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Archive for novembre 2008

Piazza Italia è finalmente completa: il più grande spazio dedicato al cibo italiano nel mondo (3600 metri quadri) ha inaugurato a Pechino il suo terzo e ultimo piano, che ospita un ristorante alla carta e un lounge bar. I primi due piani erano stati aperti nei mesi scorsi e hanno registrato un buon successo di pubblico; circa mille visite al giorno e una media di 500 scontrini rilasciati segnalano un interesse crescente dei cinesi ad alto reddito verso l’alimentazione italiana. Quali sono i prodotti più consumati? A guidare la classifica del market di Piazza Italia ci sono prodotti tradizionalmente lontani dalla cucina cinese come formaggi (13% degli acquisti), vini (12%) e prosciutti (7%); mentre il 45% della spesa in ristorazione veloce è costituito dalla pizza, un alimento che in Cina è già popolare da tempo, anche se spesso in versioni “addomesticate” al gusto locale o copiate dalle varianti Usa. Ma un progetto così ampio non può puntare solamente sull’alimentazione: “Per essere riconoscibili, in Cina, è necessario presentare le caratteristiche più riconoscibili dello stile di vita italiano” dice Emanuele Plata, amministratore delegato di Trading Agro CRAI, la spa creata da diverse cooperative e consorzi guidati da CRAI Secom per diffondere sul mercato cinese l’agroalimentare italiano. Da qui l’idea di dedicare un’area ai periodici italiani di design, in collaborazione con RCS Pechino, e sviluppare in futuro una serie di corsi di cucina. Piazza Italia Pechino è solo il primo di quattro negozi simili che apriranno prossimamnte in varie città cinesi.

