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E l’Italia non si rende conto dell’importanza dell’evento Roma, 4 lug. (Apcom) – Dieci anni fa un presidente cinese sbarcava in Italia: era Jiang Zemin, araldo di un paese in sviluppo percepito come una minaccia commerciale. Ci sono voluti altri dieci anni per arrivare alla visita di Hu Jintao, che sbarcherà domenica a Roma per una settimana italiana fra affari, visite culturali e il G8 dell’Aquila (dove la Cina partecipa nel gruppo dei 5 grandi paesi emergenti), leader di un paese in esplosione economica che tutto il mondo considera ormai un territorio di opportunità. L’arrivo del presidente Hu è vissuto come una grande occasione nei ranghi del governo, e fra gli imprenditori che lunedì all’Hotel Hilton verranno a centinaia a incontrare i colleghi cinesi, in un forum organizzato da Confindustria. Ma la stampa se ne è occupata troppo poco e anche il paese Italia non ha nozione dell’importanza dell’evento, secondo Cesare Romiti, il presidente della Fondazione Italia-Cina. La visita di Hu è “la ricaduta indiretta più importante dello svolgimento in Italia del G8″ secondo Gianni De Michelis, presidente del Comitato strategico della Fondazione Italia-Cina, che ha tenuto un incontro stampa insieme a Romiti e al viceministro Adolfo Urso. I dati li ha offerti proprio il viceministro. La Cina ha grande liquidità, quantificabile in oltre 100 miliardi di dollari, risorse fresche “pronte per essere investite in Europa”. La Cina è cruciale perché in tempi di crisi, il sud est asiatico è la zona del mondo che emerge meglio e questo è vero soprattutto per la regione ‘Cindia’ – che include quasi la metà della popolazione mondiale. Se l’anno prossimo il Pil medio del mondo scenderà di 2 punti, la Cina la crescità sarà del 7% e in India attorno al 4%: meno degli anni precedenti ma non in rosso. Ma l’essenziale della Cina oggi è che il grande produttore di merci a basso costo che invadevano i nostri mercati sta diventando un paese che conosce l’importanza di stimolare i consumi interni, anche in funzione anti crisi. Questo si traduce in investimenti allo sviluppo e incentivi per prodotti cinesi come gli elettrodomestici. In questo immenso mercato l’Italia, sia pure in grave ritardo rispetto a parecchi paesi europei, comincia a introdursi: in maggio, l’export italiano nei paesi esterni all’Ue ha visto una contrazione di quasi il 20% ma in Cina ha visto una crescita di quasi il 19%, soprattutto di macchine e di utensili di precisione. L’obbiettivo della “shopping mission” cinese è insomma riequilibrare la bilancia commerciale fra Cina e Italia che al momento vede un forte passivo. Nel 2008 l’Italia ha esportato beni per 6,5 miliardi di euro (in crescita del 2,5%) e ne ha importati per 23,5 miliardi di euro. Fra i settori dove l’Italia può sperare di avere maggiori contatti sul mercato cinese ci sono il lusso e il turismo. “Si calcoli che in Cina si contano oggi 80 milioni di ricchi e 300 milioni che appartengono alla classe media cinese” ha detto Urso. Il mercato cinese però, sottolinea Urso, si rivolge soprattutto alle macchine utensili per i prodotti di lusso oltre ai prodotti finiti del Made in Italy. Urso ha ricordato che nel 2008 l’Italia è stata la prima sede di destinazione del turismo cinese, nonostante ci siano pochi voli diretti rispetto a quanti ne esistono fra la Cina e altri paesi europei.

Fonte: www.apcom.net

A maggio – 26, 4% rispetto al 2008, scendono anche le importazioni

DSCF3259(ANSA) – PECHINO, 11 GIU – Le esportazioni e le importazioni della Cina hanno continuato in maggio la discesa iniziata alla fine dell’anno scorso. E hanno fatto registrare flessioni rispettivamente del 26,4% e del 25,2% rispetto allo stesso periodo del 2008, afferma l’Amministrazione Generale delle Dogane cinesi. I dati confermano il difficile momento dell’economia cinese, che ha nelle esportazioni la sua componente piu’ dinamica.

