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Archive for febbraio 2009

La Cina ha preso gli Usa come modello e partner nella svolta capitalista. Ora la crisi mette in difficoltà il rapporto

PECHINO – “Vi odiamo ma non possiamo fare a meno di voi”. Alla vigilia dell’arrivo di Hillary Clinton a Pechino, uno dei massimi dirigenti della politica monetaria cinese sbotta in uno sfogo poco diplomatico che riassume perfettamente lo stato d’animo verso l’America. La Cina si sente invischiata in “Chimerica”. Quella simbiosi con gli Stati Uniti che è stata la ricetta magica dello sviluppo oggi si trasforma in una trappola. L’abbraccio con l’America, per i suoi effetti economici può trascinare a picco anche la Repubblica Popolare. A fare quello sfogo insolitamente esplicito è Luo Ping, alto funzionario della Banca centrale, durante l’incontro con un gruppo di banchieri americani. Luo Ping dice ad alta voce quello che molti qui pensano: “Vi preparate a inondare i mercati finanziari con nuove emissioni di titoli del debito pubblico, nel 2009 stamperete Buoni del Tesoro per un valore tra i 1.000 e i 2.000 miliardi di dollari aggiuntivi. Noi sappiamo ciò che significa: il dollaro prima o poi è destinato a perdere valore. E con il dollaro si deprezzano gran parte dei nostri investimenti. Vi odiamo perché non possiamo fare altro che comprare i vostri Treasury Bonds”.

L’arrivo di Hillary Clinton sarà l’occasione per celebrare la cruciale partnership fra le due superpotenze mondiali. Ma dietro il linguaggio felpato della diplomazia, e le inevitabili promesse di cooperazione, i motivi di tensione tra le due sponde del Pacifico stanno aumentando. Alla rivalità strategico-militare, alle “ansie da declino” che vive l’America, alle tentazioni protezioniste affiorate nel Buy American, si aggiunge un crescente risentimento dei cinesi. I vertici di Pechino si sentono ingannati dal loro partner più importante, spiazzati per avere creduto nel modello economico americano fino a diventarne una colonna portante. Con 338 miliardi di esportazioni made in China acquistate dagli Stati Uniti nel 2008, il consumismo americano è stato il traino dello sviluppo economico: ha innalzato i livelli di benessere e ha mantenuto la stabilità sociale in Cina. In cambio dell’apertura del mercato Usa, Pechino ha generosamente sovvenzionato il vizio dell’America di vivere al di sopra dei suoi mezzi. L’attivo commerciale cinese – 266 miliardi l’anno scorso – è stato reinvestito in dollari. In Bot americani, perlopiù. Così la fabbrica del pianeta faceva credito al suo cliente più importante. Ma ora non basta quel riciclaggio di capitali cinesi per tenere a galla i consumi americani. U. S. News & World Report lancia una provocazione: “Forse finiremo per chiedere alla Cina che spedisca direttamente alle nostre famiglie degli stimulus checks, gli assegni da spendere al supermercato come quelli di Obama”.
Chi si aspettava che la globalizzazione targata Chimerica entrasse in crisi per colpa dei cinesi, ha avuto una sorpresa. E’ l’implosione del sistema finanziario Usa a mettere nei guai i due partner. Tian Guo Li, chief executive del gruppo Cinda e uno dei più importanti banchieri cinesi, esprime la delusione di un’intera nomenklatura occidentalizzata: “Chi avrebbe mai detto che quelle banche di Wall Street che noi ammiravamo e consideravamo dei modelli da emulare, come Citigroup, sarebbero finite così male?” E’ una magra consolazione per l’orgoglio nazionale osservare che oggi sono le cinesi Icbc e China Constructions Bank i due maggiori istituti di credito del mondo per la capitalizzazione in Borsa.

Brucia il fatto che il “maestro” ha tradito la fiducia dell’allievo. Per trent’anni le politiche economiche di Pechino hanno inseguito il paradigma neoliberista di Washington. Ora nel tracollo di quel modello la Repubblica Popolare si scopre vulnerabile. E lo dice forte e chiaro. Tian Guo Li, che attraverso Cinda Asset Management ha investito capitali di Stato cinesi a Wall Street, è allarmato per la lentezza della terapia Obama: “Bisogna agire più in fretta. I titoli tossici nei bilanci delle banche sono come il marcio in una mela: va tolto presto, prima che faccia marcire anche il resto. Guai se Washington tergiversa come fece il Giappone nella sua lunga depressione degli anni Novanta”.

