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Archive for luglio 2008

di Annabella D’Avino
ROMA (29 luglio) – Le immagini di un film visto da bambino in cui, fra i “buoni” che combattono contro i Cinesi (nel ruolo di “cattivi”), compaiono marinai italiani e bersaglieri. Una domanda: che ci facevano gli italiani in Cina nel 1900? Nasce da questi stimoli Gli italiani che invasero la Cina (Sugarco, 220 pagine, 18,00 euro) di Fabio Fattore, giornalista e già autore di Dai nostri inviati a Giarabub. Una cronaca di guerra – ricca nella documentazione, lucida nella interpretazioni dei fatti, profonda nella suggestione di atmosfere – che diventa il racconto dello “spirito di un’epoca”.

Nell’estate del 1900, durante la rivolta anti-stranieri dei Boxer, gli ambasciatori delle potenze occidentali sono assediati a Pechino, così viene decisa una missione militare per salvarli. L’Italia vi partecipa (con 2500 fra fanti e marinai) insieme ad altre sette nazioni, fra cui Francia, Inghilterra, Germania. Un’azione umanitaria che nasconde e mira a soddisfare interessi economici su quell’immenso territorio. Un’impresa “eroica” che serve al nostro paese per cancellare il disastro di Adua e la vergogna di un colonialismo fallimentare. Un giovane corrispondente del Corriere della Sera, Luigi Barzini, incaricato di seguirla, la descrive con uno stile che farà scuola, rendendolo il maestro di tutti gli inviati che verranno dopo.
Gli straordinari articoli di Barzini (che aveva previsto pure: «troveremo il made in China persino nelle nostre mutande») rappresentano alcune delle moltissime fonti di questa ricostruzione di un episodio dimenticato della nostra storia, che contiene tante “colpe” nazionali e allora insegnò “poco o niente” a militare e politici, come avverrà in altre missioni nel corso del Novecento. Per questo è interessante conoscerlo e ripercorrerlo grazie a Fattore.

Il 17 luglio «l’Europa che parte in crociata contro la Cina», lascia Porto Said. Tutti uniti, fra inni e fanfare, pochi anni prima di massacrarsi nella Grande Guerra. L’otto agosto la Città Proibita «spalanca le porte ai diavoli stranieri che vi entrano da conquistatori». Nell’agosto del 1901 il contingente italiano ritorna in patria, mentre si preparano i negoziati di pace. Un anno di stragi, razzie, esecuzioni, vendette e violenze, mentre a Roma il governo minimizza le inefficienze della spedizione. Fra mancanza di mezzi e disorganizzazione logistica, i nostri soldati sono abbandonati a se stessi in quel mondo sconosciuto, pedine confuse nello scontro di civiltà. E quando si celebra la vittoria con una parata internazionale, agli italiani “tocca la parte dei pezzenti”. Persa anche l’occasione di combinare buoni affari commerciali, come fecero gli altri stati alla fine dell’assurdo conflitto.

Ma come ogni guerra anche quella (per citare ancora Barzini) «lascia orme così profonde e vaste che schiacciano tutto e tutto distruggono, che il seguirle dà emozioni indimenticabili». Queste emozioni, dopo averle inseguite, Fattore trasmette al lettore.

