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Archive for ottobre 2008

Bergamo, 28 ott. – (Adnkronos) – Si e’ svolta a Stezzano (BG), all’interno del Parco Scientifico Tecnologico Kilometro Rosso, la terza edizione del Forum ”Storie di Successo Italiane in Cina” organizzato dalla Fondazione Italia-Cina in collaborazione con Brembo e Kilometro Rosso, e con il patrocinio di Confindustria. L’incontro nasce dalla necessita’ di fornire un’informazione completa sulle conseguenze del fenomeno economico cinese per il nostro Paese. ”La Fondazione Italia-Cina – spiega il presidente Cesare Romiti – si propone di evidenziare gli aspetti positivi derivanti dall’integrazione della Cina nel sistema economico mondiale. Questo impone di conferire la giusta visibilita’ ai casi di successo delle nostre aziende in Cina”. Il Forum si propone anche come occasione per riportare fiducia al nostro Paese, condividere strategie vincenti e incoraggiare una reazione positiva e pro-attiva nei confronti della sfida cinese. Alla terza edizione hanno partecipato importanti realta’ aziendali lombarde, e non solo, che sono attive in Cina e quindi in grado di portare una testimonianza diretta e autorevole su un tematica di grande attualita’. Le societa’ rappresentate provengono da settori differenti, da quelli tradizionali a quelli di maggior contenuto di tecnologia e design. Realta’ diversificate anche dal punto di vista della dimensione, sono presenti infatti anche i rappresentanti di medie e piccole imprese, che generalmente incontrano maggiori difficolta’ nei processi di internazionalizzazione.
”Questo Forum – afferma il Presidente della Fondazione Italia-Cina Cesare Romiti – vuole dare visibilita’ alle imprese di successo e infondere fiducia sulle capacita’ delle nostre aziende di rispondere alle sfide poste da un mercato globale. Il messaggio che la Fondazione vuole lanciare e’ che tutti ce la possono fare in Cina: dipende dalla visione strategica, dalla programmazione e conoscenza del mercato, e dalle risorse umane e materiali impiegate perche’ – aggiunge – nulla puo’ essere lasciato al caso in Cina”. Alberto Bombassei, Presidente Brembo, aggiunge: ”Il mercato dell’auto cinese in meno di dieci anni e’ diventato il terzo al mondo e le proiezioni sulle sue future dimensioni concordano nel prevedere un’ulteriore crescita. Per le imprese italiane si tratta di un’enorme opportunita’ che dobbiamo saper cogliere consci del fatto che il successo in Cina non arriva facilmente, ma che richiede la focalizzazione sulle proprie competenze ed un’organizzazione capace di integrarsi con una cultura molto diversa dalla nostra”. Le precedenti edizioni del Forum ”Storie di Successo Italiane in Cina” si sono tenute a Milano nel 2006, in collaborazione con Assolombarda, e ad Ancona nel 2007, in collaborazione con Confindustria Marche.

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Il porto di Brindisi può diventare il riferimento ideale di Ning Bo, il secondo porto della Cina.

