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Archive for agosto 2008

Fino al 28 settembre 2008 Covigliano di Rimini ospiterà la mostra “Dalla Cina. Opere emerse dai Depositi del Museo degli Sguardi“, evento gratuito realizzato nell’ambito dell’Anno Europeo del Dialogo Interculturale e curato da Filippo Salviati, professore di Storia dell’Arte dell’Estremo Oriente presso La Sapienza di Roma.


Il materiale cinese in esposizione proviene dalle collezioni dei missionari francescani che tra l’800 e gli inizi del ‘900 si recarono in quello che allora veniva ancora chiamato Il Paese di Mezzo (Zhongguo): porcellane, sculture in avorio, oggetti in legno laccato, abiti imperiali, broccati di seta e altri tessuti preziosi.
Di particolare bellezza è la ciotola gialla con un drago verde dipinto che fa da sfondo alla locandina della mostra; si tratta di una porcellana dell’era Guangxu, quando l’impero cinese era ormai alla vigilia del collasso sotto la pressione del colonialismo occidentale *. 
Così, oltre al notevole valore storico e artistico, queste opere attraverso i loro motivi decorativi illustrano importanti aspetti della cultura cinese come il Mito e il Divino, i temi attorno ai quali si articolano le due sezioni della mostra.
Se amate scoprire antiche e lontane civiltà, Il Museo degli Sguardi merita davvero una visita attenta poiché custodisce raccolte etnografiche e reperti archeologici provenienti non solo dai paesi dell’Asia, ma anche dall’Oceania, Africa e America.
Aspetto le vostre impressioni!
DALLA CINA. OPERE EMERSE DAI DEPOSITI DEL MUSEO DEGLI SGUARDI
Museo degli Sguardi, via delle Grazie 12 -Covignano di Rimini (RN)

Orari: martedì-sabato 16.30-19.30
domenica e festivi 10.00-13.00/16.30-19.30
lunedì chiusura
Info: comune.rimini.it / musei@comune.rimini.it
 tel. 0541.704421/0541.704426

* L’impero cinese e la sua ultima dinastia, i Qing, cadranno ufficialmente nel 1911. Questo periodo storico è stato ben rappresentato al cinema da “L’ultimo imperatore” (1987) di Bernardo Bertolucci, un vero capolavoro, premiato tra l’altro con 9 Oscar. Nel visitare la Città Proibita di Pechino qualcuno avrà sicuramente rivissuto le scene del film!

Fonte: http://paesecina.wordpress.com/

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di Wang Zhicheng
Alla cerimonia finale, grande enfasi sull’eredita delle Olimpiadi: fraternità, amicizia, comprensione fra i popoli. Per Jacques Rogge sono state “eccezionali”, con guadagni stratosferici. La Cina “superpotenza” anche nelle medaglie. La nota dolente dei diritti umani. I rischi di una guerra civile.


Pechino (AsiaNews) – Con i fuochi d’artificio lungo l’asse meridiano di Pechino (“il centro del mondo”), dallo stadio “Nido d’uccello” fino a una piazza Tiananmen deserta, si è conclusa la XXIX edizione dei Giochi Olimpici. La splendente cerimonia finale – forse un po’ più sobria di quella d’inizio – è iniziata alle 20 (ora locale) in uno stadio ridondante di spettatori, atleti, acrobati, cantanti, tamburi, luci, comparse;al centro, un palco circolare circondato da un quadrato, che ricorda l’altare del Tempio del Cielo, dove cielo e terra – secondo la simbologia cinese – si incontrano. E per invogliare a partecipare alla prossima edizione a Londra, non sono mancati Jimmy Page dei Led Zeppelin, la cantante Fiona Lewis e il calciatore David Beckham. A sottolineare l’internazionalità delle Olimpiadi hanno cantato anche il tenore Placido Domingo e il soprano cinese Song Zuying.