Fonte: http://www.agichina24.it

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di Roberto Galullo

Il nome della fabbrica di bottiglie in plastica per acque minerali: solo il nome mancava per chiedere la collaborazione della magistratura spagnola e tentare di sottrarre un gioiello al ricchissimo tesoro disseminato per il mondo dal clan dei Casalesi. L’interrogatorio metteva di fronte un colletto bianco – anzi bianchissimo – e un dirigente delle Forze dell’ordine che da una vita spende la propria vita per dare la caccia alle famiglie Schiavone, Bidognetti, Jovine, Russo, Diana, Zagaria e il resto del gotha di una struttura verticistica e riservata, molto più simile a Cosa nostra che non ai clan camorristici napoletani, polverizzati, guasconi e appariscenti.
«Quel nome – confida al Sole 24 Ore in una stanza d’albergo quel dirigente, che parla per la prima volta solo con la promessa di non esistere agli occhi del mondo – non me lo ha fatto. Sapeva che se me lo avesse detto sarebbe stato ucciso. Che quella fabbrica fosse dei Casalesi lo sapeva solo lui, il contabile immacolato, e chi gli aveva messo in mano la valigia con i soldi». Il clan dei Casalesi che, con molte probabilità, è proprietario dell’azienda spagnola di bottiglie in Pvc, è quello che fa capo alla famiglia di Francesco Schiavone.
Le Forze dell’ordine non si arrenderanno e continueranno a stringere il cerchio intorno ai boss casalesi in casa propria, dove i boss si sentono al sicuro («Quando dovevo uccidere qualcuno – racconta al Sole 24 Ore un sicario del clan, ora collaboratore – mi appostavo per settimane, mesi a casa sua e, come un cacciatore, aspettavo che la preda arrivasse. Arrivava sempre.») ma è chiaro ormai che il business di Gomorra è senza confini. Anzi: dopo aver bruciato la Campania e affumicato il Centro-Nord, da anni i Casalesi inquinano mezzo mondo anche grazie ai lunghi sonni d’investigatori e inquirenti (Dea americana a parte).
La Penisola Iberica è un terreno già seminato: si tratta solo di raccogliere e continuare a seminare. Una messe garantita ogni anno: immobili, aziende agricole, alberghi, ville, negozi di lusso e tanto traffico di droga. «I Casalesi – spiega senza tanti giri di parole Lucio Di Pietro, memoria storica della lotta alla camorra in Direzione nazionale antimafia e ora procuratore generale a Salerno – si muovono secondo regole e schemi imprenditoriali. Non seguono il mercato: lo anticipano e lo condizionano». «Lo spirito imprenditoriale dei Casalesi – conferma il colonnello della Guardia di finanza Giuseppe Bottillo, per anni a capo del Comando provinciale di Napoli – è stato ereditato da Antonio Bardellino e dall’antica tradizione del contrabbando di sigarette».
È il mercato che li spinse nell’Est ancora prima che crollasse il Muro di Berlino. «Prima degli altri – continua Di Pietro – capirono che sarebbe crollato un mondo, ma sarebbe rimasta in piedi una struttura di ex agenti segreti e di milioni di armi con cui arricchirsi subito». Fu un’epoca d’oro: la vendita dei kalashnikov nella metà del mondo in guerra era appannaggio dei Casalesi. Il filone d’oro è stato prosciugato, anche se tracce di lanciagranate e lanciamissili nelle mani dei clan, di tanto in tanto, carsicamente ritornano e preoccupano. Ma quanto ha reso il business delle armi? «Una stima è impossibile – dice Di Pietro – ma parliamo di centinaia di milioni e man mano che prosciugavano di armi una nazione dell’Est Europa, passavano a quella vicina». Questa riserva di denaro pronto da investire non è stata la sola cosa preziosa che l’ex blocco comunista ha lasciato in eredità ai Casalesi: i contatti con gli ex agenti segreti e la facilità con cui corrompevano e corrompono la burocrazia ha lasciato spalancate le porte di Paesi come Ungheria, Polonia, ma soprattutto Romania: il nuovo Eldorado dei Casalesi. La ruota della fortuna gira ora intorno al business dei giochi d’azzardo online, casinò, poker, lotterie, scommesse e concorsi. Nei Paesi dell’Est è più facile ottenere licenze per i server: poche domande, guadagni assicurati e mazzette per molti. I Casalesi si arricchiscono dunque – attraverso la proprietà diretta o intestata a prestanome locali – sulle puntate che vengono effettuate (spesso illegalmente) da tutto il mondo nei server registrati in Romania e nella rete dei Paesi dell’Est.
Un business clone di quello attivo in Campania e anche in altre parti d’Italia dove i clan hanno la gestione diretta di decine di sale bingo, sale e concessioni per i giochi d’abilità a distanza con vincite in denaro, nelle quali riescono anche a violare la piattaforma dei Monopoli di Stato e puntare anche all’estero, nonostante il continuo aggiornamento del software italiano.