Fonte: www.ansa.it

di FEDERICO RAMPINI
Il 5 giugno dell’89 sfidò il potere: da allora è scomparso nel nulla. Dicono sia morto. O che, grazie a una chirurgia plastica, viva nascosto

39c8bce6ba5c728bf5e58de7a18c4681“Per anni io e i miei amici abbiamo cercato di rintracciare il giovane che tenne testa ai carriarmati di Tienanmen – mi dice il dissidente cinese Xu Youyu – all’inizio abbiamo temuto che fosse stato arrestato, poi che fosse morto. Su di lui si formarono delle leggende, qualcuno sosteneva che si era fatto la chirurgia plastica per non farsi riconoscere. Oggi sono propenso a credere che sia ancora vivo”. Xu non divulgherà mai degli indizi che possano portare a rintracciare quell’ex contestatore, la figura-simbolo della resistenza di vent’anni fa. L’immagine fece il giro del mondo intero, divenne il simbolo della tragedia di Pechino.

È il 5 giugno 1989, già da 24 ore procede implacabile l’intervento militare per schiacciare la “primavera democratica”, quando diversi fotografi occidentali affacciati alle finestre del Beijing Hotel riprendono la scena. Una colonna blindata scende lungo il Viale della Pace Eterna, di colpo è costretta a immobilizzarsi. Un giovane si è piazzato in mezzo alla strada, blocca il carroarmato di testa.

Sta ritto in piedi, con la mano sinistra tiene la giacca a penzoloni, con la destra due sacchetti di plastica della spesa. La scena sembra irreale: i tank fermi uno dopo l’altro in fila indiana, quella figura esile che sembra soggiogarli. L’autista del primo blindato fa manovra, cerca di aggirare il ragazzo sulla destra. Lui gli si para davanti di nuovo, allarga le braccia come si fa per domare una bestia. Poi il giovane fa un salto, sale sul carroarmato per parlare col soldato visibile dalla feritoia. “Tornate indietro! Smettete di uccidere il nostro popolo!” è l’urlo che i testimoni ricordano. Poi tutto accade in un attimo: il ragazzo è sceso dal blindato, ora è circondato da amici che lo aiutano a scappare.

La sua sorte è rimasta un mistero affascinante. In Occidente quelle foto divennero il ricordo di un coraggio inaudito, rafforzarono la solidarietà verso la protesta studentesca. Si è creduto che il regime cinese avrebbe fatto il possibile per catturare il protagonista di quel gesto sfrontato. Nel ventesimo anniversario del massacro, ricostruire quelle ore aiuta a capire la strategia della repressione: chi fu colpito, come, con quali priorità. La Cina di oggi è figlia del dopo-Tienanmen, quando il regime stabilì un ordine e una logica nel castigo.

Lontano da Tienanmen. “La repressione armata – ricorda Xu – non avvenne a Piazza Tienanmen ma più lontano. Le cataste di cadaveri io le vidi sulle vie Fuyou e Changan. I massacri peggiori avvennero all’ingresso dei blindati in città, e nelle aree di Fuxingmen e Muxidi”. Il ragazzo che sfidò i tank senza che dai blindati partisse un solo colpo, era per fortuna troppo vicino a Tienanmen: una piazza dal potente significato simbolico, dove i leader comunisti volevano ridurre al minimo lo spargimento di sangue. Tienanmen è da secoli il luogo sacrale del potere cinese, all’ingresso della Città Proibita dove viveva l’imperatore. La sua importanza è stata rafforzata dall’iconografia rivoluzionaria: il rinascimento repubblicano della Cina si fa risalire alla manifestazione degli studenti il 4 maggio 1919 in quella piazza; Mao Zedong vi proclamò la vittoria del comunismo nell’ottobre 1949 e la sua salma imbalsamata è custodita nel mausoleo centrale. Per questo nel maggio 1989 gli studenti scelsero di lanciare proprio lì lo sciopero della fame. Per questo la propaganda del regime nelle terribili giornate di giugno si ostinava a ripetere che “nessuno era stato ucciso a Tienanmen”.

Il numero delle vittime è tuttora un segreto di Stato, le stime raccolte da Amnesty International variano fra 700 e 3.000 morti. Ma le versioni concordano su questo: pochi morirono dentro il “cerchio magico”, il perimetro della piazza stessa. Deng Xiaoping, l’anziano leader che orchestrò l’intervento dell’esercito, non voleva lasciare in eredità al regime comunista la maledizione di una carneficina avvenuta in un luogo troppo gravido di storia.