A un banchetto offerto in mattinata da Hu Jintao ai dignitari politici e internazionali, il presidente cinese ha esaltato l’atmosfera olimpica, fatta di “spirito di solidarietà, amicizia e pace”, che promuoverà ancora di più “la comprensione mutua e l’amicizia fra il popolo cinese e i popoli delle altre nazioni”.

L’enfasi retorica abbonda anche nel messaggio di Zhang Yimou, il regista direttore delle cerimonie d’inizio e fine delle Olimpiadi: “La fiamma olimpica non è spenta; … essa brucerà nel cuore di ognuno di noi”. E ancora: “Ci mancherete tanto e ricorderemo per sempre ogni momento di queste settimane. Perciò cantiamo insieme ancora una volta la canzone-tema: ‘Tu ed io, cuore a cuore, siamo una sola famiglia”.

Al suo discorso conclusivo Jacques Rogge ha detto che attraverso queste Olimpiadi “la Cina ha imparato qualcosa del mondo e il mondo ha imparato qualcosa della Cina”. Egli ha definito questa edizione dei Giochi “davvero eccezionale”. In effetti, per il Comitato olimpico internazionale essi sono stati una formidabile operazione commerciale:  si prevede che fra sponsor,  diritti televisivi, percorso internazionale della torcia (e relativi sponsor), le Olimpiadi di Pechino hanno portato guadagni fino a 5 miliardi di dollari, che entro i prossimi 4 anni potranno giungere fino a 7 miliardi di dollari, quasi raddoppiando gli introiti di quelli di Atene.

Al momento in cui la bandiera olimpica passa nelle mani di Boris Johnson, sindaco di Londra, dove si terranno le prossime Olimpiadi (nel 2012), si può cominciare un bilancio  dell’edizione appena conclusa. La Cina ha davvero primeggiato in tantissimi aspetti. Tutti concordano che l’organizzazione, le infrastrutture, il servizio sono stati impeccabili. Molto è dovuto alle miriadi di persone impiegate e zelanti, come pure ai diktat governativi per eliminare il traffico locale; decretare vacanze forzate per i pechinesi; salvaguardare corsie privilegiate per le macchine olimpiche; chiudere e trasferire fabbriche dall’oggi al domani, lasciando disoccupati decine di migliaia di operai.

La Cina ha vinto anche nello sport. Per la prima volta nella storia essa ha superato gli Stati Uniti – con 51 medaglie d’oro rispetto alle 36 degli americani, diventando una “superpotenza sportiva”, oltre che economica e politica. “Ciò che abbiamo compiuto durante questi Giochi – ha detto Liu Peng, ministro dello sport – costituisce una dinamica formidabile per il futuro”.

Ciò in cui Pechino non ha vinto è sul rispetto dei diritti umani. L’associazione della stampa straniera in Cina ha denunciato “il ricorso alla violenza, le intimidazioni e abusi” contro i giornalisti. Sophie Richardson, di Human Rights Watch, afferma che “Questi Giochi affossano in modo definitivo l’idea che essi avrebbero portato qualche progresso. In realtà essi sono stati un catalizzatore di abusi, espropri, detenzioni, repressione politica e ripetute violazioni alla libertà di stampa”.

Da parte del popolo cinese rimane il silenzio: i pechinesi sono stati costretti a starsene in casa “per questioni di sicurezza”; i parchi designati per le proteste sono rimasti vuoti perché le 77 richieste di manifestazioni non hanno ricevuto permessi; dissidenti, attivisti, pastori protestanti, vescovi e preti cattolici sono stati arrestati; chiunque ha osato dire qualcosa – come le due vecchiette Wu Dianyuan, 79 anni, e Wang Xiuying , 77, espropriate della casa – sono state condannate a un anno di lavori forzati.

Eppure la grande esibizione di forze di sicurezza e di controlli non ha fermato né gli incidenti nel Xinjiang, né striscioni e scritte per il Tibet libero. Tutto questo mostra che il gigante cinese è insieme molto potente, ma anche immensamente fragile, e che il muro del controllo è soggetto a crepe e falle. Le rivolte e lo scontento che si registrano ovunque in Cina sono un segno di avvertimento al governo: non è più possibile guidare il Paese senza dare voce al suo popolo.