La Romania è nel mirino degli investigatori anche perché i Casalesi hanno diverse fabbriche (a partire da quelle tessili) nell’area di Timisoara. Tre anni fa fu intercettato un rumeno all’aeroporto di Milano Linate. Da alcuni “pizzini” che il boss Francesco Schiavone, alias “Cicciarello”, cugino di “Sandokan”, gli aveva affidato e che doveva consegnare a parenti e sodali, si scoprì che il clan aveva fabbriche di scarpe. Ma seguendo poi quella e altre tracce, gli investigatori scoprirono una rete di affari immobiliari degli Schiavone e di Giuseppe Russo in Polonia e Francoforte, con ristoranti e molte abitazioni di proprietà.
La Romania non è solo poker online e fabbriche, ma anche gigantesche aziende agricole nelle quali si produce il latte di bufala campana: con quali garanzie? Si ha anche notizia di laboratori grafici artigianali che producono etichette false per certificare come genuine e a norma di legge le mozzarelle vendute poi in mezzo mondo.
Non solo Francia, insomma, dove Vincenzo Zagaria e Aldo De Simone (fratello del pentito Dario, spietato killer), con la compiacenza d’imprese apparentemente pulite, fino a pochi anni fa esportava enormi quantità contraffatte di derivati del latte e burro chimico. Ma indagini in corso raccontano che quei traffici sono ripresi. Passato prossimo o remoto degli affari dei Casalesi sono anche il Brasile di Antonio Bardellino, ucciso nel luglio 1988 a Rio de Janeiro e, dall’altra parte dell’Oceano, il Portogallo, dove nel 1991 fu ucciso Mario Jovine, presunto assassino dell’ex sodale Bardellino, che aveva casa a Burgos.
Brasile, Portogallo, Francia, la Cina dei falsi e del traffico dei rifiuti, la Svizzera per il riciclaggio in banca del denaro sporco, Olanda e Belgio per lo snodo del narcotraffico europeo, persino la Scozia dove ad Aberdeen la famiglia camorristica La Torre di Mondragone si è arricchita anche girando con i propri prodotti le fiere enogastronomiche europee, sono solo realtà da consolidare. «L’insediamento dei Casalesi – spiega Di Pietro – crea delle comunità che portano capitali, creano lavoro e lavano denaro».
E gli affari – come per la ‘ndrangheta – ruotano quasi sempre intorno a una pizza o una mozzarella, serviti nei ristoranti dei prestanome, immacolati solo per i clienti. I nuovi affari – agevolati da professionisti insospettabili – sono anche in Germania (dove le autorità si sono parzialmente svegliate solo dopo la strage della ‘ndrangheta a Duisburg).
Qui i Casalesi, a partire dal clan Zagaria, prima infiltrano e poi rilevano imprese decotte o in crisi. Puntano in Borsa a Francoforte con coperture e prestanomi difficili da scoprire. In questo momento di recessione poi, è facile per i clan immettere liquidità: nelle crisi mondiali le mafie non conoscono mai crisi, semmai le benedicono. I capitali – per quanto ora aggrediti in Italia con continui sequestri e confische – sono di dimensioni impensabili. Nel triennio ’98-2000, solo per citare un caso, la famiglia Bidognetti guadagnava dai traffici illeciti 25 milioni netti all’anno. Una montagna di soldi da gestire e investire senza confini. Ad esempio nella droga.
Furbi e scaltri, i Casalesi sanno riconoscere lo strapotere della ‘ndrangheta grazie all’asse con i narcos colombiani e così, senza disdegnare ricchi traffici con il Sudamerica dopo aver concordato il via libera delle ‘ndrine, fanno rotta verso Nigeria e Albania, Paesi “veicolo” dall’Asia e dall’Africa ma anche produttori di nicchie ricercate e pregiatissime, a partire dalla cannabis.
La capitale regionale dei traffici dei Casalesi è Castel Volturno dove – non a caso – il 18 settembre c’è stata una strage e dove è perenne lo scontro con la mafia nera che spesso non sta ai patti per la sua forza e per i terminali che, dalla capitale Lagos, si ramificano in tutto il mondo. Castel Volturno fa asse con Tirana, capitale dell’Albania, nazione nella quale è stata messa a punto una fertilizzazione in acqua della cannabis che rende oro ai trafficanti. I Casalesi la smistano in tutta Italia, a partire da Calabria e Sicilia dove sembra particolarmente apprezzata. L’asse con Tirana dove la corruzione è a livelli alti come a Lagos, vale anche per il traffico di donne da avviare alla prostituzione e di macchine rubate in tutta Europa.
Sull’impero dei Casalesi, come su quello di Carlo V e su quello della ‘ndrangheta, non tramonta mai il sole, anche se ancora, in qualche parte del mondo, qualcuno si sorprende che i clan campani erano pronti a investire nella ricostruzione dell’area del World Trade Center a New York: l’ombelico del mondo anche per Gomorra.