Nei mesi successivi la repressione seguì un criterio, non fu indiscriminata. L’intellettuale dissidente Zhang Boshu, che oggi è uno dei firmatari di Charta 08, ricorda la caccia alle streghe. “Deng e i suoi sapevano che l’uso della forza militare era stato illegale. Perciò dopo il 4 giugno gli arresti, le condanne e le deportazioni, tutto avvenne in segreto. Non ci fu un solo processo pubblico. C’erano i super-ricercati e le liste di proscrizione nei luoghi di lavoro. Le sezioni del partito comunista erano incaricate di fare le istruttorie a carico dei colpevoli. Era così in ogni luogo di lavoro, comprese le università e l’Accademia delle Scienze dove lavoro”.

Zhang ricorda di essere stato fortunato, di aver scansato le punizioni più esemplari. “Eravamo tantissimi ad aver partecipato al movimento per la democrazia. Per mesi quella era stata una protesta di massa. Era impensabile punire tutti: avrebbero dovuto arrestare metà della popolazione di Pechino. Io scampai al peggio perché non ero iscritto al partito. Uno dei bersagli contro cui si accanirono dopo il 4 giugno erano i comunisti doc. La priorità di Deng era l’epurazione interna. Il nemico più odiato era la corrente dei riformisti democratici all’interno del partito, gli amici di Zhao Ziyang, il segretario generale che Deng aveva deposto con un golpe. Quella era la minaccia, perché Zhao aveva goduto di un consenso reale tra gli stessi comunisti, il partito si era spaccato in due”.

Andò peggio agli operai. Due pesi e due misure si avvertirono nel diverso trattamento riservato a studenti e operai. Già l’8 giugno 1989 l’ufficio della Pubblica sicurezza di Shanghai arrestava 13 operai, 3 dei quali vennero condannati a morte e fucilati dal plotone di esecuzione. Delle 48 esecuzioni pubbliche a Pechino nei giorni seguenti nessuna ebbe per vittima uno studente. Era partita la grande operazione di recupero delle élite, la lunga marcia per cooptare intellettuali e studenti al servizio del potere. La vera lezione che i leader comunisti impararono da quelle giornate è questa: non bisogna mai più ritrovarsi “contro” la parte più istruita e moderna della società.

Per gli irriducibili cominciò la traversata del deserto, una serie di vessazioni che durano ancora oggi: promozioni negate, niente permessi di viaggio all’estero, l’emarginazione costante. Uno stillicidio di vendette che non ha impedito a Xu e Zhang di continuare la loro lotta per i diritti umani. Con tutti gli altri il regime è stato magnanime, e l’elargizione di vantaggi alle professioni intellettuali è stata redditizia. “Vent’anni dopo – ammette Zhang – non c’è all’orizzonte una forza alternativa al partito comunista, non esiste un movimento che possa guidare la transizione pacifica verso la democrazia. E’ dentro il partito comunista che deve nascere questa spinta per il cambiamento”.

Fonte: www.repubblica.it

Gli internauti cinesi sono circa 300 milioni. Polizia e autorità sott’accusa: “Siete corrotti”. “Bella e fiera”. Così i blogger definiscono Deng Yujiao la cameriera che ha ucciso l’uomo che voleva violentarla
di FEDERICO RAMPINI

 DSCF3157PECHINO – Passa per Internet la nuova protesta dei cinesi contro la nomenklatura. La mobilitazione prende spunto anche da fatti di cronaca nera, che rivelano il risentimento popolare verso i potenti. La cameriera di un karaoke-bar uccide a pugnalate un avventore che la molestava sessualmente; la polizia l’arresta ma il popolo di Internet prende le sue difese quando apprende che il cliente ucciso era un gerarca locale del partito comunista. In un altro caso la polizia ha dovuto fare un imbarazzato dietrofront dopo avere rilasciato un rampollo di buona famiglia che al volante della sua fuoriserie aveva ucciso un pedone sulle strisce; anche qui è il furore sui siti online che ha messo a nudo la corruzione dei poliziotti. E a Nanchino quando la polizia ha pestato una studentessa, i suoi compagni si sono mobilitati grazie a Twitter e ai blog.