fonte: www.ilmessaggero.it

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Anche quest’anno la Fondazione Italia-Cina presieduta da Cesare Romiti, in collaborazione con Milano Finanza, premierà le imprese italiane che si sono distinte per le loro attività nel Paese di Mezzo: i China Awards, giunti alla terza edizione, verranno conferiti giovedì 28 novembre 2008 a Milano, nel corso di un gala di beneficenza all’Hotel Principe di Savoia. Il premio si articola in cinque categorie: “Top Investors in China” (per le società italiane che hanno realizzato i migliori investimenti in Cina); “Top Investors in Italy” (dedicato alle aziende cinesi in Italia); “Lombard Elite” (per aziende,istituzioni e professionisti italiani e cinesi che si sono distinti nelle relazioni con l’altro paese); “Creatori di Valore” (riservato ad aziende italiane che hanno realizzato i risultati migliori in Cina, muovendosi in distretti o in settori ad alta crescita di esportazione), e “Leone d’Oro” (per le imprese cinesi che nel corso dell’anno hanno meglio valorizzato la comunicazione). Come sottoporre la propria candidatura? E’ sufficiente fare richiesta del modulo all’indirizzo email awards@italychina.org , compilarlo e presentarlo alla Fondazione Italia-Cina, tramite mail o fax al numero +39 02.36561073 . I criteri di valutazione variano a seconda della categoria ed è bene esserne a conoscenza prima di presentare la propria azienda: il premio “Creatori di Valore viene assegnato sulla base della dimensione del distretto in cui si opera, della variazione annua delle esportazioni e del peso della Cina nelle esportazioni totali del distretto. I vincitori della categoria “Top Investors in China”, invece, vengono scelti sulla base del capitale investito in Cina nel 2007, ma nella scelta giocano anche elementi come il fatturato, il numero di addetti e la quota di partecipazione nella società (che sia frutto di costituzione, acquisizione o fusione). Per la sezione “Lombard Elite”(in collaborazione con l’ICE) la scelta del Comitato Ristretto potrà cadere tanto su imprese e istituzioni quanto su singoli imprenditori o professionisti. I China Awards si sono distinti nelle passate edizioni per un’assegnazione molto trasversale, che va dalla grande azienda alla piccola e media impresa, e per il notevole impulso alle relazioni Italia-Cina. La novità dell’edizione 2008 sta nella partnership con la casa d’aste Christie’s, che nel corso della serata di gala batterà alcuni pezzi pregiati. Il ricavato dell’asta sarà devoluto a “Lifeline Express”, il treno-ospedale che da quest’anno viaggerà anche sulle rotaie della ferrovia cinese per distribuire aiuti medici alle aree più disagiate del paese.
 
LINK:
 
Fondazione Italia- Cina: http://www.italychina.org

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Gli investitori sono sempre meno attratti dalla Cina, in favore di altri mercati: India, Europa centro-orientale, Russia e Sud Est Asiatico. Non solo: le multinazionali possono raggiungere il successo più velocemente in mercati più piccoli, come Thailandia, Colombia o Cile. E’ quanto rivela un recente studio internazionale “Promessa o Rischio – la seduzione dei mercati emergenti” condotto da Atradius, leader globale e fornitore di assicurazione del credito e servizi di recupero crediti, attraverso interviste ad executive di società attive in 19 settori commerciali nelle regioni Asia Pacifico, Nord America, America Latina, Europa occidentale e Orientale, Medio Oriente e Africa. Insomma, anche altri Paesi stanno diventando sempre più favoriti. Negli ultimi tre anni, il 60% delle società intervistate ha continuato a dare priorità massima alla Cina, seguita dall’India, considerata importante dal 41%, e dal Sud-Est Asiatico, Cina esclusa, importante per il 26%.
Tuttavia, vi sono segnali di un’inversione di tendenza, dato che solo il 48% degli intervistati intende concentrarsi in futuro prevalentemente sulla Cina. In altre parole, la Cina rimane l’obiettivo primario, ma il margine si è ridotto. Nei prossimi anni, il 45% intende concentrarsi sull’India e – praticamente alla pari – il 25% e il 24% intendono concentrarsi, rispettivamente, sull’Europa Centro-Orientale, il Sud-Est Asiatico (Cina esclusa) e la Russia.
Gli esperti di settore ritengono che ci siano cambiamenti in vista per la Cina, che diventerà più interessante come mercato al consumo in espansione, piuttosto che come fonte di produzioni a basso costo, passando cioè da una base di esportazione ad un mercato al consumo.  Il sondaggio evidenzia infatti che quasi tre quarti delle aziende presenti in Cina ha registrato utili superiori ai livelli previsti. Ma i costi crescenti di manodopera e materie prime nel Paese, potrebbero indurre i produttori a spostarsi in India, Europa orientale e in altri mercati di secondo livello.

“Alcune società si sono rese conto che le multinazionali possono avere successo più velocemente nei mercati più piccoli, come Thailandia, Vietnam o parti dell’America Centro-Meridionale” osserva Peter Ingenlath, Chief Risk Officer e Vice Presidente di Atradius.

