Tra gli investitori occidentali si è diffusa una massima che rende bene l’idea di quello che sta succedendo: “Il Vietnam è la Cina del futuro e la Cambogia è il futuro Vietnam“.
Infatti, sebbene il Dragone resti la meta privilegiata degli investimenti esteri – 83 miliardi di dollari l’anno scorso – non è più il bengodi degli affari: altrove conviene di più.
I motivi sono diversi: aumenta l’inflazione, lo yuan seppur di poco si rafforza, ma, soprattutto, cresce il costo del lavoro, grazie a maggiori diritti e un’aumentata combattività dei lavoratori cinesi.
In dollari, i salari industriali crescono in media del 25% all’anno e questo riduce i margini di profitto.
Pare insomma che la “Legge sul contratto di lavoro“, entrata in vigore il 1° gennaio, stia funzionando.
E’ una legge calata dall’alto, fortemente voluta dalle autorità di Pechino che temevano l’aumento del malcontento e dei disordini sociali. Sancisce di fatto solo il diritto alla contrattazione individuale e non introduce il pluralismo sindacale: nelle aziende continua ad essere ammesso solo il Zhonghuá Quánguó Zonggong Huì, il sindacato di Stato.
Ciò nonostante, ha imposto il minimo salariale e un contratto per tutti. Le perplessità iniziali riguardavano soprattutto la capacità di renderla effettiva: la Cina è grande, le piccole manifatture nascono come funghi e sono spesso invisibili mentre la grandi imprese hanno solidi agganci per bypassare le nuove norme e i nuovi diritti.
Tuttavia, Newsweek riporta un caso esemplare:
“Prendete la donna più ricca di Cina [Zhang Yin, CEO della Nine Dragons Paper], che possiede una grande cartiera. Ha cercato di esternalizzare i sevizi di guardia e pulizia e non voleva concedere contratti. I lavoratori hanno scioperato. E’ stato un caso emblematico: se una delle più ricche e potenti donne d’affari cinesi non è riuscita ad aggirare la legge, questo è un buon segno per il messaggio che il governo vuole lanciare”.
Chi ha protestato di più per l’entrata in vigore della nuova legge sono state però le multinazionali straniere che avevano delocalizzato in Cina per abbattere il costo del lavoro, su tutti gli americani.
Lo stesso Sole 24 Ore, in un’inchiesta di giovedì 3 luglio, parla di “emergenza” costo del lavoro, riportando però anche alcuni esempi virtuosi di aziende nostrane che, indipendentemente, introducono in Cina diritti del lavoro che vanno al di là di quelli sanciti per legge.
Molte corporations stanno scegliendo una strategia denominata “China plus one”, che consiste nell’impiantare uno stabilimento in Cina e un altro in una zona meno costosa. Così si riduce il rischio di dipendere da un solo Paese.
A questo si accompagna il tentativo di ridurre il numero di lavoratori impiegati negli stabilimenti cinesi, grazie a una forte iniezione di automazione nelle linee produttive.
Quali sono le nuove mete? Il Vietnam su tutti. Qui, un operaio prende in media 50 dollari al mese per una settimana lavorativa di 48 ore. In Cina ci avviciniamo a un dollaro l’ora, cioè quasi il quadruplo.
Un ingegnere vietnamita ha un salario d’ingresso di circa 200 dollari, la metà di un cinese e meno di un decimo di un americano o giapponese.
Perché la Cina, nonostante l’aumento dei costi, resta la meta privilegiata?
Prima di tutto per la stabilità del sistema politico. Sembra strano, ma il sistema monopartitico – nominalmente comunista – piace da matti ai capitalisti del mondo intero.
Inoltre, la popolazione vietnamita è un sedicesimo di quella cinese e quella cambogiana un quinto di quella vietnamita.
In prospettiva, questo significa che Vietnam e Cambogia raggiungeranno molto più velocemente della Cina uno stato di piena occupazione, situazione in cui la capacità contrattuale dei lavoratori cresce.
Fonte : http://www.chen-ying.net/blog/
La fine del lavoro low-cost
Luglio 8, 2008 di movetochina