Deng Yujiao è la 21enne cameriera di un karaoke-bar nella cittadina di Badong che si è ribellata a un tentativo di stupro uccidendo il suo aggressore. Poche righe sulla cronaca locale il 10 maggio con la notizia dell’arresto di Deng Yujiao: il fatto sembrava archiviato. Ma quando è emersa l’identità del violentatore la notizia ha commosso il popolo di Internet – nella Repubblica Popolare ci sono ormai 300 milioni di utenti online – e la vicenda ha preso una piega inaspettata. Sui forum online Deng Yujiao è stata trasformata in un’eroina nazionale. Un’ondata di sdegno si è abbattuta contro Deng Guida, il notabile che aveva tentato di violentarla. Le coltellate con cui la giovane lo ha ucciso sono diventate un simbolo: la legittima difesa di una donna del popolo contro l’arroganza dei dirigenti. Un commentatore sotto lo pseudonimo di “Angelo Guerriero” l’ha definita “la ragazza più onesta del mondo”, dedicandole un’antica canzone d’amore. Un blogger che si firma come “Legge Nobile” ha composto per lei una poesia in mandarino classico esaltandola come “bella e fiera”. Il governo della contea di Badong è stato costretto a compiere un gesto senza precedenti: sul sito Internet ufficiale è apparso un comunicato dove si promette “un processo equo”.

Lo stesso risentimento è esploso nel caso di Hu Bin, che il 7 maggio a Hangzhou ha ucciso un pedone. Al volante di una Mitsubishi Evolution, in pieno centro alle otto di sera, il giovane stava partecipando a una folle gara con altri amici. Lanciato a 100 km all’ora ha centrato in pieno il 25enne Tan Zhou mentre attraversava sulle strisce. Il pedone è morto sul colpo.

La polizia stradale si è limitata a un frettoloso controllo d’identità, e l’automobilista omicida è stato rilasciato. Anche in questo caso la mobilitazione è avvenuta grazie a Internet. Si è scoperto che la Mitsubishi era intestata a un magnate industriale, legato a doppio filo alle autorità locali. La protesta online ha preso di mira la polizia, accusata di essere al servizio dei nuovi ricchi. Sul quotidiano governativo China Daily è uscita un’autocritica di Zheng Xianzhi, portavoce della Pubblica sicurezza di Hanghzhou: “Gli agenti sono arrivati a una conclusione sbagliata, hanno raccolto solo le testimonianze degli amici del pilota che non erano affidabili. Siamo spiacenti per l’errore”.

Le nuove tecnologie hanno giocato un ruolo chiave anche nella fiammata di protesta studentesca che ha agitato Nanchino la settimana scorsa. La scintilla: un blitz della polizia vicino al campus universitario, per sequestrare alcune bancarelle di libri usati tenute dagli studenti. Una studentessa si è lamentata per la brutalità poliziesca. Il passaparola è dilagato su Twitter, dopo poche ore il campus era in stato di assedio, con i reparti antisommossa costretti a sedare la protesta. Le autorità hanno i nervi a fior di pelle per l’avvicinarsi del ventesimo anniversario del massacro di Tienanmen. Non c’è una regìa “politica” nella protesta di Nanchino. Ma con la disoccupazione intellettuale che cresce a vista d’occhio – 3 milioni di neolaureati senza lavoro – ogni segnale di disagio giovanile fa scattare l’allarme a Pechino.

