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Archive for settembre 2008

“Per imparare a scrivere in cinese devi capire cosa vuol dire essere cinese”, mi dice la mia insegnante di mandarino. “Guarda”, e con la mano scrive dei bellissimi caratteri sulla lavagna. “Nǚ vuol dire donna, perché ho disegnato una donna inginocchiata vedi: 女, che asseconda la volontà del marito” – e se la ride – “era così una volta, ora le cose sono cambiate”, prosegue ridendo. In cinese non si “scrive”, si disegna la parola.

Basta entrare nella mentalità: “donna più cavallo è la mamma, maiale più tetto uguale casa”. Sono confuso ma divertito. La mia casa è a Dongwangzhuang, che si trova a Wudakou, un’area famosa perché sede di famose università tra cui la Tsinghua (dove si è formato l’attuale presidente della Repubblica Popolare Cinese, Hu Jintao) e l’Università di Lingue e Cultura di Pechino, famosa perché punto di riferimento degli stranieri che vogliono studiare il cinese.

Dongwangzhuang è una sorta di piccolo villaggio, un’area recintata con tanto di guardie in ciabatte e divisa grigio-verde di due taglie più grande, che li fa sembrare scolaretti intenti a copiare i comportamenti dei grandi. I palazzi sono a sei piani, ma alti quanto i nostri di quattro, rossi e bianchi con una spessa coltre di polvere e smog, quasi tutte le finestre hanno inferriate anti ladri e anti fuga in caso di incendio, i palazzi sono numerati. Io vivo al diciotto, al secondo piano e appartamento numero due-zero-due: mi diverte usare ogni volta al telefono questa trafila di numeri per ordinare il cibo.

La stanza che affitto è essenziale e ben illuminata, dà su un giardino dai mille volti dove mi passa davanti la quotidianità cinese; un materasso matrimoniale per terra, l’armadio e una sedia sono del proprietario di casa, la scrivania e la libreria sono stati comprati al mercato delle pulci da Fred, il mio coinquilino. L’appartamento offre poco più: cucinino con balcone, bagno-doccia, salotto-ingresso e un’altra stanza dove vivono Fred e Sandy.

Che storie le loro: francese lui, 26 anni, proveniente da una ricca famiglia, formatosi in scuole americane in svizzera, ha girato il mondo prima di approdare definitivamente in Cina qualche anno fa, istruttore di arti marziali e insegnate di inglese; Sandy: cinese di Shanghai trasferitasi a Pechino per amore, 26 anni, fashion designer nel campo della moda, parlucchia l’italiano ed è ben contenta di avere un madre lingua in casa, vivono nella stanza di fronte alla mia e – cosa che mi colpisce di più – dormono su un tatami da palestra, un materassino di plastica alto cinque centimetri, sono dei piacevoli compagni di serate tranne durante le sempre più spesso litigate di coppia a suon di lanci di vestiti e dvd per la casa.

Le regole di una casa cinese sono poche e semplici, all’inizio strane ma anche qui è questione di entrare nella mentalità: la carta igienica dopo l’uso va buttata in un apposito cestino e non nel posto che uno pensa più logico, in cucina si usano due pentole: una per far bollire l’acqua e l’altra, la wok la pentola tradizionale cinese, per cuocere di tutto dal pesce alle verdure. Il riso si mette in una specie di pentola elettrica con coperchio, che lo cuoce e lo tiene caldo per tutto il giorno; per 15 Yuan (1 Euro circa) viene una volta alla settimana, per due ore, la signora delle pulizie.

Per tutto questo pago 1400 Yuan al mese, luce-acqua-gas-internet e un accenno di pulizie, compreso, sono circa 136 Euro. Uscendo da Dongwangzhuang con una bici comprata per strada a 100 Yuan, circa 9 Euro, mi rallegra pensare che nella mia jiā, casa, alla sera ci sono tre maiali sotto un tetto.