La recessione potrebbe coinvolgere anche i mercati emergenti
“I risultati dello studio evidenziano che la scelta del Paese in cui investire è dettata più da una spinta emotiva che non da una solida gestione del rischio” sostiene Ingenlath.  “Il nostro studio fa emergere la consapevolezza di particolari rischi posti dai mercati emergenti e può aiutare le società ad essere più preparate ad affrontarli” conclude Ingenlath.
“Nonostante il notevole ottimismo che molte società nutrono nei confronti di Paesi specifici, lo studio rivela chiaramente che molte società sottovalutano i rischi locali” aggiunge Samuel Pengel, Country Manager di Atradius in Italia.
Mentre i mercati emergenti sono oggi meglio preparati ad affrontare la recessione nei mercati industrializzati, così da evitare di essere travolti dalla crisi, non sarebbero in grado di resistere ad una recessione più prolungata e più profonda. Anzi, molti esperti prevedono una crescita economica negativa – almeno per diversi trimestri consecutivi – in conseguenza della crisi dei sub-prime negli Stati Uniti.
Da un lato, il 72% degli interpellati ritiene che le rispettive società saranno in grado di trarre vantaggio dalle crescenti opportunità offerte dai mercati emergenti nei prossimi tre anni. Dall’altro, però, solo il 30% ritiene che i rischi diminuiranno nello stesso periodo. Il 69% ritiene che il proprio livello di rischio rimarrà invariato o si accentuerà.
Il 92% degli intervistati inoltre, considera ostacoli significativi o molto significativi i fattori macroeconomici, mentre il 91% l’instabilità politica o i regolamenti poco trasparenti e l’eccessiva burocrazia. Dal punto di vista operativo, i limiti al successo considerati significativi o molto significativi dagli esperti comprendono le infrastrutture insufficienti (84%), formazione inadeguata (75%) e rischi di credito (74%). 
Il 55% delle società intervistate prevede un aumento delle vendite di oltre il 16%. Nonostante tutti i rischi, vi è grande ottimismo, particolarmente evidente nelle vendite che gli intervistati ritengono di poter realizzare nei mercati emergenti nei prossimi tre anni: mentre il 42% delle società ha registrato negli ultimi tre anni un aumento annuo delle vendite superiore al 16%, ben il 55% prevede gli stessi livelli di crescita per i prossimi tre anni.
Il 90% sostiene invece che le opportunità di crescita sono considerevoli o molto considerevoli per quanto riguarda la pianificazione delle attività potenziali in questi mercati. Altri aspetti importanti sono la capacità di fornire servizi migliori ai clienti internazionali (58%) e la capacità di evitare la crescente pressione competitiva nei mercati interni (57%). 
La tendenza ad investire nei mercati emergenti rimane invariata. I flussi di capitali totali diretti verso i mercati emergenti hanno raggiunto livelli mai visti nel 2007, secondo i numeri dell’Institute of International Finance (IIF), pari a 782 miliardi di dollari. Di questa somma, 225 miliardi di dollari riguardano gli investimenti esteri diretti (FDI) – con un aumento superiore al 50% rispetto al 2006.
Per quanto riguarda le strategie per l’accesso ai mercati, il 29% delle società ricorre ad alleanze o partnership strategiche, mentre il 23% apre uffici di rappresentanza e il 14% importa merci.

fonte: affariitaliani.it

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Recentemente ho perso il passaporto, grandissima seccatura anche perchè in quel documento avevo il mio visto per la Cina con possibilità di entrate multiple per motivi familiari.
Fiducioso di poterlo rifare per un prossimo viaggio a Shanghai sono però stato deluso da un inflessibile impiegato dell’ufficio consolare che mi ha comunicato che non era possibile rifare quel tipo di visto e che l’unica soluzione era un visto per turismo.

“Facciamo allora il visto per turismo” è stato il mio pensiero, al quale è seguita la precisazione che avrei dovuto presentare copia del biglietto aereo e della prenotazione alberghiera.
“Prenotazione alberghiera?” ho esitato io, visto che in famiglia abbiamo una casa in Cina. A quel punto però avrei dovuto produrre un certificato di matrimonio, un certificato di proprietà attestante che l’immobile è di mia moglie eccetera eccetera.

Insomma, per farla breve, per fare questo benedetto visto ho dovuto comprare il biglietto aereo andata/ritorno, prenotare e pagare anticipatamente un albergo che mi mandasse poi documentazione della prenotazione e ripresentare nuovamente la pratica presso l’ufficio consolare.

E questo è capitato a me, che tutto sommato sono pratico di queste cose ed ho maggior facilità a trovare una soluzione a questo genere di problemi, chissà che cosa sarebbe potuto capitare ad una persona che avesse voluto fare il suo primo viaggio in Cina, magari per conto suo.
Questa nuova rigidità dipende dalle misure di sicurezza per le Olimpiadi, ma, purtroppo, sta causando un fenomeno sicuramente non voluto, ma comunque prevedibile e cioè un calo nel flusso previsto di visitatori.