Fonte www.repubblica.it

Una doccia fredda, sulle aspettative di un veloce rimbalzo della crescita cinese, arriva dagli ultimi dati sulle esportazioni. Secondo l’amministrazione centrale delle dogane di Pechino, l’export dalla Cina verso il resto del mondo è calato pesantemente anche nel mese di aprile: con un valore di 92 miliardi di dollari, le vendite globali del made in China sono risultate inferiori del 22,6% rispetto allo stesso mese del 2008. Quello di aprile è il sesto mese consecutivo in calo per le esportazioni cinesi. E’ un dato che smorza l’ottimismo diffuso nelle settimane scorse circa una risalita rapida dell’attività economica nella superpotenza asiatica. La stessa amministrazione delle dogane inoltre ha rivelato che per tutto il primo trimestre c’è stato un arretramento generale dell’export cinese verso i suoi tre principali mercati di sbocco: Unione europea, Stati Uniti e Giappone. La sensazione che la ripresa cinese possa essere più lontana del previsto ha provocato delle conseguenze anche sui mercati delle materie prime, dove hanno perso quota i futures del rame e dell’oro. Il prezzo del rame in particolare è un indicatore sensibile della congiuntura cinese, per l’utilizzo intensivo di questo metallo da parte della grande industria di base. L’effetto positivo della manovra di spesa pubblica varata da Pechino si fa sentire invece sugli investimenti interni. Gli investimenti in capitale fisso nelle zone urbane sono aumentati ad aprile ancora più del previsto, compensando almeno in parte la delusione sul fronte del commercio estero. Gli investimenti in macchinari industriali e in proprietà edili sono cresciuti del 30,5% nei primi quattro mesi del 2009 rispetto al periodo gennaio-aprile del 2008. Un segnale di stabilizzazione sembra venire anche dal mercato immobiliare. Nelle 70 città cinesi di dimensioni medio-grandi i prezzi delle case ad aprile sono calati dell’1,1% in media, rispetto allo stesso mese del 2008. Da questo dato sembra che il tasso di deflazione sia in rallentamento: a marzo infatti gli stessi prezzi immobiliari erano scesi dell’1,3%. Questo lascia sperare che la de-crescita del mercato immobiliare stia per raggiungere un “pavimento”.

Fonte: www.repubblica.it

Vestiremo alla cinese

MARIO DEAGLIO
 
Dietro le cifre delle previsioni aride e molto imprecise delle previsioni economiche globali per il 2009 si cela, dal lato dell’offerta, un rapidissimo cambiamento del peso e del potere economico dei grandi Paesi e un profondo ridisegno del quadro produttivo del mondo. Dal lato della domanda, si delinea invece un cambiamento di capacità e modelli di spesa, di priorità, di gusti individuali e familiari.

Se anche la crisi passerà abbastanza rapidamente, ossia nel giro di 4-6 trimestri – come viene ufficialmente sostenuto, sia pure con una convinzione sempre minore – questi mutamenti della domanda sono destinati a diventare permanenti. Si ripercuoteranno sul modo di consumare di 2-3 miliardi di abitanti di Paesi poveri che diventeranno un po’ meno poveri nonostante la crisi, e degli abitanti dei Paesi ricchi che potrebbero diventare un po’ meno ricchi.

I gusti e le capacità di spesa della famiglia Smith, della famiglia Dupont o della famiglia Bianchi, oggi alle prese con una crescente precarietà di reddito, stanno diventando meno importanti dei gusti e delle capacità di spesa delle (molto più numerose) famiglie Hu, Singh o dos Santos le quali, pur partendo da livelli bassissimi, hanno alle spalle ormai diversi decenni di allargamento di orizzonti e di crescita dei redditi, e un futuro in cui probabilmente tale tendenza sarà destinata a continuare, sia pure a un ritmo un po’ inferiore a quello del recente passato. Per conseguenza, mentre il numero dei giovani cinesi, indiani e brasiliani che andranno all’università è destinato ad aumentare, il numero dei giovani americani che si recheranno al college si ridurrà in quanto l’istruzione superiore negli Stati Uniti non è gratuita e molte famiglie, prive delle risorse finanziarie necessarie, non possono più ricorrere all’indebitamento. Contemporaneamente continuerà a crescere il numero di abitanti dei Paesi emergenti che possono permettersi cure mediche avanzate; negli Stati Uniti, in attesa che la riforma sanitaria proposta dal presidente Obama possa essere attuata, saranno sempre più numerosi gli americani non più in grado di pagare l’assicurazione sanitaria. E noi europei dovremo tenerci ben stretto l’«ombrello assistenziale» che ci ripara – a un costo molto elevato per le finanze pubbliche – dai costi della nostra salute e che ha già subito parecchie limature.