La tensione che si respira ai piani alti della nomenklatura cinese è proporzionale alle ricchezze che Pechino ha affidato al suo grande debitore d’oltreoceano. Non ne fa mistero Fang Shangpu, direttore dell’Ufficio Cambi: “L’America deve proteggere gli interessi degli investitori stranieri. La sua moneta è il più grosso investimento estero della Cina”. Con 2.000 miliardi di dollari di riserve valutarie ufficiali, la banca centrale di Pechino è la più ricca del pianeta. Ma quel tesoro di guerra è di fatto sterilizzato. La sua destinazione è obbligatoria: Treasury Bonds americani, ancora e sempre. Nel 2008 la Cina ne ha sottoscritti altri 700 miliardi. Ogni asta di Bot americani fallirebbe, se non si presentassero i banchieri centrali cinesi a fare la parte del creditore magnanimo. E questo nonostante le perdite già subìte sul tasso di cambio: da quando il renminbi (la moneta cinese, ndr) ha abbandonato la parità fissa col dollaro (nel luglio 2005) si è rivalutato del 21%, assottigliando di altrettanto il valore degli investimenti cinesi in dollari.

Intanto lo schianto della locomotiva americana ha un costo sociale gravissimo. Già nel terzo trimestre del 2008, per effetto della caduta delle esportazioni, la crescita cinese si è dimezzata brutalmente: 6,8% di aumento del Pil contro il 13% del 2007. In seguito ai licenziamenti di massa nell’industria tessile, del giocattolo, dell’elettronica, i disoccupati ricacciati nelle campagne sono ufficialmente a quota 27 milioni. Più un milione e mezzo di giovani laureati senza lavoro, un esercito di scontenti politicamente ancora più esplosivo. Ora che Pechino ha bisogno di mobilitare tutte le risorse disponibili per rilanciare la sua crescita interna, è frustrante ricordarsi di quei 2.000 miliardi dollari “congelati” per finanziare l’America.
La goccia che fa traboccare il vaso è il revival di protezionismo a Washington. Prima il segretario al Tesoro Tim Geithner che accusa Pechino di “manipolare” la sua valuta. Poi la clausola Buy American nella manovra di 787 miliardi di spesa pubblica varata dal Congresso, il cui bersaglio numero uno è proprio l’acciaio cinese. E’ furioso Xi Jinping, vicepresidente della Repubblica e delfino designato per la successione alla leadership suprema. Anche lui abbandona per un attimo la diplomazia. “Certi occidentali – dice Xi – anche in questa crisi non trovano niente di meglio da fare che prendersela con noi. Vorrei ricordare loro alcuni dei nostri meriti. Primo, la Cina non esporta rivoluzioni o ideologie ostili. Secondo, non esportiamo povertà né fame. Terzo, non esportiamo conflitti armati”.

L’insofferenza che trapela da queste parole non segna ancora la fine di Chimerica. Con la Clinton i leader del regime faranno le prove generali di un dialogo costruttivo, convinti come sono che a nessuno giovi aggravare la recessione globale. Ma visto il disamore dell’America profonda verso di loro, i dirigenti della Repubblica Popolare stanno studiando un piano B. Tra le mosse più ardite c’è l’uso delle imponenti riserve valutarie per scopi nuovi: finanziare l’acquisto di giacimenti di materie prime all’estero, dall’Australia all’Africa all’America latina. Sarebbe una riconversione densa di conseguenze, un colpo alla stabilità del dollaro, un ammanco di finanziamenti preoccupante per il Tesoro di Washington. Quella soglia fatale non è stata ancora varcata. “Vi odiamo ma non possiamo fare a meno di voi”, resta il sentimento-chiave di questa fase. Ma anche la pazienza confuciana ha un limite.
FEDERICO RAMPINI