Tale constatazione sta prendendo consistenza nel corso dei numerosi incontri che la delegazione brindisina in visita in Cina sta sostenendo con i responsabili dell’Autorità Portuale di Ning Bo, del Terminal containers, della zona franca situata sull’isola di Meishan (Ning Bo) e con gli amministratori di questa provincia che conta oltre cinque milioni e mezzo di abitanti e che negli ultimi anni ha fatto registrare un tasso di crescita annuo superiore al 20%, con un reddito procapite di ottomila dollari statunitensi all’anno (uno dei più alti della Cina).
Così come emerso chiaramente nel corso del vertice con gli amministratori locali di Ning Bo (la delegazione era guidata dal vice sindaco Zhang Jinkang e dal responsabile del Commercio Estero Gang Yong) il sistema produttivo brindisino può inserirsi a pieno titolo nel contesto di quest’area della Cina, potendo disporre di tecnologie avanzate, di una notevole esperienza maturata sul “campo” in quanto a grandi infrastrutture, a sistemi di sicurezza antiterrorismo e della navigazione ed alla cantieristica navale.
“Questo scambio di esperienze con le autorità di Brindisi – ha affermato il Vice Sindaco Jinkang – ci ha consentito di verificare che ci sono davvero tutti i presupposti per continuare ad approfondire ogni possibile forma di collaborazione. I nostri operatori portuali sono interessati a portare le proprie merci nel Mediterraneo centrale, e quindi Brindisi può risultare strategica, mentre gli imprenditori brindisini possono valutare concretamente la possibilità di inserirsi a pieno titolo nella nostra economia approfittando di un notevole pacchetto di convenienze determinato dal costo del lavoro molto competitivo, da una fiscalità conveniente e da una crescita programmata e costante”.
Dopo l’intervento dell’europarlamentare Gianni De Michelis, che ha illustrato il ruolo strategico del versante adriatico dell’Italia in fatto di strutture portuali, è stata la volta dell’Assessore provinciale alle Politiche Comunitarie Lorenzo Cirasino che, a nome della delegazione brindisina, ha descritto il territorio di questa provincia e, più in generale, il sistema di opportunità offerto dalla Puglia ed ha invitato una delegazione di Ning Bo per una visita istituzionale nel territorio di Brindisi.
Particolarmente interessante è risultato anche l’incontro con i dirigenti della Zona franca di Meishan (la delegazione era guidata dal direttore Tong Bin) in quanto è stato possibile stabilire che esistono concrete possibilità di inserimento delle aziende brindisine più tecnologicamente avanzate in un’area dove si stanno realizzando investimenti infrastrutturali per decine di miliardi di euro.
La delegazione brindisina, recatasi in Oriente con una delle missioni economico-istituzionali organizzate dall’Ufficio unico del PIT 7 – Provincia di Brindisi nell’ambito del progetto “The Near East”, è composta, tra gli altri, dall’Assessore provinciale alle Politiche Comunitarie Lorenzo Cirasino, dal Direttore dell’Ufficio porti e aeroporti della Regione Puglia Carlo Dellino, dal Presidente dell’Azienda speciale della Camera di Commercio di Brindisi Cosimo Convertino e dal responsabile delle politiche di internazionalizzazione della Camera di Commercio di Brindisi Giuseppe Marchionna, ed è guidata dall’europarlamentare, nonché componente della Commissione Unione Europea-Cina, Gianni De Michelis.
La missione prosegue nei prossimi giorni a Shanghai con la presenza di una selezione di imprese della provincia di Brindisi che avranno l’opportunità di incontrare i responsabili di aziende omologhe per verificare la nascita di ogni possibile forma di joint venture.

Fonte: www.brundisium.net

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Milano, 14 ott. – (Adnkronos) – La calzetteria lombarda sbarchera’ giovedi’ prossimo a Shanghai alla conquista della Cina. Numerose imprese lombarde, mantovane in particolare, rappresentate dai grandi marchi della calzetteria e dell’intimo lombardo, saranno infatti direttamente coinvolte e partecipi nel progetto per l’internazionalizzazione del distretto lombardo della calza in Cina, messo a punto da Regione Lombardia.

Ribattezzato ”Italian legwear fashion in Shangai” , il progetto e’ promosso dalla Regione in collaborazione con la Camera di Commercio di Mantova e il Centro Servizi Calza di Castel Goffredo. Tra le aziende che hanno aderito all’iniziativa saranno presenti in Cina i marchi Golden Lady, Levante, Calze BC, Calze Gizeta, Nuova Virgiliana, Calzificio Franzoni, Calzificio Mura, Calzificio Schinelli, BBF Gambetti, Emy Calze e Pierre Mantoux.

La missione cinese intende creare un momento di presentazione di alto livello del polo produttivo lombardo della calza da donna e ogni azienda partecipante avra’ a disposizione un proprio spazio strutturato per incontri di conoscenza e di affari con gli operatori cinesi.