Fonte: www.sole24ore.com

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Corneliani apre il proprio Representative Office nel più elegante quartiere di Shanghai. 
L’importante investimento in strutture e risorse umane si colloca nel piano di sviluppo dei principali mercati internazionali.

L’apertura coincide con la firma di un importantissimo contratto di franchise che prevede nei prossimi cinque anni l’inaugurazione di venti monomarca tra cui, nella primavera 2009, il flagship store di oltre 350 metri quadrati a Pechino.

Come sempre, l’inserimento del Gruppo Corneliani è mirato e attento alla qualità.
A Shanghai la nuova sede è stata voluta nei pressi della celebre People’s Square, del maestoso museo e del teatro, nell’esclusivo quartiere di Xintiandi. Qui, gli edifici dalla inconfondibile impronta europea, risalenti all’epoca coloniale, sono stati ristrutturati per ospitare alberghi, ristoranti, sale da tè, negozi di lusso e tutta la zona vive una dimensione dinamica e raffinata.

Lo spazio Corneliani è ubicato al 15° piano del One Corporate Avenue, un complesso che si affaccia su un laghetto artificiale che separa la zona residenziale da quella commerciale e direzionale.

Gli oltre 200 metri quadrati accolgono lo showroom arredato secondo lo store concept Corneliani avviato all’inizio dell’anno con l’apertura della boutique in New Bond Street a Londra.

Ambienti di indubbia eleganza e atmosfera coniugano tradizione e modernità, secondo lo stile Corneliani. Accanto alle funzioni commerciali, si svolgeranno attività di pubbliche relazioni e rapporti con i media locali e di formazione del personale di vendita del flagship store a gestione diretta e di quello impiegato nella rete distributiva affidata a partners locali.

L’operazione viene a delineare una precisa strategia di sviluppo nel mercato cinese dove si è evidenziato uno spiccato interesse per una moda eccellente, propria del meglio del Made in Italy, di cui Corneliani è interprete.

Incluse le aperture già effettuate o pianificate nell’ambito di un’altra partnership già attiva, nei prossimi 5 anni la rete commerciale monomarca Corneliani raggiungerà un minimo di 30 punti vendita in franchise che si verranno ad affiancare ai cinque già esistenti, di cui uno di proprietà aperto due anni fa a Hangzhou, nel sud della Cina.

Fonte: Ufficio stampa Corneliani

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Era già risaputo dal mese di settembre il progetto di costruzione del 1st Ontniute Wind Energy Power Plant, un mega-impianto eolico in Mongolia con cui China Holdings Inc. dovrebbe portare alla Cina dai 300 MW ai 1000 MW in più nei prossimi 2-3 anni.

Come sapete, le pale o turbine eoliche, vengono spesso raggruppate in griglia a formare un parco eolico o wind power plant, detto anche wind farm (fattoria del vento); il 1st Ontniute Wind Energy Power Plant sarà una super wind farm composta a sua volta da 6 a 20 farm da 50 mega watt di capacità ciascuna, da costruire in un’area di 200 chilometri quadrati. Sembra però che non ci si fermerà qui.

E’ notizia di questi giorni infatti che la Cina, in realtà, di progetti in cantiere ne ha altri due, per portare la capacità installata complessiva fino a 2.4 GW.
www.ecoblog.it

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Ha avuto luogo presso la sede di via Tempio a Catania – Politiche Comunitarie e Relazioni Internazionali – l’incontro preparatorio per un prossimo seminario sui rapporti di collaborazione Italia / Cina, con particolare riferimento al coinvolgimento delle realtà territoriali locali della Sicilia.

Ai lavori, Introdotti da Antonio Piceno, Dirigente Responsabile dell’Ufficio Speciale Cooperazione Decentrata allo Sviluppo e alla Solidarietà Internazionale della Regione Siciliana, e moderati dal dott. Marcello Messina di InvestiaCatania, hanno preso parte esponenti del Distretto Etna Valley (ing. Raffa), ST Microlectronics (ing. Galluzzo, ing. Marino), società Ernest & Young (dott. Carbone, dott. Vecchio), Unioncamere (dott. Finocchiaro), Comune di Catania (ing. Greco) e le strutture di comunicazione europea a livello locale Europe Direct per il Comune di Catania (dott. Crimi) ed European Enterprises Network per la Provincia di Catania (dott. Messina).