Un analista cinese – che vuole rimanere anonimo – ha detto che con l’economia in discesa in Cina (la borsa di Shanghai ha perso il 50% dall’inizio dell’anno) e nel mondo, con ogni probabilità ci saranno più rivolte di contadini e operai, sempre più violente. Per salvare la Cina dalla guerra civile sarà allora necessario mettere in atto gli ideali Olimpici per ora proclamati a parole: solidarietà, amicizia e pace.

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Analizzare i parametri estetici del gigante asiatico può servire per comprendere quali prospettive si aprono per la nostra produzione di eccellenza
E. Pasini e L. Aschiero* – CASASTILE

Il “kang” è un pezzo di arredamento che non mancava mai nella tradizionale casa cinese: una grande piattaforma collocata al centro della casa, ricoperta da un tatami e riscaldata d’inverno, che veniva usata da tutta la famiglia, ma specialmente dai bambini, come zona di convivialità, gioco, relax, e nella quale al tempo stesso avevano luogo sofisticati rituali. Racconta Charles Stafford nel suo “Separation and Reunion in Modern China” che i bambini a pochi mesi dalla nascita venivano deposti sul kang sotto l’occhio di parenti e circondati da piccoli oggetti, un libro, alcune monete, una pietra, carte geografiche, una ciotola di riso, ognuno dei quali simboleggiava una professione. La tradizione vuole che l’oggetto che il bambino afferra per primo, indica la sua futura carriera.
La memoria visionaria, intesa come capacità di immaginare e di anticipare il futuro utilizzando stilemi che hanno le loro radici nel passato, ha sempre avuto un posto particolare nella cultura cinese. In Cina il passato non passa mai realmente, ma viene costantemente riutilizzato in forma di segno e come simbologia rituale, dando vita a complesse scenografie che partono da oggetti, simboli e immagini antiche e nuove. Questa gestione sapiente del segno ha costituito il successo delle cosiddette “chinoiseries” – tipiche decorazioni in carta di riso con motivi floreali, vasi di ceramica e mobili elaboratissimi, con colori vivaci, di ebano intarsiato e foglia d’oro – che ancora oggi trovano spazio in tanti mercatini, negozi di antiquariato e negozi etnici.

Gli interni cinesi
Il salotto cinese, la stanza dedicata alla convivialità e all’intrattenimento, è ancora oggi un microcosmo complesso, dove si legge una sovrapposizione temporale di segni (cornici con simboli di buon augurio insieme alla Tv). Poiché la maggioranza delle case cinesi non ha una sala da pranzo separata, spesso le famiglie pranzano nel salottino, su un tavolo quadrato che si trasforma anche in un tavolo da mahjong. Non manca un dispenser dell’acqua o il frigorifero, che trovano nel salotto una collocazione ideale, viste le ridotte dimensioni delle cucine.
Pezzo centrale della stanza è il sofà, rigorosamente in tessuto, spesso un elaboratissimo broccato con finitura lucida, o in simil-pelle. Ma il pezzo che non può davvero mancare nel salotto cinese è “la vetrinetta”: una sorta di altare che diventa il punto focale di questo ambiente. Le dimensioni e le finiture (con intarsi vecchio stile o di vetro e acciaio in stile high tech) variano in base alla disponibilità di spazio ed economica del proprietario, ma la vetrinetta è sempre ricca di oggetti che raccontano la storia della famiglia o delle persone che vivono in casa. Gli scaffali sono stracolmi di scatole e di bottiglie di alcolici, ma anche di vari oggetti-memorabilia, dagli orologi da tavolo ai giocattoli in plastica (tipo manga), alle foto incorniciate o ai calendari appesi.