Gli stands a Palazzo Lombardia di Pu-Dong resteranno appositamente aperti dal pomeriggio di giovedi’ 16 fino alla sera di sabato 18, quando una sfilata di moda dedicata alla calzetteria femminile del distretto castellano chiudera’ l’evento.

”E’ un progetto che nasce dalla nostra capacita’ di metterci insieme come istituzioni ed enti per aiutare le imprese lombarde ad essere piu’ forti sul mercato mondiale -ha detto il Vice Presidente del Consiglio regionale Enzo Lucchini, che guidera’ la delegazione insieme al presidente della Camera di Commercio Montanari e al presidente del Centro Calza Fabiani-. L’accordo stipulato con lungimiranza nel 2006 ha gia’ prodotto ottimi risultati ed ora siamo pronti per l’affondo finale: la conquista del mercato cinese. Del resto il distretto mantovano della calza unisce valori di quantita’ e di eccellenza qualitativa”.

”L’analisi dei mercati ha evidenziato che un mercato potenzialmente importante per il prodotto di alta gamma e di ”brand” come quello della calzetteria castellana e’ rappresentato in particolar modo dalla Cina -ha evidenziato il Vice Presidente Enzo Lucchini-, Paese attualmente forte produttore di calze da donna ma importatore ancora molto marginale di collant e di intimo di pregio, a fronte di una sempre maggiore e crescente richiesta interna di questo tipo, che conta su una clientela potenziale di quasi 100 milioni di cinesi abbienti. Un progetto -ha aggiunto Lucchini- che conferma l’impegno della Regione nel sostegno all’internazionalizzazione delle nostre imprese, per la quale sono stati messi a disposizione per il primo triennio (2006-2008) oltre 206 milioni di euro”.

Il progetto prevede piu’ fasi di attuazione: gia’ e’ stata svolta con esiti soddisfacenti e incoraggianti un’approfondita ricerca di mercato che ha coinvolto l’Agenzia per la Cina, l’Ambasciata Italiana in Cina, l’Istituto Italiano di Cultura, l’ICE e il CCPIT (organo governativo di promozione del commercio cinese). Il progetto e’ stato quindi lanciato in Cina mediante una campagna pubblicitaria mirata ed efficace, e la sua realizzazione sara’ ora accompagnata da eventi di presentazione dei prodotti del distretto mantovano comprendenti sfilate di moda, appuntamenti con operatori locali della comunicazione, del commercio e dell’impresa di settore.

Il costo complessivo e’ di 600mila euro, di cui 200mila a carico di Regione Lombardia, altre 200mila a carico delle imprese partecipanti, 150mila della Camera di Commercio mantovana e i restanti 50mila ripartiti tra associazioni e Enti locali. Il distretto della calza di Castelgoffredo, ufficialmente riconosciuto come tale da Regione Lombardia, conta su circa 400 imprese attive che occupano complessivamente 6mila e 640 unita’ di lavoro, producendo un valore di 932 milioni di euro di prodotto annuo, del quale il 70% viene esportato in tutto il mondo.La calzetteria del distretto castellano rappresenta circa il 30% della produzione mondiale e piu’ del 70% di quella europea.