Se vorranno sopravvivere e prosperare, le imprese, grandi e piccole, che producono i beni di consumo per un mercato mondiale, dovranno adattarsi a questa domanda diversa; e l’innovazione di prodotto proverrà sempre più da direzioni insolite. L’auto meno cara al mondo è stata recentemente presentata da un’impresa indiana e negli Stati Uniti si guarda con un interesse che un tempo sarebbe stato del tutto inusuale alla Cinquecento e ai motori europei a basso consumo di carburante. Nei ristoranti fast food del mondo emergente sono presenti più piatti a base di cereali che hamburger. L’ondata di impopolarità nei confronti delle categorie manageriali potrebbe rapidamente trasferirsi in impopolarità dei consumi vistosi con cui queste categorie spesso si sono identificate in Occidente. Anche se ancora non si intravedono chiaramente le alternative, il tramonto del «modello americano» di consumo potrebbe essere il risultato più duraturo dell’attuale crisi.

L’illusione, diffusa soprattutto tra gli operatori finanziari, che la crisi sia un fastidioso intermezzo, destinato a diventare tra breve un ricordo di cui liberarsi rapidamente per riprendere i giochi e i comportamenti di prima è, appunto, un’illusione: quando l’economia mondiale tornerà a una crescita sostenuta e uniforme, non solo la geografica produttiva e la mappa del potere economico mondiale saranno radicalmente diverse ma anche le priorità personali e i parametri del gusto saranno mutati e risentiranno assai più di oggi di una componente asiatica, o talora russa, latino-americana o islamica. Già oggi, come aveva osservato lo storico e politologo americano Samuel Huntington, è solo la nostra miopia che ci fa definire «globali» prodotti che sono più semplicemente «occidentali». È inevitabile quindi che i nuovi prodotti globali vengano configurati in maniera crescente secondo gusti asiatici e per questo sono frequenti i casi di grandi società che lanciano le loro novità sul mercato cinese e localizzano in Cina o in India centri di design, stile e ricerca. Questa mutazione qualitativa indica abbastanza chiaramente la direzione verso la quale deve muoversi l’industria italiana. Uno dei suoi punti di forza è, da sempre, la rapidità con la quale sa adattare i propri prodotti al mutare delle condizioni esterne; quando lo shock petrolifero del 1974-75 mise nelle mani degli «sceicchi» un inusitato potere d’acquisto, i mobilieri della Brianza prepararono velocemente nuovi prodotti di gusto arabeggiante; lo stile dei gioielli italiani già oggi riflette fortemente il gusto di compratori extraeuropei.

La maggiore reattività, la capacità di interpretare culture e gusti diversi, la flessibilità produttiva sono le armi migliori con cui le imprese italiane possono combattere la crisi attuale. Non bastano, infatti, i pur necessari sostegni finanziari e gli sgravi fiscali che le imprese chiedono al governo. Una sfida analoga a quella attuale, e cioè trovare prodotti nuovi per un mondo nuovo, fu vinta dall’Italia del dopoguerra che propose al mondo lo scooter, una forma nuova di motorizzazione di massa, le macchine per scrivere portatili, il cioccolato a basso costo, i frigoriferi piccoli che entravano anche nelle case dei poveri e tante altre cose ancora. Per sopravvivere e prosperare, le imprese italiane devono svolgere la medesima funzione storica per il mondo che uscirà dalla crisi attuale.
 
Fonte: www.lastampa.it

La Cina ha pubblicato la propria “Charta sui diritti umani”, intitolata “Piano d’Azione per i diritti umani (2009 – 2010)”.
 
Questo documento, che potremmo definire “operativo”, definisce sia le linee guida che quelle d’azione per l’applicazione e la salvaguardia dei diritti umani, in tutta la nazione e a tutti i livelli.
 
E’ un atto importante e concreto, che dimostra come in Cina, il tema dei diritti umani, sia realmente entrato, con forza, nell’architettura delle fondamenta dello sviluppo prossimo futuro del paese.
 