Per esempio, dovendo prenotare l’albergo su un sito web di viaggi, ho riscontrato delle tariffe incredibili per alberghi a cinque stelle.
E, secondo quanto riportato sulla stampa, sembra che la situazione non sia migliore a Beijing che avrebbe dovuto beneficiare dell’evento olimpico.

Alcuni alberghi di lusso, che di questa stagione hanno normalmente un tasso di occupazione vicino al 100%, sono molto al di sotto della media stagionale e si riportano dei vistosi cali sui flussi turistici nella città.
Secondo l’ufficio del turismo pechinese, a Maggio vi è stato un calo del 14% e questo si riflette sulle attività promozionali di hotel ed agenzie di viaggio.
Gli alberghi più grandi, che hanno dei cali anche maggiori, si industriano a trovare promozioni varie per salvare la stagione turistica e molte delle agenzie di viaggio hanno tagliato il personale.
La scarsa affluenza non era uno dei rischi più paventati per le Olimpiadi, ma può diventare uno di quelli più concreti.

Marco Wong

Fonte: http://www.corriereasia.com/

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Tra gli investitori occidentali si è diffusa una massima che rende bene l’idea di quello che sta succedendo: “Il Vietnam è la Cina del futuro e la Cambogia è il futuro Vietnam“.
Infatti, sebbene il Dragone resti la meta privilegiata degli investimenti esteri – 83 miliardi di dollari l’anno scorso – non è più il bengodi degli affari: altrove conviene di più.
I motivi sono diversi: aumenta l’inflazione, lo yuan seppur di poco si rafforza, ma, soprattutto, cresce il costo del lavoro, grazie a maggiori diritti e un’aumentata combattività dei lavoratori cinesi.
In dollari, i salari industriali crescono in media del 25% all’anno e questo riduce i margini di profitto.
Pare insomma che la “Legge sul contratto di lavoro“, entrata in vigore il 1° gennaio, stia funzionando.
E’ una legge calata dall’alto, fortemente voluta dalle autorità di Pechino che temevano l’aumento del malcontento e dei disordini sociali. Sancisce di fatto solo il diritto alla contrattazione individuale e non introduce il pluralismo sindacale: nelle aziende continua ad essere ammesso solo il Zhonghuá Quánguó Zonggong Huì, il sindacato di Stato.
Ciò nonostante, ha imposto il minimo salariale e un contratto per tutti. Le perplessità iniziali riguardavano soprattutto la capacità di renderla effettiva: la Cina è grande, le piccole manifatture nascono come funghi e sono spesso invisibili mentre la grandi imprese hanno solidi agganci per bypassare le nuove norme e i nuovi diritti.
Tuttavia, Newsweek riporta un caso esemplare:
“Prendete la donna più ricca di Cina [Zhang Yin, CEO della Nine Dragons Paper], che possiede una grande cartiera. Ha cercato di esternalizzare i sevizi di guardia e pulizia e non voleva concedere contratti. I lavoratori hanno scioperato. E’ stato un caso emblematico: se una delle più ricche e potenti donne d’affari cinesi non è riuscita ad aggirare la legge, questo è un buon segno per il messaggio che il governo vuole lanciare”.
Chi ha protestato di più per l’entrata in vigore della nuova legge sono state però le multinazionali straniere che avevano delocalizzato in Cina per abbattere il costo del lavoro, su tutti gli americani.
Lo stesso Sole 24 Ore, in un’inchiesta di giovedì 3 luglio, parla di “emergenza” costo del lavoro, riportando però anche alcuni esempi virtuosi di aziende nostrane che, indipendentemente, introducono in Cina diritti del lavoro che vanno al di là di quelli sanciti per legge.
Molte corporations stanno scegliendo una strategia denominata “China plus one”, che consiste nell’impiantare uno stabilimento in Cina e un altro in una zona meno costosa. Così si riduce il rischio di dipendere da un solo Paese.
A questo si accompagna il tentativo di ridurre il numero di lavoratori impiegati negli stabilimenti cinesi, grazie a una forte iniezione di automazione nelle linee produttive.
Quali sono le nuove mete? Il Vietnam su tutti. Qui, un operaio prende in media 50 dollari al mese per una settimana lavorativa di 48 ore. In Cina ci avviciniamo a un dollaro l’ora, cioè quasi il quadruplo.
Un ingegnere vietnamita ha un salario d’ingresso di circa 200 dollari, la metà di un cinese e meno di un decimo di un americano o giapponese.
Perché la Cina, nonostante l’aumento dei costi, resta la meta privilegiata?
Prima di tutto per la stabilità del sistema politico. Sembra strano, ma il sistema monopartitico – nominalmente comunista – piace da matti ai capitalisti del mondo intero.
Inoltre, la popolazione vietnamita è un sedicesimo di quella cinese e quella cambogiana un quinto di quella vietnamita.
In prospettiva, questo significa che Vietnam e Cambogia raggiungeranno molto più velocemente della Cina uno stato di piena occupazione, situazione in cui la capacità contrattuale dei lavoratori cresce.
Fonte : http://www.chen-ying.net/blog/