Fonte: www.repubblica.it

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700_dettaglio2_pitturaRoma alla scoperta della pittura cinese contemporanea. Sono 100 le opere, dipinte da 7 tra i piu’ affermati e quotati artisti cinesi viventi, esposte, da oggi fino a giovedi’ prossimo, per la prima volta in Occidente, all’hotel Bernini Bristol di Roma. La mostra e’ organizzata dal Centro Internazionale di Scambio della Pittura e Calligrafia Cinese di Hong Kong, la cui missione e’ la promozione e la facilitazione degli scambi artistici e della comunicazione tra l’arte cinese ed il resto del mondo. All’inaugurazione della mostra e’ intervenuto anche l’Ambasciatore della Repubblica Popolare Cinese nella Repubblica Italiana, Sun Yuxi.

“Questo primo scorcio del terzo millennio – spiega Vittoria Mancini, presidente dell’Associazione Italia-Cina – ha visto espandersi sempre di piu’ il successo internazionale, l’interesse culturale e le valutazioni commerciali della pittura cinese contemporanea in tutto il mondo. In Italia, tuttavia, le occasioni per conoscere direttamente questa realta’ in grande crescita e per allacciare relazioni con i suoi protagonisti piu’ vivaci e promettenti sono state finora molto poche o piuttosto del tutto assenti”. “Manifestazioni come queste – sottolinea il primo vicepresidente dell’Associazione Generale del Commercio Italo-Cinese, Zhong Zhu John – sono preziose per favorire la conoscenza reciproca tra i nostri popoli, che a sua volta e’ essenziale per approfondire e consolidare sempre di piu’ l’amicizia, su cui tutti noi siamo cosi’ fortemente impegnati”.

“Il nostro impegno – aggiunge il presidente del Centro Internazionale di Scambio della Pittura e Calligrafia Cinese, Zhang Shuzhong – per costruire un ponte culturale ed organizzativo tra artisti ed istituzioni in Cina e negli altri Paesi, e’ stato gia’ premiato da eccellenti risultati e commenti in varie nazioni del mondo, tra cui Tailandia, Malesia, Dubai, Emirati Arabi Uniti ed Indonesia. Sentiamo oggi – conclude – l’esigenza di coinvolgere anche l’Europa nella nostra missione e naturalmente come primo Paese non potevano che scegliere l’Italia, sinonimo di arte e cultura in tutto il mondo”.

Fonte: www.adnkronos.com

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A gennaio l’export scende del 17,5%, oltre le peggiori previsioni. Minori importazioni del 43%; in crisi i mercati dell’Asia-Pacifico. Si teme una crescita non superiore al 6%. Ora si attendono le mosse del governo, che finora punta solo su investimenti pubblici e finanziamenti bancari.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – L’esportazione cinese scende del 17,5% a gennaio rispetto al gennaio 2007, il peggior dato dall’ottobre 1998, aumentando il timore per la perdita di posti di lavoro e il rallentamento della crescita cinese.

dscf2940A dicembre la contrazione era stata “solo” del 2,8% e questo dato ha superato le peggiori previsioni, che parlavano di un -12/14%. Forse è conseguenza anche del Nuovo Anno Lunare, che è arrivato a gennaio mentre nel 2008 era caduto a febbraio.

I settori più colpiti sono il tessile, i giocattoli, l’elettronica e altre manifatture, proprio i prodotti che hanno sempre trainato l’export cinese e che sono la principale produzione della fabbriche della zona costiera. Il governo dice che 20 milioni di migranti hanno già perso il lavoro, ma si reputa il numero molto maggiore dato che tra i migranti è diffuso il lavoro nero. Il dato, inoltre, non considera i molti che già ricevono un salario minore o addirittura nessun salario, pur continuando a lavorare.

Esperti parlano di una crescita del Paese del 6,1% nel primo trimestre 2009, il minimo dal 1999.

In forte calo a gennaio anche le importazioni, -43,1% su base annua, conseguenza della minor domanda di componenti estere e materie prime per la produzione, ma anche sintomo della contrazione dei consumi per le crescenti difficoltà economiche. Grazie a questo dato, il surplus negli scambi con l’estero ha segnato un incremento di 39,11 miliardi di dollari a gennaio. Verso gli Stati Uniti il disavanzo a favore della Cina è cresciuto dell’1,9% per 12,3 miliardi di dollari.