Il design italiano in Cina
Il design italiano di mobili ed elettrodomestici sta gradualmente entrando a far parte degli ambienti di vita cinesi: non tanto o non ancora presso le abitazioni private della borghesia urbana, quanto piuttosto nei complessi residenziali di alto livello e gli alberghi di lusso. Un livello dunque molto elevato e legato a doppio filo al boom edilizio urbano, che ha costantemente fatto aumentare la domanda cinese di arredo del 22% annuo dal 1998 al 2006.
Aziende italiane del furniture design, da Elica a Kartell, da Snaidero a Scavolini, da Poltrona Frau a B&B Italia, hanno trovato nel settore contract la chiave di accesso privilegiata a questo grande mercato in espansione.
Il Gruppo Artemide è stato una delle prime aziende italiane a indirizzarsi sui mercati del Sud-Est asiatico, fondando già negli anni 80 una società ad Hong Kong. Oggi opera attraverso 16 società controllate e partecipate e 35 distributori esclusivi in tutto il mondo. Nel 2005 Artemide ha aperto il suo primo ufficio commerciale cinese con relativo show room a Shanghai, nel quale offre prodotti di esclusiva provenienza italiana.
La strategia di Artemide è stata quella di continuare ad investire in tecnologia e in qualità. Artemide ha continuato a produrre in Italia, controllando da vicino tutto il processo e de-localizzando solo alcuni componenti singoli in altri Paesi. Artemide offre ai cinesi più abbienti lampade e sistemi di illuminazione la cui qualità e il nome italiano sono difficili da copiare. Contemporaneamente però il gruppo ha de-localizzato in Cina la produzione di un’offerta esclusivamente indirizzata a grosse forniture locali, sempre a marchio proprio. Questa seconda modalità di approccio al mercato permette così al gruppo di fornire un servizio al cliente che viene invece a mancare completamente nel caso delle imitazioni locali.

Wellness tra tradizione e Occidente
Già dagli anni 90 i cinesi hanno iniziato il processo di revisione del proprio ideale di bellezza e benessere secondo i canoni occidentali senza tuttavia fare tabula rasa della propria cultura millenaria. Con il mutare del contesto di vita cittadino, sempre più caotico e ostile, il traguardo dello star bene si lega a crescenti comportamenti pro-attivi e di difesa, alla ricerca di un equilibrio tra prodotti e servizi dall’Occidente e il rinnovamento di rimedi e soluzioni tradizionali. Il Tai Chi Chuan è l’attività fisica più diffusa tra i cinesi che lo praticano perché ripristina un corretto funzionamento dell’organismo e crea un’armonia fra mente e corpo; spesso si vedono gruppi di persone di tutte l’età che lo praticano nei parchi delle città.

Il wellness italiano in Cina
Lo specialista italiano di attrezzature per il fitness Technogym si è aggiudicato la fornitura ufficiale dei Giochi Olimpici di Pechino in esclusiva, per la preparazione atletica dei 12mila atleti provenienti da tutto il mondo, oltre che la fornitura personale del team cinese. Unica azienda non-cinese partecipante alla selezione, ha vinto grazie al riconoscimento della qualità e dell’ampiezza della gamma dei propri prodotti e servizi, e grazie alla lunga esperienza acquisita. Technogym infatti è fornitrice dei Giochi Olimpici già dal 2000. L’azienda oltre alle attrezzature fornisce anche personale tecnico e soprattutto numerosi preparatori qualificati nell’allenamento di atleti professionisti. Wellness e non solo fitness: una filosofia per il miglioramento della qualità globale della vita, attraverso una regolare attività fisica, una sana alimentazione e un approccio mentale positivo. In Cina, Technogym allestisce anche palestre aziendali a servizio dei dipendenti.
A questo proposito, le potenzialità delle Corporate Gym in Cina sono altissime: Technogym ha calcolato che su circa 30 milioni di cinesi benestanti che possono permettersi di frequentare una palestra, solo lo 0,8% lo fa. Ma, grazie anche alla spinta delle Olimpiadi, l’entusiasmo cinese per il fitness all’occidentale potrebbe presto esplodere.

*Con la collaborazione di Isabella Guaitoli

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Viaggio in cina

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