane».

Fonte: www.ilsole24ore.com

Read Full Post »

(Teleborsa) – Roma, 14 ott – In contrazione le esportazioni della Cina nel mese di settembre, ma meno rispetto ad agosto. Tale dato potrebbe riflettere un miglioramento del commercio a livello globale. Le spedizioni hanno evidenziato un decremento del 15,2% su base mensile contro la flessione del 23,4% riportata ad agosto. Il surplus della bilancia commerciale di settembre si attesta a 12,9 miliardi di dollari, contro i 15,8 mld del consensus.

Fonte: http://finanza.repubblica.it

Read Full Post »