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(AGI) – Perugia, 15 ott – “Forte e’ stato nell’ultimo quinquennio l’impegno delle universita’ italiane per acquisire studenti cinesi, da 104 nel 2003 a 1640 nell’ultimo anno accademico, con un accrescimento della quota di oltre 15 volte; un risultato incoraggiante nonostante le scarse risorse della rete accademica”. Questo i dati che il rettore dell’Universita” per Stranieri di Perugia, Stefania Giannini, nel ruolo di delegato per le Relazioni Internazionali della Conferenza dei Rettori Italiani, ha presentato stamani all’incontro stampa svoltosi a Roma per la presentazione del “Progetto Unitalia”.
  L’iniziativa, promossa dalla Fondazione Italia Cina in sinergia con il Ministero degli Affari Esteri, dell’Ambasciata d’Italia a Pechino, dell’Ambasciata della R.P.C. in Italia e della CRUI, ha il cofinanziamento della Fondazione Cariplo e l’obiettivo sia di attrarre studenti cinesi negli atenei italiani che incrementare l’insegnamento della lingua italiana nelle universita’ cinesi. L’incremento numerico citato dal rettore Giannini ha integrato positivamente quanto evidenziato dal Presidente della Fondazione Italia Cina, Cesare Romiti, sul divario numerico di studenti cinesi negli atenei delle principali nazioni europee e l’Italia (40.000 in Gran Bretagna, 60.000 in Germania). “Se e’ vero che una maggiore quota di studenti cinesi nei nostri atenei sara’ volano di sviluppo complessivo dei rapporti tra i due paesi – e” stato il commento del rettore della Stranieri – occorre porre in evidenza come la non forte presenza della rete accademica italiana nel mondo in termini, ad esempio, di borse di studio e l’esiguita’ di risorse a disposizione degli atenei rendono difficile lavorare su questo fronte”. Tra le iniziative del “Progetto Unitalia”, cui l’Universita’ per Stranieri di Perugia ha dato adesione, la partecipazione al “China Educational Expo’ 2008”, manifestazione fieristico-congressuale ritenuta la piu’ attrattiva del paese asiatico nel settore dell’offerta universitaria estera. La Stranieri di Perugia sara’ presente con un proprio spazio espositivo, attivita’ seminariali e momenti d’incontro con studenti di scuole e atenei locali, il 18 e 19 ottobre a Pechino ed il 25 e 26 ottobre a Shanghai.
  (AGI)

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Alberto Novarese: «In Oriente i prodotti chimici accessori, la linea tessile resta in Italia»

Una nuova filiale in Cina. E una sfida giocata sull’eccellenza. In modo da mantenere saldamente in Italia il core-business.
È la doppia scommessa della Saati Group, multinazionale di Appiano Gentile – dove nel 1935 venne aperto il primo stabilimento – all’avanguardia nel settore dei prodotti tessili speciali e hi-tech, esportati da tempo in tutto il mondo.
All’ombra della Grande Muraglia l’azienda lariana è sbarcata per la prima volta dieci anni fa. «Abbiamo iniziato con una filiale esclusivamente commerciale – esordisce Alberto Novarese, presidente della Saati – L’avvio è stato molto difficile, poi ci siamo assestati e abbiamo iniziato a crescere, fino ad arrivare ad avere una struttura con un centinaio di addetti, tutti locali, che si occupano di vendere il nostro prodotto su quel mercato».
Ora la nuova sfida, con la costruzione di un altro capannone a TianJin, un centinaio di chilometri da Pechino. L’inaugurazione della filiale è prevista per il 20 ottobre prossimo.
«Abbiamo costruito ex novo lo stabilimento – sottolinea Novarese – Accanto al magazzino, in questa fase porteremo in Cina anche parte della nostra produzione. Si tratta però solo di prodotti chimici accessori, non tocchiamo in alcun modo il settore tessile, che resta in Italia».
L’obiettivo di non delocalizzare il core-business è il secondo punto della scommessa che vede impegnata la dirigenza di Saati Group. «L’Europa non è più un luogo adatto a produrre, questo ormai è un dato di fatto inconfutabile – sottolinea Alberto Novarese – C’è sempre minore convenienza e le difficoltà aumentano di giorno in giorno. A questo punto, è chiaro che solo le aziende di maggiore eccellenza, che realizzano prodotti “difficili” in modo impeccabile, possono rimanere in Europa. La nostra sfida è proprio mettere a punto un piano organizzativo che ci permetta di mantenere a Como più a lungo possibile il cuore della nostra produzione, quello che ci caratterizza e che ci permette di portare in tutto il mondo il nostro marchio».
L’azienda di Appiano Gentile conta oggi su quasi 800 dipendenti, dei quali oltre 400 lavorano in Italia, in particolare nello stabilimento comasco. Sono quasi 150, invece, i collaboratori impiegati in Asia, soprattutto in Cina, mentre i restanti si dividono tra gli stabilimenti e gli uffici americani ed europei.
«Oggi è indispensabile un piano che punti sulla massima eccellenza – conclude Novarese – Attorno a noi c’è una tempesta fortissima su scala mondiale, e per superarla dobbiamo restare con i piedi per terra e recuperare uno spirito di imprenditorialità sana. La mediocrità non è più sostenibile in nessuna forma e livello di organizzazione. Ogni cosa, così come ogni persona, deve essere rimessa in discussione, dai vertici della società fino ai gradini più bassi, con umiltà e con il coraggio di trovare un nuovo punto di focalizzazione. Piaccia o no, questa è l’unica strada per garantirsi un futuro».