Gli esperti prevedono ulteriori rallentamenti dell’esportazione e, quindi, della produzione, dato che non appare prossima una ripresa dei consumi di Usa ed Europa. Ma questo potrà avere effetti deprimenti sull’intera economia della regione, dato che i Paesi vicini vendono alla Cina materie prime e prodotti semilavorati. A dicembre le esportazioni di Taiwan sono scese del 42%, quelle giapponesi del 35% e quelle della Sud Corea del 17%: sono i 3 maggiori fornitori di prodotti semilavorati poi assemblati nelle fabbriche cinesi.

Il mercato interno appare depresso nonostante la crescente deflazione, con i prezzi delle merci alla produzione scesi del 3,3% a gennaio e i prezzi al consumo aumentati appena dell’1%, il minimo da 30 mesi, con un aumento del 4,2% per i generi alimentari (+19,6% per i vegetali) ma con forti diminuzioni per vestiti, trasporti e immobiliari. Esperti ritengono che il governo interverrà per contenere la deflazione, per non erodere i già ristretti margini di guadagno delle imprese produttrici, e per stimolare i consumi interni. C’è grande attesa per le iniziative di Pechino, che finora si è limitata ad annunciare grandi investimenti pubblici e a incentivare i finanziamenti bancari. (PB)

Fonte: www.asianews.it

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L’azienda del bertinorese Ricci
Sarebbe in corso una protesta degli oltre 2mila operai alle dipendenze del poltronificio avviato dal forlivese a Shenzhen, nella Cina meridionale. Ora gli stabilimenti sono chiusi. Il proprietario: “In Cina non si può più lavorare”

Oltre duemila operai cinesi dell’azienda italiana DeCoro, fondata dal bertinorese Luca Ricci, sono scesi in piazza nei giorni scorsi per chiedere il pagamento di alcuni arretrati che alla fine sono stati pagati dal governo locale. Lo scrive il South China Morning Post di Hong Kong.

’’Dopo due giorni di trattative, sono esausto, tutto quello che posso dire è che gli operai sono stati pagati’’, ha dichiarato al quotidiano un funzionario del governo di Shenzhen, la città della Cina meridionale dove la DeCoro produce mobili di lusso dal 1997. Un altro funzionario ha detto al giornale che ‘’centinaia di operai avevano bloccato le strade appena avevano saputo che il proprietario dell’ azienda era fuggito a metà gennaio’’.

Il proprietario e fondatore della DeCoro, Luca Ricci, raggiunto telefonicamente dichiara che “gli operai sono stati regolarmente pagati, la protesta è legata al Tfr. Sto valutando di aprire l’azienda in un altro Paese, perché in Cina non si può più lavorare. Secondo il giornale di Hong Kong ‘’l’impresa aveva problemi di liquidità fin da ottobre’’, colpita dalla crisi economica iniziata negli Usa, il paese nel quale si trovavano la maggior parte dei suoi clienti. L’ azienda avrebbe registrato in ottobre un calo di ordini del 50 per cento.

Il 26 gennaio Ricci, citato dalla rivista Furniture Today, aveva confermato la chiusura dei due stabilimenti della DeCoro. Originario di Forlì, dove suo padre possedeva la TreErre spa, Luca Ricci si è associato nel 1997 con un gruppo di stilisti italiani per lanciare la DeCoro, che nel 2004 ha fatto registrare un giro d’affari di 240 milioni di dollari. Oltreché negli USA, i divani e gli altri prodotti dell’impresa venivano esportati in Europa, Giappone e Nuova Zelanda.

La DeCoro aveva tremila dipendenti e, pur avendo praticato una politica di alti salari (fino a 2.300 yuan, cioè 230 euro, al mese, il massimo nell’industria della Cina meridionale), ha spesso avuto problemi sindacali. Nel 2007, gli operai protestarono per essere stati aggrediti dalla polizia mentre chiedevano aumenti salariali mentre nel 2005 tre operai avevano affermato di essere stati maltrattati da alcuni dirigenti della fabbrica. Ricci chiese pubblicamente scusa agli operai aggiungendo che il successo della sua impresa ‘’dava fastidio a molta gente’’.

