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Archive for settembre 2009

di Emma Lupano
 
 
«Ni shou zhongwen ma?», ossia: «Parli il cinese?». Se dieci anni fa solo poche centinaia di italiani avrebbero saputo rispondere (e rispondere di sì) a questa domanda, oggi i sinofoni formano un nutrito esercito. Insospettabile ai più, probabilmente. Sommerso e poco evidente, forse. Ma in netta crescita.

Sono studenti, quelli che per prepararsi a un mercato del lavoro che sembra non poter offrire più nulla puntano sull’originalità e sul futuro. Sono imprenditori, costretti a fare i conti con la Cina, ma poi rimasti così affascinati da volerne studiare la lingua. Sono pensionati, sono semplici curiosi, sono appassionati di arti marziali. Sono poliglotti avidi di nuovi idiomi.

Quanti siano, in tutta Italia, è difficile da stabilire. Non lo può dire il numero di esaminandi dello Hanyu Shuiping Kaoshi, la certificazione ufficiale di conoscenza del cinese rilasciata da Pechino (all’appello di maggio, quest’anno, erano duecento nella sola Milano ) perché molti ancora non se la sentono di affrontarlo. Una cosa però è certa: studenti e scuole sono in aumento in ogni parte del Paese.

I corsi di cinese spuntano come funghi, sia nelle scuole dell’obbligo che nel settore della formazione privata. E anche a livello universitario: nel giro di pochi anni, molti atenei hanno attivato corsi di cinese e creato dipartimenti specifici. Da Enna a Pavia, da Pisa a Como, sempre più università vogliono avere il cinese nel ventaglio della propria offerta formativa.

E gli studenti rispondono. Lo dicono i numeri registrati nei centri di insegnamento del cinese più affollati d’Italia, cioè la Sapienza di Roma, Ca’ Foscari di Venezia, Università degli Studi di Torino e Università degli Studi di Milano. Le cifre sono passate da poche decine a centinaia, perfino migliaia.

Alla Sapienza, gli studenti attualmente iscritti che hanno scelto di studiare il cinese sono circa 1200, da aggiungere a quelli che frequentano l’Istituto Confucio, circa 350 a semestre. A Venezia, la stima è di poco inferiore e si aggira intorno alle mille spersone. A Torino se ne contano circa 400, mentre in Statale a Milano, dove il cinese si avvia a diventare la terza lingua più studiata dopo inglese e spagnolo, sono già 500. Totale: ben oltre tremila. Escludendo i molti altri atenei italiani che offrono corsi di cinese.

Una “febbre” di Cina che ha portato all’avvio, al Convitto nazionale Vittorio Emanuele II di Roma, di un liceo scientifico internazionale dove il cinese è lingua curriculare ed è la prima studiata, per tutto il quinquennio . Si tratta della prima esperienza di questo genere in Italia e della seconda in Europa (un altro liceo del genere esiste solo a Parigi) ed è nata in collaborazione con l’Istituto Confucio di Roma.

L’inaugurazione del liceo è prevista per ottobre, ma le lezioni sono già iniziate il 14 settembre. Ogni settimana, i 28 alunni studieranno 9 ore di cinese e solo 4 di italiano. Nonostante le quasi duecento richieste, il ministero dell’Istruzione italiano ha autorizzato la formazione di una sola classe.
 

Fonte: http://job24.ilsole24ore.com

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Si moltiplica l’offerta di corsi di cinese per studenti e professionisti…

Il sole 24ore – 28 settembre 2009

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di Emma Lupano 
 
“Mi sono laureato in legge quest’anno, ma trovare lavoro è molto difficile. Che cosa devo fare?”. E’ la domanda che si stanno ponendo, come la pone un utente anonimo sul sito internet Baidu Zhidao (“Baidu lo sa”), i due milioni di neolaureati cinesi che non sanno più che pesci pigliare nella ricerca della loro prima occupazione.

Secondo l’agenzia di stampa governativa Xinhua, solo il 68 per cento dei 6,1 milioni di studenti universitari che si sono laureati nel 2009 avrebbe già firmato un contratto. Il restante 32 per cento, due milioni per l’appunto, non ne avrebbe vista neanche l’ombra. E non sarebbero i soli: a fargli compagnia, e a dimostrare che la disoccupazione intellettuale in Cina non è una novità portata dalla crisi, ci sarebbe anche il milione e mezzo di laureati del 2008 rimasti esclusi dal mondo lavoro. Giovani provenienti anche da atenei prestigiosi che, a oltre dodici mesi dalla fine della loro carriera universitaria, non hanno ancora trovato un impiego.

Il problema esiste da una decina di anni, da quando cioè le università cinesi cominciarono ad ammettere quote sempre crescenti di studenti, andando così a ingrossare le file dei laureati in cerca di un lavoro. Quest’anno però, a causa dell’arresto economico globale, la situazione rischia di diventare esplosiva, come le stesse autorità hanno ammesso in più occasioni. Nella sola Shanghai, la città più ricca della Cina, sarebbero 300mila i disoccupati, mentre ben sette neolaureati ogni dieci starebbero cercando invano un lavoro.