Il dott. Giulio Lamanda, del Ministero Affari Esteri, ha illustrato l’argomento partendo dal Memorandum of Understanding Italia / Cina del 2006, con il quale è stato dato avvio ad un percorso non più necessariamente connesso a livello nazionale ma “a geometria variabile” e come tale interessante anche a livello territoriale locale, con discreta possibilità di svolgere attività di cooperazione in autonomia.  Nella sua ricca relazione, il dott. Lamanda ha diffusamente parlato del sistema industriale del Guangdong e della sua città più innovativa, Shenzhen, costruita non più di 30 anni fa, con una popolazione che ha un’età media di 26 anni e 9 milioni di abitanti.  Intorno a questa realtà così innovativa e proiettata alla trasformazione del territorio, esiste tutta una serie di “città prodotto” che si estendono fino a Macao, con un sistema reticolare di relazioni estremamente interessante e che oggi si apre ad un rinnovato interesse per il confronto con l’Europa – e specialmente con l’Italia – puntando alla realizzazione di interventi concreti su alcuni principali filoni applicativi come l’elettronica applicata all’ambiente, l’urbanistica e la pianificazione strategica, la musica lirica.  I numerosi spunti conducono ad una sintesi per punti che può essere così riassunta:valorizzazione dell’industria del territorio siciliano in rapporto a quel che attualmente offre, tenuto conto che questo incontra una domanda da parte della Cina che già esiste;
applicazione a nuove filiere, estensione dell’indotto, innovazione;
elaborazione di piani di offerta insediativa e potenziali localizzazioni per investimenti di imprenditori cinesi (zone franche urbane, agevolazioni, etc.)
L’intenso dibattito ha manifestato gradimento per l’impostazione condivisa e concertata di queste politiche, dando rilievo all’opportunità di collobarazione tra i sistemi economici locali, l’imprenditoria e la comunicazione interistituzionale.

Particolare attenzione è stata posta allo strumento della pianificazione strategica che, oltre ad essere il più opportuno strumento di collaborazione pubblico / privato alla scala locale, costituisce un ambito trasversale di convergenza delle politiche sulla città che può ben essere oggetto di dialogo con uno dei principali interlocutori che è la facoltà di architettura di Shenzhen.

La riunione si è chiusa con l’impegno di continuare queste attività preparatorie con il fine di dare struttura ai punti sopra definiti.

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Pu Mu, Chang Huang, Yellow e Mi Ya Luo: ecco i quattro cocktail che vanno per la maggiore nei pub e nelle discoteche orientali. E con una esportazione sempre più massiccia di vino cinese all’estero, non è detto che non sbarchino presto anche da queste parti. I drink cinesi, infatti, sono tutti a base di vino. Il Pu Mu, ad esempio, è a base di vino di susina, rum e succo di mirtillo rosso. Il Chang Huang di succo d’arancia, Cointreau e Chu Yeh Ching Chiew, un distillato di zucchero e foglie verdi di bambù. Lo Yellow di liquore di pesca, miele, succo di limone fresco e Ginseng Hua Tiao, un distillato di grano profumato al ginseng. Il Mi Ya Luo, infine, è a base di Sprite, succo di frutto della passione, essenza agrodolce e vino Kwai Hua, un distillato di osmanto.

Per fare chiarezza, va aggiunto che i vini si dividono essenzialmente in due categorie: Baijiu e Huangjiu. I primi hanno un tasso alcolico superiore al 40%, i secondi inferiore al 20%. I Baijiu più famosi sono il Moutai (53%), un distillato di frumento, sorgo e “pura acqua di fiume” della provincia di Guizhou. Da quanto Mao Zedong lo offrì a Richard Nixon nel ’72, è diventato il vino nazionale per antonomasia. Il Jiu Gui (54%) mette insieme sorgo, riso, frumento, e acque sorgive dello Hunan. Il Mei Kuei Lu Chiew (54%) deriva da vino di sorgo, zucchero di canna e petali di rosa. Se il primo e il secondo si accompagnano benissimo con grigliate e granchi, il terzo è ideale per tutti i tipi di carne. Tranne il pollo, da accompagnare, a scelta, con il Vino di Riso (16%) o il Gu Yue Long Shan Hua Tiao (17%), entrambi, naturalmente, Huangjiu a base di riso.