Anna Campaniello

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di Luca Vinciguerra

SHANGHAI – “Maledetti americani”, impreca l’uomo del borsino. “Sì, maledetti americani, ci hanno proprio rovinato”, gli fa eco un altro a fianco a lui. Xu e Zhang fumano nervosamente davanti all’ingresso di una casa di brokeraggio, mentre sparano sentenze al veleno su Wall Street, la politica e l’alta finanza Usa.
I due uomini sulla cinquantina, alla stregua di decine di migliaia di investitori cinesi con il debole per l’azzardo di Borsa, non hanno dubbi: se oggi sono più poveri e inguaiati, è tutta colpa dei loro dirimpettai sulla sponda opposta del Pacifico. È da là che, negli ultimi dodici mesi, è iniziato a soffiare sempre più forte quel vento di sfiducia che ha finito per travolgere il listino di Shanghai, facendolo piombare dai massimi storici a livelli che nessuno, oltre la Grande Muraglia, avrebbe mai più pensato di rivedere. “Gli americani ci hanno rovinato”, ripete Zhang sfilando dai pantaloni le tasche vuote. “Un anno fa, avevo circa 180mila yuan sul mio conto azionario. Oggi, me ne restano a malapena 20mila”, aggiunge l’uomo del borsino con un amaro sorriso di sconforto.
La storia dirà se il crollo della Borsa Rossa, il listino che nel biennio 2006-2007 aveva messo a segno le migliori performance mondiali, è stata davvero tutta colpa degli americani. O se i cinesi non ci abbiano messo molto del loro. “È una questione che non mi riguarda”, dice un giovane impiegato di banca. “Chi ha investito i propri quattrini in Borsa sapeva benissimo che poteva perdere tutto. Era già successo, e neanche tanto tempo prima”.

Due diverse percezioni della crisi.
Il terremoto finanziario che sta sconvolgendo il capitalismo mondiale vede la Cina spaccata in due. Da un lato, c’è l’enorme parco buoi (una cinquantina di milioni di persone) che piange, si pente e maledice pensando ai quei 1.700 miliardi di dollari andati in fumo nel giro di un anno. Dall’altro, c’è la stragrande maggioranza dei cinesi, per la quale la crisi finanziaria globale è un affare lontano e remoto. Qualcosa che non li riguarda, ordinarie notizie di sventure altrui da ascoltare distrattamente al telegiornale della sera.
Ma per quanto tempo ancora la crisi dei mutui subprime sarà un mal di testa solo per i cinesi del borsino? Probabilmente, non per molto.
È vero, l’esposizione delle banche del Dragone verso la disastrata finanza Usa è molto contenuta, come hanno tenuto a sottolineare più volte in questi giorni le autorità monetarie di Pechino. Ed è altrettanto vero che, sebbene la Cina sia dopo il Giappone la maggiore finanziatrice del debito americano (il paese detiene 520 miliardi di dollari di Treasury Bond, mentre Tokio ne ha in portafoglio quasi 600), l’unica cosa che oggi potrebbe mettere in ginocchio il gigante asiatico è una dichiarazione di default degli Stati Uniti. Ma questo, nonostante Washington sia alle prese con la peggiore crisi degli ultimi 80 anni, allo stato dei fatti è ancora un rischio improbabile.