Fonte: www.ilrestodelcarlino.ilsole24ore.com

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Per contrastare l’ondata di protezionismo che dilaga nel mondo intero la Cina promette che “comprerà europeo”. Durante la sua visita in Europa il premier Wen Jiabao moltiplica gli annunci di generose commesse cinesi per l’industria europea. Pechino vuole prevenire le tentazioni di alzare barriere contro il made in China, presentandosi come un possibile “salvatore” del nostro export in tempi di recessione.
Nella sua tappa a Londra Wen Jiabao ha annunciato che presto saranno operative delle “missioni ufficiali per grandi commesse”, delegazioni miste governo-industria che perlustreranno l’Europa per acquistare prodotti e tecnologie. Wen ha detto che “la fiducia in questa fase è più importante dell’oro e delle valute”, e la Repubblica Popolare intende aumentare gli acquisti di beni e tecnologie in Europa anche per “restaurare la fiducia sui mercati”. Il premier ha detto che nel corso di questa sua visita europea sono già stati firmati contratti per forniture alla Cina di un valore complessivo di 11,7 miliardi di euro.

Il Fondo monetario internazionale rivede al ribasso le sue previsioni per la crescita dell’intero continente asiatico. Secondo l’ultimo aggiornamento compiuto dal Fmi l’Asia crescerà solo del 2,7% quest’anno, un forte ridimensionamento rispetto al +4,9% di aumento del Pil asiatico che lo stesso Fmi ancora prevedeva fino al novembre scorso. Gli esperti dell’istituzione multilaterale di Washington sono tuttavia ottimisti per il 2010, prevedendo che la crescita rimbalzerà a un tasso doppio rispetto al 2009.

Tra le nazioni dell’Estremo Oriente secono il Fmi la più duramente colpita dalla recessione sarà la Corea del Sud con una de-crescita del Pil pari a meno 4% nel 2009. Per quanto riguarda la Cina il Fmi è nettamente più pessimista del governo di Pechino: gli economisti di Washington prevedono che il Pil cinese quest’anno crescerà del 6,7% contro l’obiettivo dell’8% fissato dai leader della Repubblica Popolare. Dominique Strauss-Kahn, direttore generale del Fmi, non ha escluso tuttavia che le previsioni sull’Asia possano subire ulteriori revisioni al ribasso nei prossimi mesi, per la rapidità del peggioramento della congiuntura.
La Banca del Giappone ha annunciato che spenderà 11 miliardi di dollari per acquistare azioni degli istituti di credito nipponici. La banca centrale ritorna così a usare uno strumento di aiuto e ricapitalizzazione a cui aveva già fatto ricorso negli anni Novanta in occasione della precedente crisi bancaria. L’annuncio dell’autorità monetaria di Tokyo coincide con le anticipazioni secondo cui il gruppo Mitsubishi Ufj Financial, la più grande banca giapponese, annuncerà una perdita nel bilancio 2008.
Fonte: www.repubblica.it

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Di fronte all’attacco della crisi finanziaria internazionale, a partire dal primo febbraio entrerà in vigore un pacchetto di normative cinesi che mirano a mantenere con impegno la crescita economica incrementando la domanda interna e portando vantaggi al pubblico.

Secondo le “Opinioni dell’Ufficio del Consiglio di Stato sul rinvigorimento della circolazione e incremento del consumo”, a partire dal primo febbraio la situazione della causa degli elettrodomestici nelle campagne sarà esteso a tutto il paese iniziando da una decina di province. Allo stesso tempo anche i motocicli, computer, scaldabagno e condizionatori d’aria faranno parte della lista dei sussidi politici per tale causa.

Dal primo febbraio sono entrati in vigore i “Regolamenti amministrativi doganali sulla riduzione e cancellazione delle imposte sulle merci import-export.

Secondo quanto appreso dalla Commissione di supervizione delle assicurazioni, è cominciato dal primo febbraio il “meccanismo di compenso dai danni nei trasporti con responsabilità reciproca dalla rispettiva assicurazione obbligatoria.

Fonte: Radio Cina Internazionale

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