La crisi ha ovviamente dato il suo contributo.Con il crollo delle esportazioni verso i Paesi occidentali, centinaia di migliaia di fabbriche e imprese cinesi sono state costrette a chiudere. La provincia più colpita è stata quella del Guangdong, e a farne le spese sono stati i dipendenti e i potenziali nuovi assunti, cioè i neolaureati. Guarda il video

E poi ci sono i lavoratori migranti: ex contadini provenienti dalle zone rurali che ogni anno affluiscono nelle metropoli e nelle aree a maggiore concentrazione industriale per trovare un impiego meglio remunerato di quello agricolo. Con la chiusura delle aziende e con il calo dell’attività, molti sono stati licenziati e costretti a tornare nelle campagne. Secondo il Ministero delle risorse umane e della sicurezza sociale, oggi nelle città cinesi sarebbero presenti 148 milioni di contadini migranti, di cui 4 milioni senza un lavoro. Per gli esperti delle aree rurali, invece, i migranti che hanno perso il lavoro negli ultimi mesi e che rischiano di non trovarlo mai più sarebbero addirittura 20 milioni.

La guerra di cifre è all’ordine del giorno. Calcolare il numero dei disoccupati in Cina sembra un rompicapo, perché il sommerso è tanto e perché il metodo utilizzato per rilevare i dati non è dei più accurati. L’Ufficio nazionale di statistica, ad esempio, non considera nei suoi calcoli i lavoratori licenziati da imprese statali. Inoltre, prendendo in considerazione soltanto i lavoratori regolarmente residenti in città, i conteggi ufficiali escludono automaticamente dall’insieme l’esercito dei lavoratori migranti.

Cifre a parte, comunque, tutti sembrano d’accordo su un punto: nel 2009 i “disordini sociali” in Cina potrebbero aumentare. Un’impennata nelle proteste, specialmente nelle campagne, si è già registrata negli ultimi anni, spesso per casi di corruzione o di violenza. Ma, oltre ai contadini disoccupati, sono gli studenti a preoccupare la leadership, memore del movimento di piazza Tian’anmen, di cui quest’anno ricorre il ventesimo anniversario. I disordini del 1989, soppressi nel sangue, erano partiti proprio dagli atenei della capitale.

Ecco perché a Pechino da mesi si cerca di mettere una pezza al problema dei disoccupati, creando nuovi posti di lavoro grazie all’iniezione di 4 miliardi di euro contenuti nel pacchetto anticrisi di novembre 2008. Ed ecco perché il governo ha intimato ai quadri locali di fare tutto il possibile per creare nuovi impieghi.

A Weidong, nella provincia dello Shandong, ai funzionari è stato chiesto di mettere a frutto tutti i loro contatti e tutte le loro conoscenze per trovare lavoro ad almeno tre neolaureati del loro territorio. Nella capitale, invece, il governo ha approvato un programma per assumere per tre anni 1600 laureati, con il compito di assistere i funzionari locali nei villaggi intorno alla città.

Nonostante gli sforzi, però, l’atmosfera rimane cupa, agli occhi dei neolaureati e del pubblico cinese in generale. Anche perché cupa è l’immagine che proviene dai media, che da mesi cavalcano il dramma sociale con un certo compiacimento.

«Quanti di voi sono iscritti al quarto anno? Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette. Bene, sappiate che per quest’anno non avete alcuna speranza di trovare lavoro», dice, scherzando ma non troppo, il presentatore del programma “Lang Xianping shuo” al pubblico composto da studenti universitari in una puntata dedicata all’argomento.

Così, mentre alcuni disoccupati cum laude si affidano al web per trovare risposte alle proprie ansie, altri si buttano sui concorsi per gli impieghi pubblici, si iscrivono a master e dottorati per rimandare il salto nel vuoto o si candidano per posti di lavoro ben poco appetibili in tempi normali. E’ successo lo scorso novembre: quando 1500 laureati si candidarono per un posto da venditore di carne di maiale a Guangzhou, la notizia fece il giro dei media cinesi. Il lavoro “sporco” in realtà doveva durare soltanto alcuni mesi, e la prospettiva per i nuovi assunti era di raggiungere posizioni manageriali. I media però calcarono la mano sull’immagine dei laureati disperati, scatenando valanghe di dibattiti.

Altrettanta enfasi viene data ai casi (in crescita) di suicidio di giovani disoccupati. Non trovare un lavoro, o trovare un lavoro inadeguato rispetto al proprio titolo di studio, per alcuni è una vergogna inaccettabile. «Che fate se non avete un lavoro e i vostri genitori vanno in pensione? – chiede al pubblico in studio il severo Lang Xianping -. Che fate se non avete un lavoro e i vostri genitori si ammalano? Che fate se non avete un lavoro e i vostri genitori prima vanno in pensione e poi si ammalano? Siete tutti figli unici. E non siete sposati. Per voi è bello, siete giovani e volete divertirvi. Ma per i vostri genitori? Se c’è qualche problema, come pensate di cavarvela?». I giovani in studio lo guardano. E tacciono.

Fonte: www.ilsole24ore.it

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