Rischio fuga di capitali: la stagione delle Ipo miliardarie è finita
Ciò premesso, la coda del ciclone partito da Wall Street nell’estate 2007, e poi via via cresciuto d’intensità sino ad assumere dimensioni devastanti, sembra destinata a colpire molto presto anche sul mondo della finanza cinese.
“L’eccesso di liquidità globale che negli Stati Uniti ha generato una montagna di sofferenze bancarie, di prodotti finanziari a rischio e di investimenti sbagliati alla fine è arrivata anche in Cina – spiega Manu Bhaskaran, economista di Centennial Group Singapore – Negli ultimi anni, infatti, le aspettative di rivalutazione dello yuan hanno catalizzato una parte consistente di questa liquidità nel paese, creando una bolla speculativa sia in Borsa che nel settore immobiliare. Ora è evidente che un ritiro massiccio di questi capitali potrebbe avere effetti destabilizzanti sul sistema finanziario cinese”.
Un sistema finanziario che, nell’ultimo biennio, sfruttando abilmente l’arma del renminbi forte e l’insaziabile appetito degli investitori internazionali per tutto quanto fosse marchiato made in China, ha cavalcato alla grande il momento propizio scaricando sui mercati internazionali una quantità di carta senza precedenti. Dalla primavera 2006 a oggi, Pechino ha lanciato quasi duecento Offerte Pubbliche di Vendita societarie per un controvalore complessivo di circa 100 miliardi di dollari. Ma ora, con questi chiari di luna, la grande stagione delle Ipo è finita.

La crisi finanziaria contagerà l’economia reale
Quel che è peggio, e che ancora sfugge ai cinesi della strada, è che il botto della finanza americana avrà ripercussioni negative anche sull’economia reale del Dragone. È solo una questione di tempo, assicurano gli esperti, sempre più indaffarati a rivedere al ribasso le stime di crescita del prodotto interno lordo cinese. “La congiuntura sta rallentando più rapidamente del previsto”, avverte Dong Tao, economista di Credit Suisse. I segnali della frenata sono molteplici: il calo delle vendite di auto, la contrazione dei consumi energetici, la gelata delle transazioni immobiliari, la flessione dei prezzi interni dell’acciaio.
Ma il pericolo maggiore viene dal principale motore dell’economia cinese, cioè dal commercio estero. “Finora le esportazioni hanno tenuto testa alla recessione mondiale, ma già tra qualche mese la crisi finanziaria americana e la rivalutazione dello yuan, soprattutto quella nei confronti dell’euro, si faranno sentire”, sostiene l’economista indipendente, Andy Xie.
Nonostante gli sforzi prodotti dal Governo negli ultimi anni, le esportazioni contribuiscono ancora per un terzo alla formazione del prodotto interno lordo del Dragone. L’attesa frenata del made in China, dunque, avrà certamente un impatto depressivo sull’intera economia. “Quando l’economia di un paese dipende in misura rilevante dal commercio estero, e non può contare su un mercato domestico sufficientemente dinamico per compensare il rallentamento dell’export, è normale che il rischio per la crescita economica sia maggiore che altrove”, osserva Stephen Roach, presidente di Morgan Stanley Asia.

Il vecchio modello di sviluppo export oriented deve cambiare
Al di là degli effetti negativi che il grande crollo di Wall Street produrrà nei mesi a venire sulla finanza cinese, la lezione principale per il Dragone è proprio questa: le sorti dell’economia di una superpotenza non possono essere legate a doppio filo al ciclo economico internazionale. “Questa crisi deve spingere la Cina a cambiare il proprio modello di sviluppo”, dicono ora in coro gli esperti, suggerendo a Pechino la ricetta per affrontare il nuovo corso: rivalutare lo yuan e varare riforme fiscali per stimolare i consumi interni.
La tanto biasimata invasione del made in China nel mondo volge dunque al termine? È prematuro per dirlo. Per ora, Pechino ne gode i benefici: 1.800 miliardi di dollari di riserve valutarie accumulate in meno di cinque anni. Ma, al tempo stesso, fa tutti gli scongiuri del caso. Quasi un terzo di quel tesoretto, infatti, è andato a finanziare il paese più indebitato del pianeta: non sia mai che ai “maledetti americani” salti in mente di combinare qualche altro brutto scherzo.

