di Roberto Galullo
Il nome della fabbrica di bottiglie in plastica per acque minerali: solo il nome mancava per chiedere la collaborazione della magistratura spagnola e tentare di sottrarre un gioiello al ricchissimo tesoro disseminato per il mondo dal clan dei Casalesi. L’interrogatorio metteva di fronte un colletto bianco – anzi bianchissimo – e un dirigente delle Forze dell’ordine che da una vita spende la propria vita per dare la caccia alle famiglie Schiavone, Bidognetti, Jovine, Russo, Diana, Zagaria e il resto del gotha di una struttura verticistica e riservata, molto più simile a Cosa nostra che non ai clan camorristici napoletani, polverizzati, guasconi e appariscenti.
«Quel nome – confida al Sole 24 Ore in una stanza d’albergo quel dirigente, che parla per la prima volta solo con la promessa di non esistere agli occhi del mondo – non me lo ha fatto. Sapeva che se me lo avesse detto sarebbe stato ucciso. Che quella fabbrica fosse dei Casalesi lo sapeva solo lui, il contabile immacolato, e chi gli aveva messo in mano la valigia con i soldi». Il clan dei Casalesi che, con molte probabilità, è proprietario dell’azienda spagnola di bottiglie in Pvc, è quello che fa capo alla famiglia di Francesco Schiavone.
Le Forze dell’ordine non si arrenderanno e continueranno a stringere il cerchio intorno ai boss casalesi in casa propria, dove i boss si sentono al sicuro («Quando dovevo uccidere qualcuno – racconta al Sole 24 Ore un sicario del clan, ora collaboratore – mi appostavo per settimane, mesi a casa sua e, come un cacciatore, aspettavo che la preda arrivasse. Arrivava sempre.») ma è chiaro ormai che il business di Gomorra è senza confini. Anzi: dopo aver bruciato la Campania e affumicato il Centro-Nord, da anni i Casalesi inquinano mezzo mondo anche grazie ai lunghi sonni d’investigatori e inquirenti (Dea americana a parte).
La Penisola Iberica è un terreno già seminato: si tratta solo di raccogliere e continuare a seminare. Una messe garantita ogni anno: immobili, aziende agricole, alberghi, ville, negozi di lusso e tanto traffico di droga. «I Casalesi – spiega senza tanti giri di parole Lucio Di Pietro, memoria storica della lotta alla camorra in Direzione nazionale antimafia e ora procuratore generale a Salerno – si muovono secondo regole e schemi imprenditoriali. Non seguono il mercato: lo anticipano e lo condizionano». «Lo spirito imprenditoriale dei Casalesi – conferma il colonnello della Guardia di finanza Giuseppe Bottillo, per anni a capo del Comando provinciale di Napoli – è stato ereditato da Antonio Bardellino e dall’antica tradizione del contrabbando di sigarette».
È il mercato che li spinse nell’Est ancora prima che crollasse il Muro di Berlino. «Prima degli altri – continua Di Pietro – capirono che sarebbe crollato un mondo, ma sarebbe rimasta in piedi una struttura di ex agenti segreti e di milioni di armi con cui arricchirsi subito». Fu un’epoca d’oro: la vendita dei kalashnikov nella metà del mondo in guerra era appannaggio dei Casalesi. Il filone d’oro è stato prosciugato, anche se tracce di lanciagranate e lanciamissili nelle mani dei clan, di tanto in tanto, carsicamente ritornano e preoccupano. Ma quanto ha reso il business delle armi? «Una stima è impossibile – dice Di Pietro – ma parliamo di centinaia di milioni e man mano che prosciugavano di armi una nazione dell’Est Europa, passavano a quella vicina». Questa riserva di denaro pronto da investire non è stata la sola cosa preziosa che l’ex blocco comunista ha lasciato in eredità ai Casalesi: i contatti con gli ex agenti segreti e la facilità con cui corrompevano e corrompono la burocrazia ha lasciato spalancate le porte di Paesi come Ungheria, Polonia, ma soprattutto Romania: il nuovo Eldorado dei Casalesi. La ruota della fortuna gira ora intorno al business dei giochi d’azzardo online, casinò, poker, lotterie, scommesse e concorsi. Nei Paesi dell’Est è più facile ottenere licenze per i server: poche domande, guadagni assicurati e mazzette per molti. I Casalesi si arricchiscono dunque – attraverso la proprietà diretta o intestata a prestanome locali – sulle puntate che vengono effettuate (spesso illegalmente) da tutto il mondo nei server registrati in Romania e nella rete dei Paesi dell’Est.
Un business clone di quello attivo in Campania e anche in altre parti d’Italia dove i clan hanno la gestione diretta di decine di sale bingo, sale e concessioni per i giochi d’abilità a distanza con vincite in denaro, nelle quali riescono anche a violare la piattaforma dei Monopoli di Stato e puntare anche all’estero, nonostante il continuo aggiornamento del software italiano.