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SHANGHAI: L’attività di global sourcing nell’approssimativamente infinito mercato delle forniture cinesi è da ormai oltre tre lustri parallela al corposo flusso di FDI (foreigner direct investment) impiegati nel Paese di Mezzo. In taluni casi è stata propedeutica alla formazione della conoscenza del mercato e delle regole locali. I mercati di tutto il mondo sono inondati da prodotti made in China ed è altrettanto diffuso l’impiego di componentistica acquistata in Cina ed assemblata e venduta sui mercati finali. Il progressivo sviluppo e primato della Cina come fabbrica del mondo ha come corrispettivo l’assioma (lapalissiano) che la Cina è il buying market place più grande al mondo.

Il modo tradizionale di praticare il sourcing in Cina è stato ed è tuttora (soprattutto per la componentistica) replicare e produrre in loco oggetti in precedenza acquistati altrove conseguendo il saving pari alla differenza dei prezzi d’acquisto (al netto dei costi logistici). Uno degli aspetti critici del processo è il trasferimento di know how dal committente al fornitore necessario all’ottenimento delle specifiche tecniche e qualitative attese. Tale criticità ha alimentato (molte volte a ragion veduta) il timore della precarietà della proprietà intellettuale in un sistema produttivo che potenzialmente replica all’infinito. La copia è la minaccia incombente per chi pratica il sourcing in Cina (ma non solo in questo mercato è vero ciò). Tale minaccia ha avuto come effetto il tenere ben distinte le attività di sourcing (in Cina) da quelle di R&D (ancorate presso la casa madre, e mai delocalizzate).
Questo schema organizzativo della ricerca e sviluppo altrove e della replica e produzione in Cina ha comunque dei limiti che talvolta inficiano la riuscita stessa dell’intero processo. In particolare, da un lato il tempo di realizzo di tale procedimento non è comprimibile oltre certi livelli, dall’altro non si sfruttano a pieno le potenzialità locali in quanto si tende ogni volta a replicare standard definiti in precedenza, piuttosto che partire da quelli reperibili sul mercato locale, ovviamente fatto salvo il livello qualitativo atteso. La conseguenza ultima di ciò è che i benefici di saving auspicati o si realizzano con ritardo, ovvero, non si concretizzano addirittura perché le esigenza del mercato finale hanno preso nel frattempo direttrici diverse rendendo obsoleto l’oggetto dello scouting.

Dunque che fare? Il quesito, seppur arduo da risolvere, si supera accelerando nella direzione di una evoluzione della struttura organizzativa sin qui tipica del processo di sourcing (la separazione della funzione acquisti localizzata in Cina da quella di R&D che opera altrove e lontana dal mercato) che deve necessariamente approdare ad una funzione unica e sinergica (che unisca cioè competenze differenti ma complementari) localizzata lì dove esiste il mercato delle forniture, ovvero in Cina. Questa scelta è improcrastinabile (se non ora quando?) soprattutto durante le fasi di mercato come quelle attuali dove le spinte inflazionistiche sul lato dei costi e quindi dei prezzi finali d’acquisto rendono il fattore tempo un valore assolutamente non trascurabile. La nuova ultima (in ordine di tempo) sfida del sourcing non è tanto quella di ricercare nuovi mercati di approvvigionamento (un’altra Cina per dimensione dell’offerta, capacità tecnologica e network di infrastrutture ancora non esiste) ma quella di divenire globale e trasversale integrandosi con la funzione di ricerca e sviluppo. Una struttura organizzativa nuova e diversa può garantire in termini di risultati finali una somma più che proporzionale rispetto ai singoli addendi: una macchina sincrona che si muove in una direzione univoca riduce sensibilmente i tempi e i costi dell’intero processo dando il mark up atteso (saving) e la flessibilità richiesta per rimanere competitivi e vincenti sui mercati finali.

Dr. Valentino Blasone: Natuzzi spa – china corporate manager

http://www.corriereasia.com

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