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di Marco Ferrando

Presenterà l’attualità socio-economica cinese attraverso gli articoli di 200 tra agenzie di stampa, riviste e centri di ricerca di eccellenza. E’ dedicato a ricercatori, uomini d’affari, giornalisti, studenti

Della Cina molto si parla, molto si dice, molto si scrive. Ma spesso poco si sa, e si prende per buono tutto o quasi quello che la giungla dei mass media propone all’attenzione dell’Occidente. Per alzare la qualità dell’informazione, selezionando i temi ma soprattutto le fonti, è operativo da oggi www.thechinacompanion.eu, il primo portale interamente dedicato all’attualità socio-economica cinese letta attraverso gli occhi di chi la Cina la conosce veramente, ovvero 200 tra news agencies, riviste e centri di ricerca di eccellenza. L’iscrizione è gratuita (basta registrarsi), e già oggi sono a disposizione dell’utente più di 4.700 documenti, tra news, articoli di riviste specializzate e paper di ricerca.
L’iniziativa, presentata il 6 ottobre, è del Centro Einaudi di Torino (www.centroeinaudi.it) e beneficia dei fondi assegnati dalla Fondazione Crt e dalla Camera di commercio subalpina. Il curatore è Giovanni Andornino, giovane ricercatore all’Università di Torino che da anni si occupa di rapporti tra Oriente e Occidente: «Intendiamo offrire un’assistenza qualificata a chi si interessa di Cina ad alto livello», spiega, ricordando che il portale – come suggerisce il nome – si propone proprio come una vera e propria raccolta di “istruzioni per l’uso”: «La disponibilità di una gran quantità di informazioni – osserva – non è una garanzia di conoscenza. Anzi, con un tema così frequentato come la Cina, aumenta il rischio di perdersi, o di farsi un’idea che non corrisponde alla realtà. Noi offriamo solo informazioni serie e ‘certificate’».
The China companion è uno strumento che si rivolge a un pubblico di alto profilo (ricercatori, uomini d’affari, giornalisti, studenti), al quale è in grado di fornire in tempo reale ad esempio una rassegna stampa aggiornata e qualificata di tutto quello che riguarda la Cina, la situazione economica e politica, i rapporti con la Cina: «Tutte le fonti – sottolinea Andornino – sono state selezionate per affidabilità da un pool di esperti». Tre le sezioni del portale: una dedicata alle news, aggiornata automaticamente, e altre due (journals e think tank) curate direttamente dai redattori del sito; «tutti i contenuti di queste due parti – assicura il coordinatore – vengono prima letti ed esaminati uno per uno, quindi inseriti sul web manualmente».
Nulla di casuale, dunque. Perché la Cina, è ben noto, non ammette principianti. Gli obiettivi? Arrivare a 10mila contenuti online entro la fine dell’anno, e «costruire una rete di esperti sull’Estremo oriente che si riconoscano nel portale, vi collaborino e ne discutano», anticipa la direttrice del Centro Einaudi, Giuseppina De Santis. Tanto è vero che il team di curatori – superato un primo periodo di prova durante il quale il portale verrà presentato al pubblico italiano – non esclude di iniziare una vera e propria tourné in giro per le università di tutto il mondo: «Siamo i primi a imbatterci in un’avventura di questo tipo, per di più interamente free. Puntiamo a un prodotto di matrice italiana ma di levatura europea, per questo intendiamo farci conoscere nelle università, nei centri ricerca e nel mondo dei media che contano».

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