54 intense pagine che vanno lette tutte d’un fiato, suddivise in 5 capitoli:
- Diritti Sociali, Culturali ed Economici
- Diritti Civili e Politici
- Diritti per le minoranze etniche, donne, bambini, anziani e disabili,
- Educazione sui diritti umani
- Situazione internazionale, scambi e cooperazioni sui diritti umani
Ad una sua prima lettura, questo documento sembra andare ben oltre il suo stesso contenuto, in quanto definisce de facto, una sorta di manifesto nazionale, diremmo “costituzionale”, su come la Cina dovrà essere nel prossimo futuro, con annesso il “manuale pratico” per (leggi e scarica la Charta dei diritti umani)

cinTravelport Gds ha firmato nuovi accordi con DerbySoft in Cina ed Etours Crs in India, due fornitori che offriranno alle agenzie di viaggi clienti Travelport l’accesso a migliaia di strutture alberghiere nei due Paesi asiatici. Gli accordi porteranno, inoltre, un aumento della scelta e della varietà di hotel prenotabili sia in Cina che in India. DerbySoft ha sede a Shanghai ed offre la connessione diretta a più di 1.000 strutture alberghiere cinesi, mentre Etours comprende 1.800 hotel dislocati in circa 300 località indiane. “Offriamo agli agenti di viaggi nostri clienti l’accesso ad una più ampia gamma di hotel in due destinazioni asiatiche fondamentali come la Cina e l’India – dichiara Brad Holman, managing director Travelport Asia Pacific -. Questi accordi rafforzano ulteriormente Travelport come strumento di prenotazioni alberghiere via gds in Asia”

Iniziativa per accrescere mercato e frenare pirateria
google

(ANSA) – ROMA, 30 MAR – Google lancera’ un servizio che consente agli utenti cinesi di scaricare in modo gratuito brani musicali di Emi, Sony, Universal e Warner.
La mossa servira’ a guadagnare terreno nel mercato delle ricerche internet, che in Cina vede trionfare Baidu.com. Il catalogo musicale di Google conta attualmente 350 mila canzoni di artisti cinesi e internazionali, e arrivera’ a 1,1 milioni di brani nei prossimi mesi.

Il ministro delle finanze Xie Xuren annuncia l’introduzione di incentivi dedicati ai progetti fotovoltaici da 50 kW di potenza e oltre, mentre l’Italia conquista il terzo posto nel mercato mondiale, grazie al boom di impianti in conto energia per il 2008

La Cina è ormai primo produttore al mondo di fotovoltaico con una quota sul mercato internazionale del 27,2%, grazie alla sua capacità in soli pochi anni e partendo praticamente da zero di creare un’industria di alto profilo; eppure per un’industria così prolifica oltre il 90% della produzione sono destinati all’estero, Europa, Usa e Giappone, lasciando dunque alla Repubblica polare ancora una volta solo il lato meno pulito dei processi di fabbricazione ed una capacità fv totale installata di appena 100 MW. Ma nella nuova svolta che Pechino vuol dare alla propria economia il solare è uno dei focal point indiscussi e per questo il Ministero delle finanze cinese ha dichiarato che concederà nuovi incentivi ai progetti fotovoltaici al fine di un’ulteriore apertura nei confronti della crescita del mercato dell’energia solare. Pechino fornirà 2,93 dollari per watt di picco agli impianti da 50 kW e superiori, nella speranza di poter concretizzare la svolta attesa. E per un sistema di incentivi ancora agli esordi ce ne è un altro che sta dando ottimi risultati. E’ il “Conto Energia” italiano che procede a vele spedite, secondo quanto ha riferito i Gestore dei Servizi Elettrici (GSE) nel corso del convegno organizzato nell’ambito di EnergyMed ‘09. Grazie alla potenza allacciata nel solo mese di dicembre, infatti, l’Italia ha raggiunto nel 2008 circa 239 MW di potenza, raggiungendo in totale i 417 MW e collocandosi così al terzo posto nel mercato mondiale per l’anno passato, subito dopo Spagna e Germania. Il GSE ha portato all’evidenza due aspetti innanzitutto che il boom di allacci di dicembre sia da imputare principalmente al passaggio ad una tariffa inferiore del 2% a partire dal 1° gennaio del 2009 ed in secondo luogo come la scelta privilegi il fotovoltaico totalmente o parzialmente integrato (92%) che quello a terra (8%). Le previsioni di crescita sono però caute e valutano ulteriori 430 MW nel 2009 e 650 MW per l’anno successivo; se davvero si raggiungesse quota di 1.200 MW il passo successivo sarebbe l’inevitabile rielaborazione di un nuovo conto energia.

Fonte: www.rinnovabili.it

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