La Romania è nel mirino degli investigatori anche perché i Casalesi hanno diverse fabbriche (a partire da quelle tessili) nell’area di Timisoara. Tre anni fa fu intercettato un rumeno all’aeroporto di Milano Linate. Da alcuni “pizzini” che il boss Francesco Schiavone, alias “Cicciarello”, cugino di “Sandokan”, gli aveva affidato e che doveva consegnare a parenti e sodali, si scoprì che il clan aveva fabbriche di scarpe. Ma seguendo poi quella e altre tracce, gli investigatori scoprirono una rete di affari immobiliari degli Schiavone e di Giuseppe Russo in Polonia e Francoforte, con ristoranti e molte abitazioni di proprietà.
La Romania non è solo poker online e fabbriche, ma anche gigantesche aziende agricole nelle quali si produce il latte di bufala campana: con quali garanzie? Si ha anche notizia di laboratori grafici artigianali che producono etichette false per certificare come genuine e a norma di legge le mozzarelle vendute poi in mezzo mondo.
Non solo Francia, insomma, dove Vincenzo Zagaria e Aldo De Simone (fratello del pentito Dario, spietato killer), con la compiacenza d’imprese apparentemente pulite, fino a pochi anni fa esportava enormi quantità contraffatte di derivati del latte e burro chimico. Ma indagini in corso raccontano che quei traffici sono ripresi. Passato prossimo o remoto degli affari dei Casalesi sono anche il Brasile di Antonio Bardellino, ucciso nel luglio 1988 a Rio de Janeiro e, dall’altra parte dell’Oceano, il Portogallo, dove nel 1991 fu ucciso Mario Jovine, presunto assassino dell’ex sodale Bardellino, che aveva casa a Burgos.
Brasile, Portogallo, Francia, la Cina dei falsi e del traffico dei rifiuti, la Svizzera per il riciclaggio in banca del denaro sporco, Olanda e Belgio per lo snodo del narcotraffico europeo, persino la Scozia dove ad Aberdeen la famiglia camorristica La Torre di Mondragone si è arricchita anche girando con i propri prodotti le fiere enogastronomiche europee, sono solo realtà da consolidare. «L’insediamento dei Casalesi – spiega Di Pietro – crea delle comunità che portano capitali, creano lavoro e lavano denaro».
E gli affari – come per la ‘ndrangheta – ruotano quasi sempre intorno a una pizza o una mozzarella, serviti nei ristoranti dei prestanome, immacolati solo per i clienti. I nuovi affari – agevolati da professionisti insospettabili – sono anche in Germania (dove le autorità si sono parzialmente svegliate solo dopo la strage della ‘ndrangheta a Duisburg).
Qui i Casalesi, a partire dal clan Zagaria, prima infiltrano e poi rilevano imprese decotte o in crisi. Puntano in Borsa a Francoforte con coperture e prestanomi difficili da scoprire. In questo momento di recessione poi, è facile per i clan immettere liquidità: nelle crisi mondiali le mafie non conoscono mai crisi, semmai le benedicono. I capitali – per quanto ora aggrediti in Italia con continui sequestri e confische – sono di dimensioni impensabili. Nel triennio ‘98-2000, solo per citare un caso, la famiglia Bidognetti guadagnava dai traffici illeciti 25 milioni netti all’anno. Una montagna di soldi da gestire e investire senza confini. Ad esempio nella droga.
Furbi e scaltri, i Casalesi sanno riconoscere lo strapotere della ‘ndrangheta grazie all’asse con i narcos colombiani e così, senza disdegnare ricchi traffici con il Sudamerica dopo aver concordato il via libera delle ‘ndrine, fanno rotta verso Nigeria e Albania, Paesi “veicolo” dall’Asia e dall’Africa ma anche produttori di nicchie ricercate e pregiatissime, a partire dalla cannabis.
La capitale regionale dei traffici dei Casalesi è Castel Volturno dove – non a caso – il 18 settembre c’è stata una strage e dove è perenne lo scontro con la mafia nera che spesso non sta ai patti per la sua forza e per i terminali che, dalla capitale Lagos, si ramificano in tutto il mondo. Castel Volturno fa asse con Tirana, capitale dell’Albania, nazione nella quale è stata messa a punto una fertilizzazione in acqua della cannabis che rende oro ai trafficanti. I Casalesi la smistano in tutta Italia, a partire da Calabria e Sicilia dove sembra particolarmente apprezzata. L’asse con Tirana dove la corruzione è a livelli alti come a Lagos, vale anche per il traffico di donne da avviare alla prostituzione e di macchine rubate in tutta Europa.
Sull’impero dei Casalesi, come su quello di Carlo V e su quello della ‘ndrangheta, non tramonta mai il sole, anche se ancora, in qualche parte del mondo, qualcuno si sorprende che i clan campani erano pronti a investire nella ricostruzione dell’area del World Trade Center a New York: l’ombelico del mondo anche per Gomorra.
Fonte: www.sole24ore.com