Insomma, la scelta per chi ama bere è destinata ad ampliarsi e chissà che i cocktail cinesi non riescano a soppiantare quelli di origine caraibica con cui tutti abbiamo familiarizzato. presto il mojito potrebbe essere soppiantato dal Pu mu.

da www.panorama.it

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dscf2815L’indice di controllo delle vendite del settore manifatturiero (PMI) è sceso al 44,6% ad ottobre, in calo del 6,6% rispetto al mese precedente, secondo gli ultimi dati forniti dalla Federazione cinese della logistica e delle vendite (CFLP). È la terza volta che questo valore scende sotto il 50% nel 2008; il calo riflette il trend di rallentamento della crescita economica del Paese. Il PMI comprende una serie di indici usati per misurare le performance economiche di un paese su base mensile; quello cinese è condotto sulla base di indagini dirette ai manager della vendita e della fornitura di più di 700 case produttrici in tutto il Paese. L’allarme per l’economia del paese scatta quando questo valore scende sotto il 50%; secondo il report della CFLP, 9 degli undici indici utilizzati mostrano un calo preoccupante ad ottobre, con le cifre dei prezzi di vendita e di produzione in diminuzione rispettivamente del 12,4% e del 10,3%. L’indice delle nuove ordinazioni è sceso al 41,7%, in calo del 9,6% rispetto a settembre; quello che misura nuove ordinazioni per l’export è invece sceso al 41,4%, al di sotto del valore critico per il quarto mese consecutivo da luglio. “Un calo nell’indice di nuove ordinazioni dimostra un calo nella domanda sociale, mentre quello nell’export segnala il rallentamento del settore manifatturiero” è contenuto nel rapporto della CFLP. Al contrario, l’indice dei prodotti di magazzino ha superato il 50% per il secondo mese di seguito, segnale, secondo gli esperti, di calo della domanda che, assieme alla diminuzione della produzione, ha già avuto i suoi effetti negativi sul Paese: l’indice di occupazione è sceso del 3,3%, arrivando al 47% ad ottobre, il dato peggiore dal 2006. Gli esperti ritengono che il rallentamento del totale del lavoro in Cina sia riflesso da questo valore.
Sedici su venti industrie coinvolte nel calcolo del PMI hanno riportato un indice di occupazione al di sotto del 50%. Tra queste, quello dell’industria tessile che richiede molta manodopera è stato del 47,6%, sei punti percentuali più basso rispetto allo scorso anno. L’indice di occupazione dell’industria di abbigliamento, un altro settore nel quale si affollano i lavoratori emigranti del Paese, è sceso fino al 48,8%, il 6,4% in meno rispetto al mese scorso e il 16% in meno rispetto a ottobre 2007. Secondo gli analisti la diminuzione di occupazione è solamente temporanea. “Con una urbanizzazione sempre crescente e l’aumento del reddito, i lavoratori migranti non torneranno nelle loro zone natali in grande quantità”, ha dichiarato Scott Rozell, professore presso l’Università del Popolo di Pechino. Zhang Liqun, ricercatore del Centro per lo sviluppo della Ricerca del Consiglio di Stato, ha dichiarato che la fluttuazione del PMI cinese potrebbe indicare una continua diminuzione della crescita economica del Paese. “Quando il PMI è tornato sopra il 50% a settembre (dal 48,8% fatto registrare ad agosto), le persone hanno attribuito il calo del Pil del terzo trimestre agli effetti collaterali delle Olimpiadi, così come l’aumento del rallentamento dell’economia mondiale”. Zhang non prevede grandi cadute nella crescita dell’economia nazionale nel prossimo futuro, anche perché il governo ha intrapreso misure fiscali e monetarie per stimolare la domanda domestica.

fonte: www.agichina24.it

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