Luca Meriano

fonte: notodoze.blogspot.com

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Il riconoscimento da parte dell’Ue potrebbe limitare in futuro l’applicazione di dazi anti dumping 

La Commissione europea ritiene che la Cina non è lontana dall’essere in grado di ottenere lo status di “economia di mercato” da parte dell’Unione europea, riconoscimento che in futuro potrebbe limitare le misure antidumping nei confronti di Pechino.
“L’attuale struttura economica della Cina è sempre più moderna e basata sul mercato. Il Paese ha ora varato quasi tutta la legislazione necessaria affinchè gli sia concesso lo status di economia di mercato. Si tratta di un notevole progresso” afferma un documento di fonte europea.

La Cina dal 2003 chiede le venga riconosciuto questo status grazie cui viene attestata la generale assenza di intervento statale nell’economia e nella determinazione dei prezzi e dei costi. Se la Cina si vedesse concedere questo status, che ha un riflesso nei rapporti commerciali, i suoi esportatori sarebbero meno esposti a dazi antidumping istituiti da parte dell’Unione europea.

Lo status di economia di mercato è concesso in base a cinque criteri, di cui solo uno è completamente rispettato da Pechino: il non usare mezzi di scambio come il baratto. Sugli altri criteri la Cina secondo il rapporto ha fatto “notevoli passi avanti” grazie all’utilizzo di moderne norme contabili e l’approvazione di leggi sulla bancarotta e la protezione della proprietà intellettuale.
I progressi sono “meno evidenti” per quanto riguarda l’intervento del governo nella determinazione dei prezzi, in particolare nel settore energetico, e “lenti” nell’istituire un sistema finanziario indipendente dello Stato.

Il rapporto è stato elaborato poco prima di una visita del Commissario europeo al Commercio Peter Mandelson in Cina la prossima settimana. Un nuovo rapporto è previsto entro l’estate del 2009.

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Scritto da Luca Meriano    

“Vecchio amico Lai stasera sei mio ospite a cena!”, così, in perfetto galateo cinese invito un amico cinese a cena e come vuole lo scambio culturale (dove lo porto?) andiamo a mangiare la pizza. La pizzeria si trova nel mezzo degli hutong, i vicoli storici dove si può ancora scovare quell’atmosfera di “vissuto” e dove le case sono senza bagni, il carbone per la stufa viene ammassato accanto alla porta di entrata e dove facendo un giro a perdersi si possono scovare degli anziani, vestiti alla Mao indipendentemente dal sesso e con il passato che gli si legge in faccia…

L’amico Lai invece mi dice che gli hutong non servono a niente e che il governo fa bene a demolirli e a costruire palazzi di 10 o 15 piani perché si da’ una sistemazione migliore alla gente che vive qui e migliorare i servizi. La nuova Cina!! Destra, sinistra… “Scusi, sa dov’è questo vicolo?”. “Ah bene, era la prima a destra, dai, torniamo indietro!”. E via dicendo per una ventina di minuti finché finalmente troviamo la nostra meta: Hutong Pizza. Locale ricavato in una vecchia casa in legno, diviso in due sale principali e un soppalco, atmosfera calda con ornamenti color rosso in onore del nuovo anno, quello del topo; piccolo laghetto che fa’ anche da passerella d’entrata e immancabile buddha di plastica color finto oro… insomma, un po’ turistico ma accogliente!

“Sono molto emozionato: è la prima volta che mangio una pizza” rivela Lai. “Gulp!”, rispondo! Il menù comprende tutti i tipi di pizza che si trovano all’estero tranne che in Italia: con il pollo, con la feta e le olive, con il formaggio americano arancione, con il manzo…; una margherita o al prosciutto, cercando bene, si trova, quindi consiglio la prima al novello mentre io prendo una vegetariana. “Piccola, grande o tre?”, chiede la cameriera, indicando la taglia della pizza o qualcosa che riguarda il numero tre. Sono tentato dal numero tre ma ne scelgo su una piccola accompagnata da della birra Qindao. La cameriera esce da dove siamo entrati noi e ritorna portando tra le mani dei taglieri di legno con sopra le pizze per un altro tavolo. Così scopro che il forno – cucina – ripostiglio – garage per le bici è fuori, la porta accanto, meraviglia degli hutong!

Dopo un giro di birra e una breve lezione su che cos’è la pizza, arrivano le nostre ordinazioni: anche per noi, su un tagliere di legno si presenta qualcosa che assomiglia per la prima volta ad una pizza. Bella crosta, giuste proporzioni di pomodoro e formaggio, non troppo sottile, non troppo spessa. Unico neo: è quadrata ed enorme (50×50 cm circa). La nostalgia della propria identità a volte è forte quando si annusa o si assaggia un sapore “di casa”, non questa volta però!! Al primo morso mi rendo conto che il pizzaiolo Lee forse non è paragonabile col nostro Ciro!

Lai si cimenta con forchetta e coltello nell’intento di tagliarne un pezzo, mostrandomi con orgoglio che è capace ad usare le posate occidentali. Così facendo la fetta di pizza viene tagliata, arrotolata attorno al coltello, chiusa in due a triangolo, capovolta e pugnalata con la forchetta: il risultato è che la mozzarella è sparsa ovunque ed il pomodoro concentrato al centro del tagliere. Preso dalla compassione, gli insegno a mangiare la pizza con le mani e, passo più difficile, con tre dita. Ora, risultati sorprendenti: la mozzarella rimane sulla fetta e il pomodoro questa volta va’ all’indietro sulle dita del “vecchio Lai”.

“Molto, deliziosa, ma cosa vuol dire pizza?” chiede sempre più incuriosito Lai. “Prende il nome dal gesto, pigiare, schiacciare”, gli spiego. Lai esce da questa esperienza frastornato e meravigliato di come semplicissimi ingredienti possano formare una delizia per cui noi italiani siamo famosi in tutto il mondo.

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Cofimp ha stipulato una convezione con il parco tecnologico di Huzhou Municipal Wuxing District per incentivare  gli investimenti italiani in Cina.  A wuxing è stato creato un moderno polo industriale trainato dalle industrie dei materiali tessili innovativi, prodotti meccanici, nuovi materiali da costruzione, elettronica. Conseguentemente sono state sviluppate le industrie della comunicazione, dell’informazione, della medicina biologica e del cibo macrobiotico.
Per info www.cofimp.it

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Scritto da Luca Meriano    

E’ la madre patria della cultura asiatica, la culla di una civiltà millenaria, dove vive quasi un quarto della popolazione mondiale: la Cina. Affascinato dal Zhōngguó, paese di mezzo (come in cinese è chiamata la Cina), decido di partire alla volta di Pechino, ma all’aeroporto quello che mi si presenta sotto gli occhi è completamente diverso dal previsto, prima di tutto la lingua. Parlucchiando un po’ di mandarino mi presento alla dogana – errore! – e come risposta ricevo un monologo su chi e cosa vuol dire essere cinesi e una serie di sciogli lingua che mi lasciano basito e mi fan tornare in mente un libro scritto da uno dei primi che si sono avventurati in Cina.

“Chi è quel traditore che gli ha insegnato la nostra lingua?”, si domandavano i cinesi quando vedevano arrivare strani personaggi, barbuti, vestiti con lunghe tuniche e con addosso una croce, i gesuiti… il razzismo è rimasto inalterato.

L’aeroporto di Pechino, è un ammasso di gente e odori; le guardie addette alla sicurezza sono più che bambini, curvi sulle spalle, indossano una divisa sgualcita con sopra il giubbotto antiproiettile, in mano una bibita e nell’altra un lungo manganello; tutti indossano delle ciabatte da mare colorate e logore. Vado alla ricerca di un taxi e faccio subito conoscenza con usi e abitudini locali; il taxista, gentilissimo e sorridente (scopro più tardi che il sorridere non è sinonimo di gentilezza e felicità, ma di imbarazzo e paura), mi agguanta la valigia e la chiude nel portabagagli, tira fuori dalla tasca una calcolatrice e comincia a digitare dei numeri. 200, fissandomi negli occhi. Sulle prime non capisco. 180, toccandomi una spalla. E’ il prezzo della corsa, bisogna barattare, 150, 120, 80 yuan: affare fatto!

La Pechino che vedo dal taxi è del tutto diversa da quella descritta dai viaggiatori del passato, è caotica, sporca e affollata, mi sembra di vedere tutti i suoi 17 milioni di abitanti; il taxista sempre sorridente, mi insegna una nuova parola: lao wai, straniero o “alieno” (come siamo chiamati), penso sia sempre meglio di spia americana o diavolo straniero, come si era chiamati durante l’era maoista.

Insieme ad altri lao wai alloggio in un ostello in stile cinese, piccolo e sporco, essenziale, ma in un posto bellissimo, in mezzo agli hutong, i vicoli storici dove la civiltà cinese mostra i suoi alti e bassi; queste stradine sono anche loro piccole, sporche e affollate, si imparano subito le abitudini locali. Lo sputare rumorosamente è comune e salutare – “è meglio fuori che dentro” dicono i cinesi – ed il fumare di continuo così come il bere te da una borraccia sempre a portata di mano sembra essere una caratteristica intrinseca di questo popolo.

Anche le case negli hutong sono piccole, sporche e senza bagno: la mattina o la sera le file per usare i bagni pubblici sono ancora comuni, una latrina per terra, senza acqua e senza carta igienica, e ci si lava nel giardino di casa riempiendo una bacinella di acqua; quando non sono abbattute per far posto a freddi palazzoni di dieci piani, queste casette ereditate del passato vengono ristrutturate aggiungendo quello che è considerato un vero e proprio status-symbol, il bagno-doccia.

I ristoranti sono piccoli e con cucine da far venire i brividi, ci si siede e si ordinano quasi sempre le stesse cose, chuar, piccoli spiedini di carne e verdure saltate in padella, il tutto annaffiato con la deliziosa birra Qingdao, a misura unica da 660 ml; costo per un pasto medio, ma abbondante circa 20 yuan, meno di 2 euro…

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Fonte: Paese Cina

Sono una delle cose che sorprendono maggiormente i turisti stranieri in Cina. I kaidangku (开裆裤), sono i tradizionali pantaloni per bimbi che per tanto tempo hanno costituito l’economica alternativa ai pannolini usa e getta, tuttora troppo costosi per le famiglie contadine delle aree rurali.
Infatti la particolarità di questi pantaloncini è che all’altezza del cavallo presentano un’ampia fessura che consente di provvedere agli inattesi bisogni corporei dei piccini, anche quando si trovano fuori casa. Proprio così: il bambino che li indossa, privo di mutandine, viene sollevato da terra ed il gioco è fatto.

Oggi sono quasi desueti perché è brutto e poco igienico imbrattare le strade con escrementi, ma se si pensa a tutta la plastica utilizzata per fabbricare i moderni pannolini, sono una vera benedizione dal punto di vista ecologico. Quindi c’è poco da storcere il naso, i vecchi Kaidangku solo per questo meriterebbero un po’ più di rispetto! 


(il particolare di una foto che ho scattato ad un bambino con indosso un paio di Kaidangku invernali)

Bisogna comunque considerare che negli ultimi tempi in Cina si sono fatti enormi sforzi per migliorare le condizioni igienico-sanitarie, soprattutto in vista delle prossime olimpiadi di agosto. 
Sempre in tema di igiene, vi consiglio la lettura dell’interessante articolo di Francesco Sisci sui bagni pubblici di Pechino, i cosidetti cesuo 厕所, per anni la “colonna olfattiva” della città, oggi resi inodori se non profumati.

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